The Hate Colony – Navigate (2014)

Dalle fredde terre norvegesi non arriva solo black metal, ma anche del metalcore di matrice americana, e prova ne è questo “Navigate“, secondo disco in studio dei The Hate Colony.
Il quintetto, originario di Trondheim, sforna 13 canzoni tendenzialmente orientate verso tutto il filone del metal moderno d’oltreoceano, strizzando l’occhio ai canoni del genere, e accostandosi a gruppi quali Lamb of God e Chimaira in particolare, ma con qualche venatura leggermente atmosferica, ottenuta grazie a un interessante apporto di tastiere in alcuni brani (“Trigger” su tutte).
I 47 minuti dell’album scorrono piacevoli e veloci e non annoiano mai l’ascoltatore: la produzione è egregia, le canzoni hanno ritmo, aggressività ma anche melodia (ad esempio in “The Letter“), e la tecnica del gruppo veramente buona; sebbene non si possa dire che gli Hate Colony siano gli unici a proporre questo genere di musica, sicuramente le qualità sopra descritte possono fare la differenza rispetto a tanti altri gruppi metalcore, anche nel nuovo continente.

Se amate il genere, ascoltatelo e difficilmente rimarrete delusi.

 [by Somberlain]

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Kissin Dynamite – Megalomania (2014)

Ormai sono passati due anni dall’uscita di “Money, Sex and Power”, album che ha fatto entrare i teutonici Kissin Dynamite nell’olimpo delle nuove Metal band più talentuose degli ultimi anni, con il loro fresco Sleazy Metal si sono accaparrati una grande fetta di pubblico, affamato di quel genere che quelli della mia età  amano e che chiamano tutt’ora Glam,donandogli nuovo lustro e freschezza! Dopo un periodo di grande promozione live,che li ha visti approdare nei più grandi festival mondiali ,entrano in studio e partoriscono MEGALOMANIA,il loro 4 lavoro in studio uscito per la AFM records il 5 Settembre scorso. Le pretese credo abbiano superato di gran lunga quello che la Band poteva offrire. Con questo,non sto dicendo che MEGALOMANIA è un album da buttare,ma solo che sembra che con il cambio di look abbiano buttato via anche il divertimento e il ritmo che caratterizzava la loro musica fin ora.
MEGALOMANIA alle mie orecchie risulta troppo,troppo costruito per il music business, troppe canzoni lente ,che sicuramente non possono rientrare nelle grandi ballad caratteristiche del loro genere e nel Metal in generale! Testi TROPPO mielosi e scontati,nessuna emozione traspare all’ ascolto,nessun :<>.Una cosa è sicura, l unica forza di questo 4° lavoro dei Kissing Dynamite è la produzione,con le sue chitarrone e cori messi li come per tappare i buchi di un scarso songwriting.
Le sonorità alla Rammstein ,sopratutto sulla prima single track “DNA” i pezzi sul pop e tante altre mescolanze di generi che lo rendono davvero un lavoro insensato,sopratutto perché sono stati inseriti nelle canzoni in modo che ,davvero,non c’entra davvero un emerita mazza tra stacchi delle chitarre.
“Maniac Ball” inizia e sembra un buon pezzo,un giro di basso degno degli Skid Raw di Rachel Bolan..ma che poi si perde in stracchi,o per meglio dire vuoti di tempo, e una monotonia sonora che mi lascia davvero di stucco!
Manca sicuramente qualcosa..e quel qualcosa purtroppo si ripercuote su tutto Megalomania.Tutti e dico tutti i pezzi sono impregnati di una sorta di noia sonora,non si percepisce più la passione e “l’Hard Rock festaiolo” che era il loro maschio di fabbrica.
Le sensazioni che ho provato al primo ascolto di tutto questo lavoro è stato come tornare in dietro nel tempo a quando i Motley ne sono usciti con Dr Feelgood… sapevamo che erano i Motley ma non li conoscevi più!
Avendoli visti dal vivo in diverse occasioni con questo Megalomania sinceramente non riesco a farmi un idea da come potrebbe rendere in chiave live,tra chitarroni alla Malmsteen, pezzi  rappati e questi effetti elettronici ..  non so..
Davvero un grande peccato,e una grande occasione che ,secondo,me si sono lasciati scappare e che sicuramente farà allontanare una buona fetta del loro pubblico.
Ripeto non è un brutto lavoro da studio..ma se me lo avessero dato da recensire senza dirmi chi era l artista,non avrei mai,e dico mai pensato a loro.

[by DraconianHell]

FOLKSTONE – Oltre… L’Abisso

OLTRE ..L’ABISSO è il loro nuovissimo e attesissimo lavoro in studio e il 4° Full di un cammino sempre in costante  crescita  e  lo conferma il fatto che Oltre..L’Abisso è molto più maturo rispetto a Il Confine,con una grandissima attenzione verso il grandiososo “cantautorato” che è parte impregnante della loro essenza musicale e che li rende unici,il tutto amalgamato alla perfezione dalle musiche che si incastrano senza sbavature , eccessi o pacchianità e imbellettamenti inutili. Azzeccatissima la scelta ,finalmente,di abbinare la voce di Roby a quella di Lore,e non solo per le coralità.
Chi ascolta Folk sa bene quanto sia difficile trovare band capaci di creare,all’interno di un album, canzoni che siano diverse le une dalle altre e che siano capaci di catturare l’ascoltatore dalla prima all’ultima canzone senza annoiare… Beh i Folkstone sono una di queste band,ogni singola canzone è una storia e un viaggio a se ma allo stesso tempo ogni singolo pezzo è collegato all’altro fino a formare un lavoro completo  da cui è impossibile staccarsi. Non mi soffermo sulle singole canzoni per quello che ho scritto poco sopra,ma vorrei spendere un paio di parole per la traccia numero 13..una COVER.
So che molti di voi staranno rabbrividendo leggendo queta parola e si diranno.. Ma come ? I Folkstone che fanno una cover??? ……Ebbene si.. e diciamo che anche io un po ci sono rimasta durante l ascolto perchè non me l aspettavo..e con mia sorpresa mi piace più la loro versione che quella originale… Ora vi chiederete quale cover possa essere.. presto detto.. Vi ricordate una band fiorentina chiamata Litfiba?..Si? Bene.. TEX vi dice nulla? Ascoltatela ne rimarrete a bocca aperta,con il nuovo riarrangiamento è davvero incredibile!!
Per tornare a OLTRE … L’ABISSO, ci sono cose per le quali troppe parole sono superflue l’unica cosa che mi viene da dirvi è  ASCOLTATELI!!

[by DraconianHell]

Bahal – Shahat (2014)

Con una distanza di due anni, torna sul terreno metallico italiano Bahal. Inizialmente progetto, successivamente band consolidata, Lord Bahal, ci propone un altro viaggio. Come già accaduto nel precedente “Nostos”, il tema dell’esplorazione e del cambiamento; musicale, e spirituale; è sempre attualissimo.
Se due anni fa, la parola chiave era “il ritorno” – nostos, appunto – in questo caso prendiamo in esame lo “Shahat”, il pozzo, reale o figurato, quello che conduce all’abisso della conoscenza remota e talvolta proibita. È proprio questo che emerge dai testi lo smisurato bisogno del protagonista di trovare delle risposte alle grandi domande della vita, l’urgenza di conoscere il più possibile del nostro universo, per avere la pretesa di domarlo.
I testi, tutti in italiano, tranne uno, sono come al solito molto curati, ricchi di raffinate riflessioni e concetti; nulla viene lasciato al caso, questo è uno dei più forti marchi che Bahal da anni conserva.
Veniamo ora all’aspetto musicale, rimanendo sempre sulla linea del confronto, con il lavoro precedente, il cambiamento è pressoché netto. Se il passaggio da “Ikelos” (2010) a “Nostos” (2012), aveva segnato una maturità musicale, sia a livello di contenuti, sia a livello di produzione, con un sound meno grezzo, più curato, etc.; ora il nuovo capitolo, fa un passo indietro torniamo ai suoni rudi, da cantina, le atmosfere molto anni ’90, un mood insomma che richiama moltissimo l’old school. Ovviamente la scelta è studiata, così da permettere alla vena più acerba e underground di sfociare in influenze che spaziano dal power al death in maniera ordinata e precisa.
È su questa impostazione che apre il disco “Ombre”, aperta da una intro alla tastiera degna dell’Helvete, e sfocia in una combo di chitarre e batteria serrate e al contempo incredibilmente orecchiabili. Sì, perché in “Shahat” le melodie, i riff delle chitarre si trasformano da un lato in esercizi di stile, complessi e strettamente tecnici, e in altri momenti in un vortice di emozioni, come nella parte di chiusura de “La Città Silenziosa”, dove fa capolino lo spettro di un doom, quasi shoegazeiano, che forse c’è sempre stato ma ha fatto sempre un po’ fatica ad emergere.
Fa tremar le vene e i polsi, “Vanitas”, il pezzo probabilmente più controverso degli otto, unico brano cantato in inglese,non si distingue tanto per la sua anglosassonità, ma quanto per il piglio di matrice, azzardo, gothic, anche qui, la melodia e l’orecchiabilità sono in primo piano, si esce momentaneamente dall’abisso del black pesto, per passare a riff pungenti ma eleganti, un simpatico stacco prima di immergersi nuovamente nel buio pesto.
Tra le mie highlight non poteva ovviamente mancare “Canto dell’Abisso”, intro affidata ad un coro gregoriano, a seguire alternanza di ritmi serrati a cambi di tempo che non ti aspetti. Anche “Metamorfosi” merita una menzione, come suggerisce il nome stesso, e dalle viscere risale alle meningi, seguendo un preciso percorso sonoro.
Un po’ prolissa l’omonima in chiusura, la quale nel suo notevole minutaggio ha il gravoso compito di sintetizzare il contenuto dell’intero disco.
I giochi si chiudono e “Shahat” fa il suo dovere: lascia nell’ascoltatore un segno evidente e tangibile, non è solo un altro digipack da riporre su uno scaffale, è un altro capitolo in crescendo di quello che Lord Bahal e compagni stanno componendo da ormai quasi dieci anni. Un ottimo modo per conoscerli se prima d’ora vi erano sfuggiti!

[by BloodyMarha]

 

Crucified Barbara – In The Red (2014)

Sono rimasto basito quando ho scoperto che dalla Svezia, oltre all’IKEA, gli Entombed ed una massa di ubriaconi patentati, sono uscite anche ste ragazze delle Crucified Barbara. Ne avevo sentito parlare in giro e so (grazie a Google) che hanno pubblicato ben tre dischi prima di questo. E io ascolto solo questo, un po’ perché sono stra-pieno con il lavoro, un po’ perché il metal al femminile mi ha sempre lasciato un po’ indifferente (caso a parte dei The Gathering). Lo ammetto, l’ascolto non è male, piace il groove, piace il fatto che le chitarre ci siano (ma Cristo, se non ci son chitarre, di che cazzo stiamo parlando!?) e che la voce non si metta a miagolare come una gatta in calore ma che mantenga una sua dignità nel corso di tutto il disco. Che poi mi venga voglia, ma una voglia matta di premere nuovamente il tasto play, beh, è tutto un’altra storia. Non perchè sia un brutto disco. Non perchè non ci sia qualcosa di piacevole dentro (a parte le foto promozionali). Ma proprio perché dalla musica si vorrebbe qualcosa di più di qualche schema trito e ri-trito, di canzoni che hanno fatto il loro tempo prima di essere concluse. Non vogliono innovare, questo lo so anche io… ma forse con l’età sto diventando quel rompicazzo che dice “beh, ma un disco dei Pantera ha decisamente più groove rispetto a questo” (e sticazzi, direi io, ma sono un pseudo-recensore e non lo dirò).
Prendetelo questo disco, ma non aspettatevi di ascoltarlo mille volte o di conservarlo nella vostra bacheca dei trofei. Un disco decente, sbarazzino, metal nel senso tranquillo del termine. Ma metal quanto basta per farlo entrare in TMI.
Vi accontentate che abbia le caratteristiche per entrare su The Murder Inn o cercate altro?!

[by Zeus]

Antipasto di stagione – Marduk Rope Of Regret

E poi una mattina ti svegli e ti dicono che i Marduk ritornato a trattare di temi bellici (ma và?), con una copertina della seconda guerra mondiale, lato tedesco (ma và? Almeno stavolta hanno azzeccato e non hanno piazzato fischioni per coglioni) e sparano velocità assassine.
Io aspetterò comunque l’uscita, ma intanto voi ascoltate la preview del disco, Rope Of Regret, e dite la vostra. Non si può certo dire che il buon Morgan ci abbia messo più di 10 minuti per tirare fuori il riff e la canzone. Ma i Marduk piacciono così, ignoranti e blasfemi.

https://soundcloud.com/centurymedia/marduk-rope-of-regret