Bahal – Shahat (2014)

Con una distanza di due anni, torna sul terreno metallico italiano Bahal. Inizialmente progetto, successivamente band consolidata, Lord Bahal, ci propone un altro viaggio. Come già accaduto nel precedente “Nostos”, il tema dell’esplorazione e del cambiamento; musicale, e spirituale; è sempre attualissimo.
Se due anni fa, la parola chiave era “il ritorno” – nostos, appunto – in questo caso prendiamo in esame lo “Shahat”, il pozzo, reale o figurato, quello che conduce all’abisso della conoscenza remota e talvolta proibita. È proprio questo che emerge dai testi lo smisurato bisogno del protagonista di trovare delle risposte alle grandi domande della vita, l’urgenza di conoscere il più possibile del nostro universo, per avere la pretesa di domarlo.
I testi, tutti in italiano, tranne uno, sono come al solito molto curati, ricchi di raffinate riflessioni e concetti; nulla viene lasciato al caso, questo è uno dei più forti marchi che Bahal da anni conserva.
Veniamo ora all’aspetto musicale, rimanendo sempre sulla linea del confronto, con il lavoro precedente, il cambiamento è pressoché netto. Se il passaggio da “Ikelos” (2010) a “Nostos” (2012), aveva segnato una maturità musicale, sia a livello di contenuti, sia a livello di produzione, con un sound meno grezzo, più curato, etc.; ora il nuovo capitolo, fa un passo indietro torniamo ai suoni rudi, da cantina, le atmosfere molto anni ’90, un mood insomma che richiama moltissimo l’old school. Ovviamente la scelta è studiata, così da permettere alla vena più acerba e underground di sfociare in influenze che spaziano dal power al death in maniera ordinata e precisa.
È su questa impostazione che apre il disco “Ombre”, aperta da una intro alla tastiera degna dell’Helvete, e sfocia in una combo di chitarre e batteria serrate e al contempo incredibilmente orecchiabili. Sì, perché in “Shahat” le melodie, i riff delle chitarre si trasformano da un lato in esercizi di stile, complessi e strettamente tecnici, e in altri momenti in un vortice di emozioni, come nella parte di chiusura de “La Città Silenziosa”, dove fa capolino lo spettro di un doom, quasi shoegazeiano, che forse c’è sempre stato ma ha fatto sempre un po’ fatica ad emergere.
Fa tremar le vene e i polsi, “Vanitas”, il pezzo probabilmente più controverso degli otto, unico brano cantato in inglese,non si distingue tanto per la sua anglosassonità, ma quanto per il piglio di matrice, azzardo, gothic, anche qui, la melodia e l’orecchiabilità sono in primo piano, si esce momentaneamente dall’abisso del black pesto, per passare a riff pungenti ma eleganti, un simpatico stacco prima di immergersi nuovamente nel buio pesto.
Tra le mie highlight non poteva ovviamente mancare “Canto dell’Abisso”, intro affidata ad un coro gregoriano, a seguire alternanza di ritmi serrati a cambi di tempo che non ti aspetti. Anche “Metamorfosi” merita una menzione, come suggerisce il nome stesso, e dalle viscere risale alle meningi, seguendo un preciso percorso sonoro.
Un po’ prolissa l’omonima in chiusura, la quale nel suo notevole minutaggio ha il gravoso compito di sintetizzare il contenuto dell’intero disco.
I giochi si chiudono e “Shahat” fa il suo dovere: lascia nell’ascoltatore un segno evidente e tangibile, non è solo un altro digipack da riporre su uno scaffale, è un altro capitolo in crescendo di quello che Lord Bahal e compagni stanno componendo da ormai quasi dieci anni. Un ottimo modo per conoscerli se prima d’ora vi erano sfuggiti!

[by BloodyMarha]

 

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