Lindemann – Praise Abort

Ed eccolo, il video tratto dal primo disco solista di Till Lindemann.
La premiata ditta Lindemann – Peter Tägtgren farà uscire il disco il 23 giugno 2015. Il supergruppo, intitolato LINDEMANN, ha deciso di pestare sul pedale dell’acceleratore su tutti i fronti conosciuti delle band dei due mainman.
Questo cosa significa? Nella canzone, Praise Abort, si sentono i chitarroni marziali, le melodie di tastiera (che fanno tanto Pain, ma non è neanche lontano quello che fanno i Rammstein nelle loro composizioni meno quadrate) ed un gusto per l’eccesso che non è distante da quanto cantato dallo stesso Lindemann nella sua band principale. Ma quel finalino da lounge bar deviato…
Il video è un tripudio dell’esagerazione, un teatro in cui Lindemann furoreggia come non mai. Il ruolo è il suo, trasformista e “osceno”.
Per la prima volta, Till canta tutto il testo in inglese.

 

 

[Zeus]

Il Nome della Fossa: Tony Iommi con J.T. Lammers – Iron Man (Arcana – 2011)

Ci sono ottimi musicisti. Ce ne sono anche di grandiosi, lo ammetto. Ma quanti riescono ad essere genitori di un intero movimento musicale? Pochi e selezionati. Frank Anthony (Tony) Iommi è uno di questi pochi e selezionati casi nel panorama musicale. Musicista, leader e compositore principale di una delle band più influenti degli ultimi 45 anni, i mai troppo riveriti e menzionati Black Sabbath, Tony Iommi è riuscito a creare un genere musicale grazie al suono cupo, ribassato e slow della sua chitarra. Il genere che ha creato è l’heavy rock, i Sabbath non si sono mai definiti metal o heavy metal, ma tutto il mondo ha visto nel riff di Black Sabbath – la canzone- il vagito del metal e di tutto quell’immaginario legato al genere che noi amiamo tanto.
Iron Man è la biografia scritta da Tony Iommi con J.T.Lammers e ci racconta la storia dell’uomo e del musicista. Ci racconta dei primi passi Tony nella Birmingham dell’epoca, del suo lavoro in fabbrica e l’incidente che gli costò l’amputazione delle falangi della mano destra e poi le sue esperienze musicali pre-Sabbath.
L’incidente è il punto di svolta della biografia. Prima sono i ricordi di un giovane ragazzo, turbolento e appassionato della musica, poi è la genesi del musicista che noi conosciamo. Le esperienze con le band blues, jazz e rock (Mithology su tutti).
Quello che viene fuori è il ritratto di una persona con un obiettivo. Tony Iommi vuole creare qualcosa e tutta la sua esperienza di musicista è rivolta a quello scopo: creare un sound che si adatti a quello che ha in mente.
Il libro, ben scritto e impregnato di ironia mai fastidiosa, fa vedere sia la parte buona di Tony che quella più travagliata. Gli abusi di sostanze stupefacenti non erano una prerogativa del solo Ozzy, come l’attaccamento alla bottiglia non era un demone di Bill Ward; anche Iommi abusava in maniera pesante di cocaina e non disdegnava un bicchiere – o due- e qualche occasionale rissa. La sostanziale differenza risperto a Ward o Ozzy è l’obiettivo, la missione, di Iommi: portare avanti i Black Sabbath. Anche quando la situazione si fa difficile, come nei periodi bui dei mid-eighties.
Il libro racconta i cambi di line-up, il rapporto travagliato con Ronnie James Dio e la successiva amicizia professionale e umana con il Folletto e non disdegna qualche frecciata sarcastica contro Tony Martin. Il cantante più utilizzato dai Sabbath dopo Ozzy non ne esce sempre bene dai ricordi del Riffmaker. The Cat, questo il soprannome di Martin, ha un trattamento double-face che ne mette in luce pregi e difetti, fornendoci uno spaccato di vita Sabbathiana che non viene mai trattata troppo dall’ampia bibliografia relativa alla band.
Questo forse è il pregio migliore di questo libro, raccontare i Black Sabbath dopo l’uscita di Ozzy. Tutti i libri si fermano sui primi, fondamentali, anni di attività. Pochi, se non pochissimi, indagano sul periodo successivo: sui cambi di line-up, i problemi nel far uscire i dischi, i concerti e il rapporto saldo con Geezer Butler, il partner più duraturo dell’inossidabile Iron Man.

In definitiva: Tony Iommi – Iron Man è un libro da consigliare?
Assolutamente sì. Un libro da custodire gelosamente e, forse, da integrare con I Am Ozzy – l’autobiografia di Ozzy Osbourne.

[Zeus]

Primordial – Where Greater Men Have Fallen (Metal Blade 2014)

Ho lasciato i Primordial quasi 7 anni fa.
To The Nameless Dead mi era anche piaciuto ma, come certi dischi, mi ha poi lasciato una sorta di pesantezza. Una pesantezza nell’ascolto. I Primordial avrebbero tutte le caratteristiche per essere una di quelle band che mi piacciono: hanno le tematiche che mi interessano, suonano un genere che mi aggrada (black & folk) e alternano scream e voce. Hanno tutti gli elementi che mi piacciono, ma mi annoiano.
Dopo qualche ascolto mi prende una pesantezza di spirito che non mi fa proseguire più di tanto.
Questo Where Greater Men Have Fallen mi ha fatto lo stesso mortale effetto. Giuro, ci ho tentato ad ascoltarlo tante volte. Ho preso la voglia a quattro mani e mi son incaponito ad ascoltare tracce come Babel’s Tower o Born To Night, ma dopo qualche programmatico ascolto c’è stato il calo del desiderio.
Mi son sentito come quello che partecipa ai filmini porno: arrivo, devo operare al massimo ma la testa è da un’altra parte. Forse a fare quel cazzo di 740 che mi tormenta da un po’ di giorni. O che il problema con l’ascensore che non funziona nel condominio. Questo è il fatto: fisicamente ci sono, con le testa vago.

Tengo a precisare una cosa: i Primordial suonano bene e hanno una caratura internazionale riconosciuta e certificata. Quando esce un loro disco lo si aspetta con ansia perché, senza ombra di dubbio, con oltre 20 anni di attività alle spalle, un loro album è qualcosa che va sentita.
Il mio problema sta tutto nella voglia di mettermi a farlo. Per quanta qualità nel songwriting e raffinatezza nei testi ci mettano, i Primordial mi rimarranno sempre la band del “la ascolto, ma poi so che mi stuferò“.

Il primo passo sta nell’ammettere di avere un problema.

[Zeus]

Architects (Roncade – 2015)

La coda fuori dal New Age è abbondante,come da previsione,il locale sarà praticamente sold out.
Con non poca difficoltà entriamo, ritiriamo il pass e ci armiamo,nemmeno il tempo di mettere i tappi e i nostri cari canadesi attaccano a suonare. Noto subito che la serata supporta Sea Sheperd, di cui Architects e molte altre band sono sostenitori.
Con estrema sorpresa il pubblico è partecipe,fin da subito,rendendo abbastanza difficile il lavoro di fotografi e secutity,stage dive a gogo e atmosfera già bella calda.
La proposta musicale è molto ispirata alla corrente post hardcore moderna,le parti sono ben suonate e l’impatto sul pubblico è piacevole,complice anche la straordinaria presenza,il concerto decolla subito.
senza nemmeno il tempo di accorgercene,vola la scaletta,e i Counterparts scendono dal palco lasciando spazio ai Bless The Fall.

Qui la setlist:
Witness
Debris
Ghost
Slave
Outlier
Compass
The Disconnect

è palese che i ragazzi di Arizona sono supportati prevalentemente dalle ragazze presenti, non appena salgono sul palco vengono accolti da coro di urletti e pianti, non esattamente ciò che mi aspettavo ma a conti fatti nulla di troppo strano, effettivamente la band inizia a suonare e nemmeno ce ne rendiamo conto, l’impatto sonoro non è dei più feroci e la costante di tutto il set è il solo vocalist a movimentare lo show, pur non cantando in maniera esemplare.
fra un delirio e l’altro i Bless The Fall portano a casa la serata, salutano calorosamente il pubblico e lasciano il palco.

[…. continua su The Murder Inn…]

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[Tank]

Sulphur Aeon – Gateway to antisphere

Sulphur Aeon – Gateway to antisphere (Imperium production 2015)

Non è morto ciò che giace in eterno, e dopo strani eoni un gruppo di tedeschi può sfornare un ottimo dischetto tritaossa di death metal originale. Sì, si sentono echi dissectioniani e behemothiani era „Zia kos..“, ma rimangono originali in tutto e per tutto. E, cosa eccezionale, ogni canzone ha il suo perchè, la sua identità, la sua anima. La musica, non immediata e comunque „complicata“, fluisce senza appesantire l’ascoltatore, tanto che il CD te lo ascolti anche tre volte di fila senza stancarti.
Bello, decisamente bello. Attualmente il mio ascolto da auto preferito, tanto che ogni tanto mi fermo al semaforo con il navigatore che invoca Yog­Sothot, perchè non l’ho detto ma tutto il CD è dedicato ai miti di Chtulhu e all’universo Lovecraftiano.

Iä! IÄ!

[Skan]

Kaltenbach Open Air – Intervista

Intervista con Ronny e Thomas:

TMI: Benvenuti su „ the murder inn“, Per iniziare potete presentarvi al nostro pubblico e raccontare un po’ del“ Kaltenbach Open Air“?

Thomas: Servus, e prima di tutto grazie per il vostro interesse per il KOA. Il „Kaltenbach Open Air“ oppure abbreviato in KOA è un Festival di Extreme Metal piccolo ma ben fatto nel cuore dell’Austria. Il festival deve il suo nome ad un limpido torrente di montagna, il quale scorre tra montagne e boschi fino ad attraversare l’area del festival. Il comune di svolgimento del festival è Spital am Semmering, che in quella settimana assume lo status di fortezza metal dell’Austria.

TMI: Quest’anno il KAO festeggia il suo 10. compleanno. Quando avete iniziato pensavate di arrivare a questo traguardo?

Thomas: Ad essere sinceri, all’epoca eravamo giovani e inesperti, e non guardavano troppo in avanti. I nostri pensieri erano rivolti a breve termine. Oggi abbiamo una capacità di visione più estesa, però siamo consci che la vita ed il lavoro hanno vita breve, per poter prevedere cosa succederà trà 10 anni. Quindi è più un pianificare anno per anno, però ovviamente siamo fieri di aver raggiunto questo risultato.

TMI: Quali sono i più grandi problemi nell’organizzare un festival? Burocrazia, leggi, security sono tutti
grossi ostacoli. Vi ha aiutati qualcuno nella vostra avventura oppure avete dovuto fare tutto da soli?

Ronny: Una cosa importante è che il comune di Spital am Semmenring supporta pienamente il Festival. Senza il loro aiuto sarebbe impossibile realizzarlo. Naturalmente ci sono molte condizioni da rispettare, noi abbiamo adempito ai nostri compiti ed ogni passo necessario è stato compiuto. Qui dopo 10 anni è diventata una routine ben nota. Ognuno nel Team ha il suoi compiti e si impegna a svolgerli correttamente. Il lavoro di squadra qui da noi è importantissimo.

TMI: Anche quest’anno ci sono nomi di rilievo internazionale. Che show aspettate con più ansia?

Ronny: Io penso, che per il giubileo abbiamo messo in piedi una Line up coi fiocchi. Non voglio sottolineare nessun nome. Sono fiero di ogni Bands presente. Abbiamo anche in programma anche alcuni Show in esclusiva e alcune bands che non si vedranno in altri festival Austria. Io penso che la nostra varietà sia perfetta.

TMI: Negli anni precedenti avete avuto in Lineup delle autentiche „extreme metal superstar“ (un nome
per tutti DISSECTION!). Chi pensavate che non sareste mai riusciti ad ingaggiare e poi alla fine ci siete riusciti? E chi avreste voluto e non siete riusciti ancora ad avere?

Thomas: Negli anni abbiamo avuto nel Bill nomi veramente interessanti. Ancora oggi divento nostalgico a vedere i vecchi flyer con nomi come Sodom, Dissection,Satyricon, Gorefest, Dark Tranquillity, Samael, The Haunted, Dark Funeral, Malevolent Creation, Dying Fetus, Tankard , Behemoth, Vader etc.. Però rimarranno sempre bands che si vorrebbe avere in bill ma non si riesce. Però rimaniamo ostinati, e magari si potranno avere nel bill dei prossimi anni.

TMI: Ogni Fan del Metal ha la sua Line Up die sogni in testa. Qual’è la vostra? (potete fare anche nomi
di Bands che non suonano più da tempo).

Thomas: Coi sogni non si và molto lontano. Preferiamo lavorare con la realtà. Sappiamo cosa è fattibile per il KOA e ci concentriamo su quello. Vogliamo solamente presentare un bill interessante e differenziato che soddisfi anche i nostri gusti musicali. Anche per la 10 edizione ci presentiamo con un ottimo bill, e con Bands quali Marduk, Dark Funeral, Agalloch, Krisiun, God Dethroned, Anaal Nathrakh oppure Rotting Christ siamo con la qualità dalla parte giusta.

TMI: Oltre ai grossi nomi, suonano da voi molte bands austriache underground. Potete darci qualche
consiglio per scoprire qualche nome interessante?

Ronny: In Austria ci sono un sacco di Bands interessanti e con un ottimo potenziale. Ovviamente è impossibile farle suonare tutte, per tanto cerchiamo anno per anno di dare sempre a nuove bands l’opportunita di esibirsi al KOA. Che sia Black, Death oppure Thrash, in Austria ogni genere è servito! La cosa migliore e venerle a sentirle di persona!

TMI: Dalle foto su internet la location risulta stupenda. La descrivereste al pubblico italiano?

Ronny: ci troviamo nel mezzo di una stazione sciistica in montagna, il posto non potrebbe essere migliore! La location si trova in uno spiazzo in mezzo al bosco, circondato da alberi. Per noi il posto migliore per un festival! Da vedere, almeno una volta!

TMI: Altri argomenti che i festival italiani invidiano a quelli esteri , sono i servizi (Camping, market, ristoro ecc.) e la birra. Cosa offrite voi?

Ronny: il posto dove campeggiare è molto esteso e offre per ogni visitatore spazio a sufficienza. Un piccoli torrente scorre attraverso quella zona, in modo da poter permettere di tenere la birra al fresco. Il menù offerto comprende dai classici piatti tipici austriaci fino a pietanze stravaganti. Per i vegetariani c’è scelta a sufficienza. Poi ovviamente c’è la squisita birra austriaca. Nei dintorni ci sono ristoranti e supermercati, dove la gente può rifornirsi! In parole povere: tutto perfetto!

TMI: Ok, siamo quasi alla fine, ancora due domande, avete qualche storia interssante successa negli anni scorsi da raccontarci?

Thomas: Le storie raccontate non sono interessanti come quelle vissute di persona. Al KOA ognuno vive una serie di avventure , Il meglio è venire qui da noi a viverle.

TMI: L’ultima domanda è libera, diteci quello che volete sul KOA!

Ronny: prima di tutto ancora grazie per il vostro interessamento! Speriamo di poter salutare di persona una o più persone del paese nostro vicino di casa!

Tickets al seguente Link:
Giornaliero Giovedi. 17 EURO
Giornaliero Venerdi o Sabato : 27 Euro
Festival Pass: 47 €
Tutti i biglietti inclusivi di Camping!!!

[Skan & Zeus]

GRAVECRUSHER – Morbid Black Oath (xtreem music – 2014)

(da web)

Per poter assaporare al meglio alcuni CD, bisogna entrare nel mood dell’artista, capire le sue emozioni e farle proprie, e lasciare che l’atmosfera della stanza in cui ti trovi si fonda con la musica.

A volte no.

In questo caso bisogna bersi una birra media, sciogliere i capelli e scuotere la testa. E se sei calvo e astemio, puoi scuotere la testa e fare le cornina con le dita. E se non va bene neanche questo, allora perchè ti sei comprato un CD con su degli scheletri che smaciullano il corpo di cristo in copertina?

La musica?

Death Metal old school, chitarroni in palm muting, blast­beat, D­beat, accellerazioni, ripartenze, stacchi groovosi con il basso e tutto quello che ne segue. Già sentito? Già visto? Si ma non è che non mangio più la carbonara perchè una volta l’ho già mangiata. Alzare il volume e versare un’altra birra, please.

[Skan]

Ozzy Osbourne Pills – Gli anni 80

Chi non conosce Ozzy Osbourne?

Per chi fosse rimasto sconnesso fino ad oggi o nascosto in una grotte su Nettuno, cosa molto metal fra l’altro, Ozzy era il singer della band Black Sabbath e leader della sua formazione solista. La storia di Ozzy come solista è legata alla fine della sua attività come frontman della band di Birmingham e l’inizio di un periodo florido e doloroso nello stesso momento.
L’uscita dalla band madre è un trauma incredibile per il singer che, a trent’anni suonati, si vede senza lavoro e fuori dal gruppo che aveva contribuito a rendere leggendario.

La soluzione più facile per non sentire questo vuoto? Riempirsi di droghe, alcool e cibo spazzatura fino a dimenticare. Il percorso autodistruttivo, però, viene fermato da Sharon Arden, poi Osbourne, che lo risolleva dagli inferi della sua condizione e ne diventa prima manager e poi moglie.

Il primo passo della nuova vita di Ozzy è la creazione di una nuova band propria: la Blizzard Of Ozz. Il nome non è nuovo, il Madman aveva già sfoggiato magliette con questo nickname già durante il periodo dei Sabbath, perciò è un’idea sedimentata nel tempo. Il vero fondamento della nuova vita da solista, però, è un’altra caratteristica: allontanarsi il più possibile dalle sonorità più progressive e barocche dei Black Sabbath degli ultimi anni dei seventies e avvicinarsi al tipo di hard rock/heavy rock dei tempi di Master Of Reality. Ma con un timbro più giovane, più moderno.

OZZY OSBOURNE – BLIZZARD OF OZZ (1980)

Il primo parto della nuova creatura di Ozzy è l’album Blizzard Of Ozz. Il nome della band diventa il titolo del disco e si nota subito il cambio di rotta rispetto al passato Sabbath-iano: il sound non è più oscuro, pesante e, almeno nell’ultimo periodo, barocco. Il nuovo suono hard del Madman viene fornito dal giovanissimo axeman Randy Rhoads e dai più esperti Bob Daisley e Lee Kerslake e Don Airey. Canzoni come I D0n’t Know, Crazy Train, Mr. Crowley diventano subito inni favoriti del pubblico. Il riffing di Rhoads è ispirato sia negli episodi più energici, sia nelle parti più malinconiche o lente (come Dee), e risente di un mix di sonorità barocche e dell’esplosività tipica dei Van Halen.


OZZY OSBOURNE – DIARY OF A MADMAN (1981)

Poco dopo la pubblicazione di Blizzard of Ozz, la band rientra in studio per registrare il successore al fortunato esordio. A parte la qualità dei brani sul disco, forse un x percento meno ispirati del fulminante esordio, questo Diary Of A Madman è il testamento artistico di Randy Rhoads. Il piccolo chitarrista, infatti, perde la vita in un incidente aereo durante la promozione del disco. Ma giudicare questo DOAM solo come un lascito è un errore, il disco ha carattere e molti dei brani continuano ad essere all-time favorite dei concerti attuali.

OZZY OSBOURNE – SPEAK OF THE DEVIL (1982)

Con Speak Of The Devil, Ozzy fa un passo indietro per farne uno avanti. La morte di Randy getta il Madman nello sconforto e l’unico modo per calmare il dolore è gettarsi a capofitto nei suoni che hanno forgiato il singer&personaggio Ozzy Osbourne. In altri termini? Ritornare a suonare i classici dei Black Sabbath. La line-up è quella del secondo periodo di Diary Of A Madman, perciò dentro il duo Sarzo-Aldridge e fuori Kerslake-Daisley. Alla chitarra viene chiamato Brad Gillis, conosciuto per la sua militanza nei Night Ranger. Il disco è un amarcord delle canzoni del gruppo di Birmingham e, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, contiene anche pezzi da Sabotage (Symptom Of The Universe) e da Never Say Die! (la title-track).

OZZY OSBOURNE – BARK AT THE MOON (1983)

A due anni dalla pubblicazione di Diary Of A Madman, Ozzy rientra in studio per dare alla luce un nuovo disco di canzoni originali. La formazione cambia ancora e, uscito Sarzo, rientra Daisley ad occuparsi di basso e testi. Il ruolo di chitarrista viene dato a Jake E. Lee. Il nuovo chitarrista non cerca di ricopiare quello che aveva fatto Randy, ma propone un suo sound, unendo un buon gusto “alla Blackmore” alla tipica esplosività tratta dai Van Halen. ll disco è buono, non riesce a raggiungere le vette d’eccellenza dei precedenti, ma si posiziona come uno dei migliori di quelli registrati negli eighties dal Madman. La title-track è un vero classico e il lato più caciarone di Ozzy viene ben riassunto dalla cover-art ad effetto. I brani viaggiano sul sicuro e sfruttano le tipiche tematiche della band, ma ci sono anche momenti più strutturati nella seconda metà del disco.

OZZY OSBOURNE – THE ULTIMATE SIN (1986)

Cosa succede quando un singer folle incontra il periodo musicale più debosciato in assoluto? Viene fuori un disco come The Ultimate Sin. Nel 1986, Ozzy è un catorcio. Strafatto di droghe e alcool, il singer inglese è impresentabile (basta guardare le foto) ed il fatto che sia entrato in studio per registrare è un vero e proprio miracolo. La band dell’ultimo disco è stata in parte smantellata e la nuova line-up vede ancora Jake E. Lee alla chitarra, mentre Randy Castillo si siede dietro la batteria e Phil Soussan si occupa del basso. Il disco? Moscio. Thank God For The Bomb o Killer Of Giant, e sono pezzi mediocri, non possono riabilitare un LP così loffio da fare quasi pena. The Ultimate Sin vive di rendita dell’esposizione data dalla iper-catchy Shot In The Dark. Fortuna che è un una tantum questa sbornia di glam e lustrini.

OZZY OSBOURNE – NO REST OF THE WICKED (1988)

L’ultimo disco degli eighties cerca di risalire la china dopo il tonfo, se non commerciale, sicuro di qualità, di The Ultimate Sin. No Rest For The Wicked cerca di riportare in carreggiata Ozzy, ma non siamo ancora centrati. La nuova band vede Randy Castillo alla batteria, John Sinclair alle tastiere ed il rientrante Bob Daisley al basso (una garanzia). Il vero asso nella manica, però, è Zakk Wylde. Il chitarrista, alla prima prova alla corte di Ozzy, sfodera una prestazione muscolare sì, ma ancora acerba. Wylde usa ed abusa degli armonici artificiali e questo stufa dopo poco. La qualità media del disco non è eccelsa, come detto in precedenza, ma si attesa al miglior disco di Ozzy dal 1983.

[Zeus]

Satyricon al Deposito (Pordenone 2015)

SATYRICON + Vredehammer + Oslo Faenskap

Il Deposito (Naonian Concert Hall), Pordenone, 18//04/2015

(per il reportage fotografico, cliccare QUI e QUI)

Pordenone … Sabato 18 Aprile … Le Tenebre scendono … Nell’aria si comincia a percepire una cupa atmosfera malvagia e il freddo gelo del Nord avvolge l’intera città …  Forse queste parole possono sicuramente essere scontate per introdurre questo avvenimento a voi lettori, soprattutto perché i Satyricon non hanno bisogno di essere introdotti e Il Deposito non vedeva l’ora di aprire le porte ad una band del loro calibro che ha sicuramente, con band quali Emperor ad esempio, lasciato un segno importante e che ha contribuito alla diffusione del Black Metal a livello mondiale.

Il “The Dawn Of A New Age Tour 2015”è iniziato da pochi giorni e Pordenone è stata appunto scelta come unica tappa italiana per questo avvenimento. Un Tour molto caratteristico rispetto al solito in quanto la band norvegese ha deciso di portare on stage delle songs che vengono eseguite raramente in sede live. Non resta quindi che alzare le corna con orgoglio, entrare  e godersi questa stupenda serata. Aprono le danze due band conterranee dei blackster norvegesi: i più giovani Oslo Faenskalp ed i più rodati Vredehammer. I primi suonano per circa venti minuti e sono artefici di un Metal Core che all’inizio spiazza tutti i presenti ma che si fa anche apprezzare dagli headbangers nelle prime file. Il cantante presenta un ottimo growl e musicalmente i suoi soci sono preparati. I ragazzi sanno tenere il palco e dialogano con il pubblico ma la loro proposta è comunque un po’ fuori contesto. La band in ogni caso, mostra umiltà e durante lo show di Satyr e compagni è la prima a correre sotto lo stage per supportare gli headliner della serata.

Veloce cambio di palco e salgono on stage i più rodati Vredehammer, artefici di un Death-Black Metal abbastanza melodico e che per alcune sfumature può ricordare i Keep Of Kalessin. La band crea sicuramente l’atmosfera maligna per la serata ed il pubblico è in effetti più partecipe (al sottoscritto piace molto ‘We Are The Sacrifice’ ma purtroppo non ricorda se l’hanno suonata). Il loro show scorre veloce ma alla band piace molto stare con il pubblico italiano e durante lo show brinda all’Italia e al pubblico presente in sala. Sicuramente uno show interessante e da prendere in considerazione come band headliner.

Ulteriore cambio di palco e i presenti che erano rimasti nelle retrovie e che girovagano tra il bar e il merchandise, si avvicinano allo stage. La scenografia è semplice ma efficace; sullo sfondo un telone che riporta estratti tratti dall’hartwork della loro ultima fatica discografica e la  mastodontica batteria di Frost è spostata sulla destra quasi a non voler rubare la scena a Satyr, leader indiscusso della serata. Le luci si spengono e sulle note della stupenda intro ‘Voice Of Shadows’ la band fa il suo ingresso in scena; ultime a salire sul palco le due menti della band, Frost seguito a ruota da Satyr e il pubblico esplode in un boato. Si parte quindi con ‘Rite Of Our Cross, tratta dalla fatica discografica targata 2006 Now, Diabolical; un pezzo facente parte di quelle canzoni che raramente vengono proposte live, con una stupenda intro atmosferica che sfocia successivamente in tutta la sua malvagità e quasi strizza l’occhio ai lavori dei Celtic Frost. Si torna quindi all’ultimo lavoro in studio e ‘Our World It Rumbles Tonight viene sparata sui presenti che accompagnano Satyr nelle strofe. Sulle note di ‘Now, Diabolical’ i Satyricon hanno capito che hanno il pubblico in mano e infatti tutto Il Deposito accompagna l’esecuzione di questo pezzo. Tutta la band è in headbanging e trasuda adrenalina, Satyr punta il microfono verso il pubblico, Frost è preciso come sempre nell’esecuzione e quando non punta il pubblico con il suo sguardo penetrante, mulina la chioma a tempo di musica. Tutti sono comunicativi  tranne il tastierista; musicalmente niente da dire ma la staticità è praticamente vergognosa e non comunica nulla. Fai almeno qualche smorfia! Cazzo!  Lo show non perde colpi e non risulta per nulla scontato; sulle note di ‘Black Crow On A Tombstone, si viene catapultati nel periodo The Age Of Nero, pezzo dalle atmosfere cupe e cadenzate dove è praticamente impossibile trattenere l’headbanging. La serata è studiata anche per percorrere un po’ tutta la carriera artistica della band senza soffermarsi solo sulla produzione più tipicamente Black ma prendendo anche in considerazione i lavori più sperimentali e dal sapore Industrial. Da Rebel Extravganza viene infatti proposta ‘Filthgrinder’, pezzo super veloce e tiratissimo difficile da seguire con il collo ma che sicuramente riporta il sottoscritto indietro nel tempo. È con il prossimo pezzo che si torna ancora più indietro e all’urlo di This Is Armageddon! …..

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[Girli]