Ozzy Osbourne Pills – Gli anni 80

Chi non conosce Ozzy Osbourne?

Per chi fosse rimasto sconnesso fino ad oggi o nascosto in una grotte su Nettuno, cosa molto metal fra l’altro, Ozzy era il singer della band Black Sabbath e leader della sua formazione solista. La storia di Ozzy come solista è legata alla fine della sua attività come frontman della band di Birmingham e l’inizio di un periodo florido e doloroso nello stesso momento.
L’uscita dalla band madre è un trauma incredibile per il singer che, a trent’anni suonati, si vede senza lavoro e fuori dal gruppo che aveva contribuito a rendere leggendario.

La soluzione più facile per non sentire questo vuoto? Riempirsi di droghe, alcool e cibo spazzatura fino a dimenticare. Il percorso autodistruttivo, però, viene fermato da Sharon Arden, poi Osbourne, che lo risolleva dagli inferi della sua condizione e ne diventa prima manager e poi moglie.

Il primo passo della nuova vita di Ozzy è la creazione di una nuova band propria: la Blizzard Of Ozz. Il nome non è nuovo, il Madman aveva già sfoggiato magliette con questo nickname già durante il periodo dei Sabbath, perciò è un’idea sedimentata nel tempo. Il vero fondamento della nuova vita da solista, però, è un’altra caratteristica: allontanarsi il più possibile dalle sonorità più progressive e barocche dei Black Sabbath degli ultimi anni dei seventies e avvicinarsi al tipo di hard rock/heavy rock dei tempi di Master Of Reality. Ma con un timbro più giovane, più moderno.

OZZY OSBOURNE – BLIZZARD OF OZZ (1980)

Il primo parto della nuova creatura di Ozzy è l’album Blizzard Of Ozz. Il nome della band diventa il titolo del disco e si nota subito il cambio di rotta rispetto al passato Sabbath-iano: il sound non è più oscuro, pesante e, almeno nell’ultimo periodo, barocco. Il nuovo suono hard del Madman viene fornito dal giovanissimo axeman Randy Rhoads e dai più esperti Bob Daisley e Lee Kerslake e Don Airey. Canzoni come I D0n’t Know, Crazy Train, Mr. Crowley diventano subito inni favoriti del pubblico. Il riffing di Rhoads è ispirato sia negli episodi più energici, sia nelle parti più malinconiche o lente (come Dee), e risente di un mix di sonorità barocche e dell’esplosività tipica dei Van Halen.


OZZY OSBOURNE – DIARY OF A MADMAN (1981)

Poco dopo la pubblicazione di Blizzard of Ozz, la band rientra in studio per registrare il successore al fortunato esordio. A parte la qualità dei brani sul disco, forse un x percento meno ispirati del fulminante esordio, questo Diary Of A Madman è il testamento artistico di Randy Rhoads. Il piccolo chitarrista, infatti, perde la vita in un incidente aereo durante la promozione del disco. Ma giudicare questo DOAM solo come un lascito è un errore, il disco ha carattere e molti dei brani continuano ad essere all-time favorite dei concerti attuali.

OZZY OSBOURNE – SPEAK OF THE DEVIL (1982)

Con Speak Of The Devil, Ozzy fa un passo indietro per farne uno avanti. La morte di Randy getta il Madman nello sconforto e l’unico modo per calmare il dolore è gettarsi a capofitto nei suoni che hanno forgiato il singer&personaggio Ozzy Osbourne. In altri termini? Ritornare a suonare i classici dei Black Sabbath. La line-up è quella del secondo periodo di Diary Of A Madman, perciò dentro il duo Sarzo-Aldridge e fuori Kerslake-Daisley. Alla chitarra viene chiamato Brad Gillis, conosciuto per la sua militanza nei Night Ranger. Il disco è un amarcord delle canzoni del gruppo di Birmingham e, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, contiene anche pezzi da Sabotage (Symptom Of The Universe) e da Never Say Die! (la title-track).

OZZY OSBOURNE – BARK AT THE MOON (1983)

A due anni dalla pubblicazione di Diary Of A Madman, Ozzy rientra in studio per dare alla luce un nuovo disco di canzoni originali. La formazione cambia ancora e, uscito Sarzo, rientra Daisley ad occuparsi di basso e testi. Il ruolo di chitarrista viene dato a Jake E. Lee. Il nuovo chitarrista non cerca di ricopiare quello che aveva fatto Randy, ma propone un suo sound, unendo un buon gusto “alla Blackmore” alla tipica esplosività tratta dai Van Halen. ll disco è buono, non riesce a raggiungere le vette d’eccellenza dei precedenti, ma si posiziona come uno dei migliori di quelli registrati negli eighties dal Madman. La title-track è un vero classico e il lato più caciarone di Ozzy viene ben riassunto dalla cover-art ad effetto. I brani viaggiano sul sicuro e sfruttano le tipiche tematiche della band, ma ci sono anche momenti più strutturati nella seconda metà del disco.

OZZY OSBOURNE – THE ULTIMATE SIN (1986)

Cosa succede quando un singer folle incontra il periodo musicale più debosciato in assoluto? Viene fuori un disco come The Ultimate Sin. Nel 1986, Ozzy è un catorcio. Strafatto di droghe e alcool, il singer inglese è impresentabile (basta guardare le foto) ed il fatto che sia entrato in studio per registrare è un vero e proprio miracolo. La band dell’ultimo disco è stata in parte smantellata e la nuova line-up vede ancora Jake E. Lee alla chitarra, mentre Randy Castillo si siede dietro la batteria e Phil Soussan si occupa del basso. Il disco? Moscio. Thank God For The Bomb o Killer Of Giant, e sono pezzi mediocri, non possono riabilitare un LP così loffio da fare quasi pena. The Ultimate Sin vive di rendita dell’esposizione data dalla iper-catchy Shot In The Dark. Fortuna che è un una tantum questa sbornia di glam e lustrini.

OZZY OSBOURNE – NO REST OF THE WICKED (1988)

L’ultimo disco degli eighties cerca di risalire la china dopo il tonfo, se non commerciale, sicuro di qualità, di The Ultimate Sin. No Rest For The Wicked cerca di riportare in carreggiata Ozzy, ma non siamo ancora centrati. La nuova band vede Randy Castillo alla batteria, John Sinclair alle tastiere ed il rientrante Bob Daisley al basso (una garanzia). Il vero asso nella manica, però, è Zakk Wylde. Il chitarrista, alla prima prova alla corte di Ozzy, sfodera una prestazione muscolare sì, ma ancora acerba. Wylde usa ed abusa degli armonici artificiali e questo stufa dopo poco. La qualità media del disco non è eccelsa, come detto in precedenza, ma si attesa al miglior disco di Ozzy dal 1983.

[Zeus]

4 pensieri su “Ozzy Osbourne Pills – Gli anni 80

  1. Pingback: Ozzy Osbourne – Tribute (vent’anni dopo) | The Murder Inn

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