Successe Oggi – 30 giugno 1992


Ci sono date che ti ricordi come fossero ieri, anche se ormai sono passati oltre 23 anni! Una di queste date è il 30 giugno 1992. Non c’erano i Mondiali in America e la vita procedeva tranquilla sapendo che il thrash originario stava soffocando dietro una non meglio definita morte creativa e il grunge stava mettendo a ferro e fuoco il concetto di musica alternativa (e non).
I Metallica ormai si erano convertiti ad un genere musicale meno ostico e più friendly, seppur ancora arrangiato e suonato benissimo, e molti dei gruppi storici erano alle prese con crisi di identità o suono.
La seconda ondata del thrash metal era sulla breccia dell’onda, grazie a gruppi testardi e volonterosi come i Pantera, e in ambito estremo si stava vedendo l’esplosione, anche commerciale, dello swedish death metal.
I Black Sabbath erano alle prese con la scissione di una delle innumerevoli reunion (quella che ha partorito un disco come Dehumanizer) e il doom vedeva la nascita di un gruppo effimero, ma così influente e fondamentale, da incidere sulla musica più di molti gruppi durati molto più a lungo: i Kyuss.
La band americana, dopo un primo LP chiamato Wretch, il 30 giugno 1992 fa esplodere nelle casse degli stereo un disco fondametale per un genere che verrà chiamato Stoner. Il disco? Blues For The Red Sun.
Dalla copertina rossa e magmatica alle sonorità calde, ipnotiche, i Kyuss partoriscono un gigante della durata di 50 minuti (e briciole).
Josh Homme macina riff bassi e circolari attraverso l’amplificatore del basso e la sezione di ritmica (Bjork-Oliveri) è poderosa. Una delle migliori espressioni che si può dire è avvolgente.
Su tutto questo sale in cattedra John Garcia. Nei Kyuss riesce a fornire le sue prestazioni migliori, calibrando bene i momenti gigioni e quelli in cui deve essere più asciutti e ficcanti. Nei progetti successivi, dagli Hermano (che non mi hanno mai entusiasmato più di tanto) agli Unida/Slo Burn, il cantante non è mai riuscito a replicare questo particolare mix in maniera così efficace.
Blues For The Red Sun è il miglior disco dei Kyuss? Diciamo che è il più conosciuto dai più, quello più iconico per la presenza di pezzi orecchiabili come la conosciuta Green Machine ed è il disco che viene più citato, a cazzo di cane, da chi vuole mettersi in bocca la parola stoner. A cazzo di cane non per il disco, che è la genesi dello stoner desertico, ma perchè è l’unico disco che viene citato da chi non mastica doom psichedelico, sonorità distorte e peyote. I dischi della maturità arriveranno dopo, a mio parere più Sky Valley del successivo … And The Circus Leaves Town, ma Blues For The Red Sun getta le basi per un genere e ne iscrive, come ipnotiche tavole della legge musicale, i dettami per la realizzazione dello stoner desertico.

[Zeus]

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Faith No More – Sol Invictus (Ipecac Recordings – 2015)

Partiamo da una considerazione iniziale: mi trovo in contrasto con un buon 95% delle recensioni che ho letto in giro fino ad ora. Detto questo, posso partire con questa riflessione (chiamarla recensione mi fa venire da ridere).
I FNM non si discutono: sono una delle band storiche che, piacciano o meno, ha donato qualcosa alla musica a partire dal 1985 in avanti (anche se l’apice è arrivato dopo). La qualità dei loro dischi è alta e sopportano bene l’usura del tempo. Pensate voi, quando è uscito il loro (pen)ultimo album, Album Of The Year A.D. 1997, molti avevano messo una pietra tombale su questa affascinante compagine musicale.
Come succede sempre, lo scioglimento di una band è un concetto molto relativo.
Dopo anni di silenzio, i FNM si sono riuniti (solo per concerti) e ci hanno preso gusto a suonare insieme fino all’annuncio: faremo un nuovo disco!
Gioia e tripudio dei fan.
Risultato? Sol Invictus, uscito per la Ipecac di Mike Patton.
L’ho ascoltato cercando di non farmi trascinare nel gioco all’adulazione che è un po’ lo sport classico quando escono i dischi delle vecchie glorie.
Infatti non adulo Sol Invictus, non lo elogio in maniera sperticata perché mi ha annoiato. Bello, suonato bene, ma non mi prende. Ci sono canzoni che ti rimangono incastrate al cervello, una fra tutte Motherfucker che ha un ritornello tipo velcro – lo senti e rimane incollato -, ma nel complesso è un disco che non mi ha entusiasmato.
Non mi aspettavo un nuovo 13, disco che si fa piacere per la qualità eccelsa dei riff e per l’attitudine furbesca al guardo il passato ma sto con i piedi nel presente, ma qualcosa di più sì.
Ascolto Sol Invictus, lo macino, ma ci sono momenti in cui mi verrebbe da prendere e fare skip sulla canzone e arrivare a qualcosa di più, qualcosa d’altro. Poi mi sento male, perché vedo che ci sono recensioni che piazzano voti che vedevo solo nei momenti di pura ispirazione alle superiori, e continuo ad ascoltare avanti. In fin dei conti stiamo parlando dei Faith No More. Sanno suonare. Hanno composto brani epici, eccellenti, leggeri e sornioni ma anche funk-metal e demenziali. Stiamo parlando di un gruppo che conosce bene la materia che tratta e te lo mostra, con garbo ed eleganza sia chiaro.
Di Sol Invictus non mi aspettavo certo un ritorno a dischi seminali o cose vicino ad Angel Dust, ovvio. Sapevo che mi sarei trovato di fronte un CD con brani che spaziavano più sull’onda di Album Of The Year e King For A Day…, perciò non è stato neanche l’effetto spiazzante del risultato musicale a lasciarmi perplesso.
Penso sia stato l’effetto deja-vu o la mia naturale diffidenza verso i prodotti reunion. O il fatto che, in tutta onestà, Sol Invictus non resterà molto nel mio lettore: perchè tutta l’abilità nel suonare, il pedigree della band e alcuni pezzi ben assestati non riescono a togliermi quel senso di bah dalla mente.

Ti è piaciuto Sol Invictus?”
“Bah… sì… direi di sì, ma…”

[Zeus]

ALPEN FLAIR Open air – Sabato 20/06 – Natz/Schabs (BZ)

Capita ogno tanto di ritrovarsi la giornata libera, quindi che si fa?
Si convince la moglie a partire ed a recarsi ad un Open air!

L’Alpen Flair è un Open air che ruota intorno alla band alto­atesina Frei.Wild, che a noi italiani dice poco, ma che in Germania e Austria sono delle autentiche star. Il festival è dedicato soprattutto agli amanti della musica deutsch­rock, miscuglio tra hard rock e punk rock cantato in tedesco, però la presenza di Sabaton, Helloween e Onkel Tom rende l’evento ghiotto alle mie metalliche orecchie, quindi, si parte!
Entro al concerto nel tardo pomeriggio, l’evento è in corso ormai da tre giorni e, nella giornata di sabato, è dal primo pomeriggio che si esibiscono le band. La prima cosa che mi salta all’occhio è l’organizzazione! Stand ovunque, camping organizzati nei pressi della location concerti, bagni diffusi e facilmente accessibili ( e siamo in 20 mila, capito Gods of Metal et simili!?!), stand per il cibo e birra facilmente accessibili, prezzi umani.
La security controlla ogni singola entrata (si può uscire e rientrare quando si vuole grazie al braccialetto!), il palco è medio grande, ma si riesce a vedere tutto grazie alla struttura ad „anfiteatro“ della location e ad un maxischermo laterale e l’audio è O­T­T­IM­O.
Alla mia entrata stanno suonando gli Eisbrecher, gruppo tanz­metal con cantato in tedesco mooolto simile ai Rammstein. Il pubblico apprezza tantissimo e canta ogni loro pezzo, per cui loro si esaltano e spingono come dannati.
Due parole sul pubblico: il 90 % è li per i Frei.Wild, quindi il supporto ai gruppi di deutsch­rock o simili è totale! Finiti gli Eisbrecher, il tempo per due birrette e entrano sul palco i Sabaton.
Il loro Power Metal epico­-guerraiolo sorretto da tastiera fa cantare i loro fan, in più la loro attitudine da „cazzari“ fa strappare più di un sorriso. Il leader si esibisce infatti in un sacco di scenette comiche, si fa umiliare dal chitarrista in una gara di assoli, improvvisa uno spogliarello, sfida il pubblico a costringerlo a bere birra tutta di un fiato ecc.
Musicalmente non sono la mia tazza di tè e la tastiera preregistrata, che porta il riff portante, fa sembrare il tutto poco „live“. I fan, però, apprazzano e cantano tutto il tempo. Finalmente viene il momento che aspettavo, i giovani vanno nelle retrovie e noi „vecchi“ ci portiamo davanti. Si spengono le luci, parte l’intro „happy happy Helloween“,  entrano i musicisti e si parte subito con „Eagle fly free“ e „doctor Stein“. Deris è in forma strepitosa e tiene i pezzi di Kiske senza problemi, i musicisti sono in palla e il batterista, che ha una batteria con 3200 tamburi, picchia come un fabbro con la rabbia. Il pubblico però è zitto e non canta o partecipa poco.
Saremo in 4 gatti a esaltarci, infatti ci scambiamo subito sguardi di stupore. Alla band, però, non sembra dar fastidio. Dopo aver suonato 2 pezzi del nuovo disco, giusto perchè devono, partono con brani da tutta la loro discografia: la band è sempre più in palla e Deris riesce anche a prendersi il pubblico, che chiaramente non li conosce. Quindi è un susseguirsi di successi, da straight out of Hell a if I could Fly, da the Power ad Halloween. Ma non posso non citare brani come I Can, Are you Metal, Sole Survivor e tante altre quasi senza intervalli, anzi molti pezzi in forma di medley, per finire con una versione ridotta di keeper of the seven keys.
Uscita e rientro con bis: future world e I want out.
Finito il concerto mi ritrovo a scambiare 2 chiacchiere con alcuni altri fan degli Helloween, eravamo cosi pochi che ci riconoscevamo a naso. Concerto strepitoso. Devo abbandonare la venue del concerto, in quanto scende la notte portandosi un freddo polare e io ho la felpa in macchina, ma grazie al braccialetto e l’organizzione delle uscite/entrate non è un problema (e siamo in 20 mila, capito Gods of Metal et simili!?!): riesco a rientrare con i Frei.wild che hanno appena iniziato. Mi ripeto, qui la gente è tutta per loro. Son venuti dall’Austria e dalla Germania con i pulman, c’è ogni tipo di vestiario con i loro logo, c’è un sacco di gente con i loro tatuaggi e sono in 20mila. Il concerto è una specie di karaoke, la folla canta ogni singola nota. Personalmente non è il mio genere, si va da un punk rock a canzoni stile Vasco Rossi suonate con un po più di distorsore, tutte con ritornelli anatemici. Ne approfito per mangiare, cibo ottimo, al giusto prezzo e senza fila (e siamo in 20 mila, capito Gods of Metal et simili!?!) e per osservare la marea di folla che canta all’unisono. Finito il concerto, partono i fuochi d’artificio e i più giovani si riversano nelle 2 sale adibite a discoteca (e siamo in 20 mila, capito Gods of Metal et simili!?!) e la maggior parte della folla se ne torna a casa.
Finito? No! Tocca al buon Tom Angelripper scaldare (letteralmente, la temperatura è scesa a livelli invernali) gli ultimi rimasti. Quindi ecco tutte le peggio canzoni da osteria tedesca ipervitaminizzate in forma thrash più alcuni inediti (una canzone dedicata alla Ruhrpott, una a Lemmy e una a Bon Scott, più di un paio a varie forme di alcohol) proposte dagli Onkel Tom. I sopravvissuti ballano e cantano, la band sembra divertirsi anche se non è di certo il concerto più tecnico e preciso che abbia mai visto, ma sono le 2 passate e si tratta degli Onkel Tom è cosi che dev’essere.
Riassumendo: l’Alpen Flair va visto, anche solo per rendersi conto di come va organizzato un concerto; nessun problema tecnico, nessun problema logistico, band tutte in orario, nessuna coda e una location spettacolare, più una festa che un festival!!!

[Skan]

Clutch – Robot Hive / Exodus

Fuori piove come Dio la manda (perché è Dio che manda le cose brutte, Satana ci regala il rock… ricordatevelo) e io guardo il calendario con fare distratto. Il problema è che come sottofondo ho i Clutch e per la precisione Robot Hive /Exodus. Il problema non sono i Clutch, sia lode a loro, ma al fatto che mi distraggono da quello che devo fare.
Per questo motivo ho mandato a fanculo quello che dovevo fare e mi sono messo a scrivere. Perché non potendo uscire con la decapottabile (non ce l’ho), braccio fuori dal finestrino e una costina di maiale che mi imbratta la barba a causa del tempo voluto da Dio, allora accendo un cero ai Clutch e li ringrazio perché la loro musica mi porta fuori da queste quattro mura.
Uscito dopo la deflagrazione di Blast Tyrant, un disco per certi versi più semplice dei precedenti (semplice nel sacro modo di vedere dei Clutch, non nella maniera cazzara dei millemila gruppi che escono e pensano che una scorreggia sia l’equivalente di un grande prodotto), Robot Hive / Exodus si lascia la barba musicale con pettini di puro blues e non smette di farlo fino alla fine del disco. Neil Fallon e soci sono bravi a sfoderare un cocktail micidiale che unisce le suddette dodici battute del Diavolo con funk, accenni stoner e quella grande aggiunta chiamata Hammond/organi vari.
Il suono precedente era caldo, umorale, avvolgente, tanto da sentirtelo scorrere giù per il gargarozzo come un cazzo di whiskey, ma la nuova versione con Hammond è totale.

Non sto recensendo, abbiate pietà, qua stiamo parlando di uno dei gruppi che sta facendo la storia anche adesso… a distanza di 22 fottuti anni.

Ci sono ancora i pezzi orecchiabili, quelli maledetti come Mice And Gods, che ti prendono per il culo facendoti credere che potresti arrivarci anche te a scrivere un brano così semplice, ma sono i Clutch che l’hanno scritto e si sente. Se poi ci mettete che sono forse uno dei pochissimi gruppi che conosco ad essere riusciti ad inserire in una canzone un ritornello come “10001110101“!!

Ma i Clutch non si lasciano blandire dalle facilonerie del pezzettone facile, loro vogliono prenderti e mandarti KO con i loro dischi. Ecco che troviamo brani dalla fortissima componente funk e blues, torridi come trovarsi in un locale pieno di spogliarelliste nel pieno del deserto e altrettanto efficaci nel metterti ben bene sdraiato sul divano… non fosse altro per il suono liquido fornito in maniera da Mick Schauer con i suoi tasti d’avorio.

Pensate bene ad una cosa: i Clutch, dopo dischi ottimi come questi, non si sono adagiati a contare monete e/o scrivere dei brani inutili tanto hanno comunque una Burning Beard da sparare fuori al momento opportuno, ma si sono presi il disturbo di accelerare così tanto da tirar fuori dischi come Earth Rocker del 2013. Giusto per dire: dopo vent’anni vi facciamo ancora il culo.

Amen.

[Zeus]

COMUNICATO STAMPA ZEBRAHEAD : UNA DATA A NOVEMBRE‏

Riceviamo e pubblichiamo:
Hellfire Booking e RNR Arena  sono felici di annunciare il ritorno degli:

– ZEBRAHEAD

www.facebook.com/Zebrahead

Nati ad Orange Country nel 1992 gli Zebrahead si sono sempre dimostrati una delle band più folkloristiche e divertenti della scena pop punk americana.La loro attitudine al divertimento e il loro mix tra pop punk e melodie rap/funk ha reso la band uno dei nomi più originali in circolazione negli ultimi anni,facendoli conoscere al grande pubblico con l’esplosione di uno dei loro singoli più importanti ossia “Playmate of the year”.
Autori di veri e propri inni generazionali i 5 californiani faranno tappa in Italia durante il loro prossimo tour europeo in un’unico appuntamento per tutti gli amanti del punk melodico di matrice americana.
Imbracciate la tavola da skate e venite a fare un tuffo in california!

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UNICA DATA ITALIANA

14.11.15 – RNR Arena , Via spianata fiera 3, Romagnano Sesia (NO)

TICKETS : 15€ + dp sul circuito TicketOne e Mailticket da VENERDI 12 GIUGNO.

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Per Informazioni :

www.hellfirebooking.com

info@hellfirebooking.com

www.rocknrollarena.com

HELLFIRE BOOKING & PROMOTIONS
Live Productions and Events
P.O.BOX 43 19038 Sarzana (SP) Italy
Phone: + 39 320 02 62 353 –  New Fax Line: + 39 0187 964032
Email:
matt@hellfirebooking.com
Website: www.hellfirebooking.com
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PIANOS BECOME THE TEETH : UNA DATA AD OTTOBRE‏

Riceviamo e pubblichiamo:
Hellfire Booking è felice di annunciare per la prima volta in Italia :

PIANOS BECOME THE TEETH

www.facebook.com/pianosbecometheteeth

La band di Baltimora dopo anni di attesa fa tappa per la prima volta in Italia!
Nati nel 2006 i Pianos Become The Teeth insieme ai nomi come Touche Amore,La Dispute & Defeater si sono affermati come una delle bands portabandiera di una nuova generezione dell’hardcore.
Il loro sound emotivo e sofferto a cavallo tra lo screamo e il post rock  ha fatto innamorare migliaia di kids in ogni angolo del mondo,alcune delle loro canzoni come “Houses We Die In” ”
I’ll Be Damned” sono diventati dei veri e propri inni generazionali da cantare a squarcia gola come se non ci fosse un domani.
Non perdete l’occasione di assistere per la prima volta allo show di questa grandissima band che sarà in Europa per presentare la loro ultima fatica “Keep You” uscita sotto Epitaph Records.

Per fans di : Touche Amore, Funeral Diner,Envy,The Saddest Landscape, Explosion in the sky

– MILK TEETH

www.facebook.com/milkteethpunx

Alcuni di voi non hanno potuto non notarli in apertura all’ultimo tour dei TITLE FIGHT lo scorso Maggio. I Milk Teeth giovane e promettente band proveniente da Bristol dopo l’ennesimo tour intraprenderà questa nuova avventura di spalla ai PIANOS BECOME THE TEETH.Non fatevi sfuggire l’occasione di vedere e sentire i 4 ragazzi inglesi proporre il loro sound coinvolgente a cavallo tra il Grunge e il Punk in puro stile anni 90.

Per Fans di: Sonic Youth, Nirvana, Dinosaur Jr
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UNICA DATA ITALIANA

17.10.15 – Honky Tonky, Via Comina 35/37 ,Seregno

TICKET: 15€

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COMUNICATO STAMPA PERIPHERY & VEIL OF MAYA : UNA DATA A DICEMBRE‏

Riceviamo e pubblichiamo:
Hellfire Booking  & Rock’n’Roll Arena sono orgogliosi di presentare il ritorno in Italia dei PERIPHERY , con i VEIL OF MAYA in veste di special guest.

Attivi dal 2005, i Periphery sono riusciti a diventare un vero e proprio gruppo “culto” del panorama Prog/Djent mondiale.
I 4 dischi in studio + ep della band del Maryland sono stati considerati dei masterpiece del genere dalla critica mondiale e dai numerosi fans in tutto il globo.
Non perdete per nulla al mondo il ritorno di questo grande nome che insieme a Animals As Leaders e Between the Buried & Me hanno fatto la storia di un genere musicale che è il futuro del metal.
Special guest dei Periphery saranno i VEIL OF MAYA, band di punta della Sumerian Records da poco usciti con l’ultimo album “Matriarch”, il primo con il nuovo cantante Lukas Magyar.

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UNICA DATA ITALIANA

SABATO 12.12.15 – Rock’n’Roll ARENA, Via Spianata Fiera 3, Romagnano Sesia (NO)

TICKETS: 20€ + dp in prevendita sui circuiti TicketOne e MailTicket, 25€ in cassa.

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Zakk Wylde con Eric Hendrikx – Bringing Metal To The Children

Per descrivere il libro di Zakk Wylde c’è un solo termine da utilizzare: cazzaro. Cazzaro perché racconta storie divertenti, leggere e che assomigliano alla chiacchierata ignorante che fai con i tuoi amici al bar.
Wylde non si prende sul serio nel libro, fa finta di essere una grande rockstar ma, e lo si nota in ogni pagina, il profilo che ne esce è quello di uno che si diverte.
Mr. Wylde sa il fatto suo, conosce lo strumento (chitarra) e ha la determinazione di chi vuole arrivare e non lo fa passare inosservato. Non nasconde neanche che il suo colpo di culo è arrivato con il provino per Ozzy Osbourne e la successiva entrata nella sua band come chitarrista.
Il punto di partenza perfetto della favola dello sconosciuto che diventa famoso.
Bringing Metal To The Children è il collage folle delle avventure on the road con la Ozzy Osbourne band e con la propria creatura: la Black Label Society. Fra battaglie con gli escrementi, pisciate, party, scherzi e minchiate varie, il libro scorre veloce e leggero, non impegnando più di due (?) neuroni… e sono molto generoso.
I consigli che Zakk fornisce sono quelli che ti senti ripetere da tutti gli imbonitori televisivi e non cambieranno di certo il tuo approccio, se sei un musicista, verso il mondo della musica. Non muteranno neanche il tuo parere sul music biz in generale.
Tutti i personaggi citati nel libro sono trattati con lo stesso spirito sarcastico con cui Mr. Wylde tratta sé stesso (anche se lui, con fare ironico e guascone, sottolinea il suo essere padre-padrone della band). Alcuni vengono massacrati in maniera incontrollata, come il suo bassista John J.D. DeServio, che viene preso per il culo sempre e comunque.

Volete una lettura da spiaggia, montagna o quando vi state arrostendo il culo sul cemento della città? Bringing Metal To The Children è la vostra lettura. Leggero, spiritoso e non impegna più di mezzo neurone nelle parti più difficili.
Da avere se il metal vi scorre nelle vene.
Se siete alla ricerca delle vere autobiografie sui personaggi che popolano il genere che più amiamo, beh, questo libro di Zakk Wylde non fa per voi. Troppo cazzaro e pieno di aneddoti, meno di altre cose che i completisti amano nelle biografie metal.

STARSICK SYSTEM – Daydreamin’ (Bakerteam Records)


Come lo vogliamo chiamare? Modern Hard Rock?  Modern Street Metal? Le etichette possono essere le più disparate ma quello che conta è il risultato! Quello che viene sparato nei nostri timpani è un concentrato di puro Rock’n’Roll ma arricchito da un sound moderno e ricco di melodia  che rende il prodotto fottutamente attuale. Sembra di ascoltare un lavoro che arriva dagli States ma invece sono italiani, si chiamano Starsick System e questo Daydreamin’ è il loro debutto discografico, uscito per Bakerteam. Un debutto carico di adrenalina, che strizza l’occhio al classico Hard Rock ma che non risulta privo di originalità. Il quartetto, composto da Marco Sandron (Pathosray, Eden’s Curse, Fairyland) alla chitarra ritmica e voce, Ivan Moni Bidin (già compagno di Marco nei Pathosray) alla batteria, Valeria Battain e David Donati (già compagni di avventura di Ivan nei Syrayde) rispettivamente basso e chitarra solista, ci regala un concentrato di melodia sostenuto da una solida base ritmica che crea un sound potente ma allo stesso di facile assimilabilità. Potrebbe essere tranquillamente una nuova band americana ad aver creato questo prodotto e invece possiamo esserne fieri perché sono nostri conterranei e questo dimostra che anche noi abbiamo le carte in regola per confrontarci con le realtà estere. Già dall’opener ‘Start Again’ si percepisce che a questa band il groove non manca e la conferma ci è data dal tiro diretto e in your face di ‘Spit It Out’, dal ritornello che rimane impresso nella memoria già al primo ascolto e che  nei live non si potrà fare a meno di cantare.

‘Believe’, singolo da cui è stato estratto un video, presenta un riffing tagliente nel quale la voce di Marco tesse melodie dal sapore eighties ma che non tolgono per nulla la modernità al prodotto. I solos di David si intrecciano alla perfezione con la base ritmica creata dal basso di Valeria, dalla chitarra ritmica di Marco e dal possente drumming di Ivan e il risultato è piacevole all’ascolto ma allo stesso tempo carico di adrenalina ed energia. Un album da ascoltare, da avere e da godere a pieno volume; una band da ascoltare, da supportare e con la quale ci sarà da divertirsi in sede live.

Voto: 8

Line-up:
Marco Sandron
– Vocals/Rhythm Guitars
Valeria “Pizzy” Battain – Bass
David “Dave D.” Donati – Rhythm/Lead Guitars
Ivan Moni Bidin – Drums

 Tracklist:
1) Start Again
2) Spit It Out
3) Believe
4) Tomorrow
5) Interlude
6) Pull The Trigger
7) Don’t Fly Away
8) Let It Go
9) Last Goodbye
10) Strong
11) Back In Time
12) Daydreamin’

[Girli]