Live Report (Nile + Suffocation + Embryo + Resumed)

Due band storiche del death metal tecnico statunitense, i Nile e i Suffocation in tour insieme!
Un sogno che diventa realtà! Siamo a Ljubljana, la capitale della Slovenia, città che sempre più spesso ospita concerti ed eventi internazionali importanti e attira molte persone anche dalla Croazia e dal Nord Est dell’Italia. La location del concerto, il Kino Šiška, un vecchio cinema abbandonato, che nel 2008 è stato completamente restaurato e trasformato in una perfetta sala per concerti di ogni genere.

In apertura alle due band statunitensi, troviamo due formazioni italiane, gli Embryo, gruppo death metal di Cremona e gli abruzzesi Resumed. Purtroppo per problemi legati al traffico, arriviamo verso la fine del concerto dei Resumed. Peccato, perché da quel poco che abbiamo sentito, la band meritava molto.
Alle 20 è l’ora degli Embryo, che in poco più di mezz’ora di set, riescono comunque a scaldare le ancora poche persone presenti all’interno del locale. Presentano il loro terzo album “Embryo” uscito a febbraio 2015. Con la loro batteria martellante, continui cambi di tempo, assoli relativamente melodici nonostante il genere suonato e potenti riff di chitarra, si sono rivelati veramente dei degni opener delle due band principali che stanno per salire sul palco.
Alle 21.00 arrivano sul palco i Suffocation e iniziano subito a picchiare duro con Thrones Of Blood dal terzo album Pierced from Within.
Continuano imperterriti con “Breeding the Spawn” dall’omonimo album del 1993.
Il concerto prosegue senza soste e durante lo show, sopra le altre spiccano As Grace decent, Catatonia, Effigy of forgotten, per terminare, dopo un’ora ininterrotta di musica, con Infecting the Crypts. La band si presenta con un nuovo cantante, Ricky Meyers, della death metal band Disgorge, ed il risultato è veramente brutale.
Ore 22.30, puntuali come un’orologio solare, salgono sul palco i Nile! Le piaghe d’Egitto non sono nulla in confronto al muro di suono che gli statunitensi riescono a tirare fuori dai loro strumenti. Durante tutto il concerto, la sala ormai piena si gode le devastanti urla di Karl Sanders e Dallas Toller…senza pause, senza tregua passano come un rullo compressore Defiling the Gates of Ishtar, Kafir!, Hittite Dung Incantation ed il nuovo singolo Call to destruction, dall’ultimo album What should not be unearthed. La doppia cassa di Kollias ci sfracella letteralmente lo sterno. Tra le varie canzoni che compongono uno dei migliori set mai suonati live, passano veloci i 75 minuti a disposizione della band, che ci saluta con Black Seeds of Vengeance.
Per noi purtroppo la serata è finita, le band continueranno con le ultime tre date di questo tour europeo iniziato il 29 agosto a Varsavia in Polonia. Uno show da ricordare, organizzato da Veseli Dihurčki- Dirty Skunks, che nelle prossimi mesi, porteranno sullo stesso palco i Korpiklaani e i Behemoth. Una discreta affluenza di pubblico, una location fantastica e cosa non meno importante, una birra alla spina veramente buona ed economica.
Visitate il sito www.dirtyskunks.org per tutti gli aggiornamenti del promoter.
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[Manuel Demori]
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Tesseract – Polaris

Questo lavoro ha creato un sacco d’attesa, con il ritorno di Dan Tompkins,senza nulla togliere a Ashe O’Hara,dai Tesseract mi  aspettavo qualcosa di incredibile: lieto di non esser stato deluso.
Polaris è un disco avvolgente, fin da subito percepisco la forte comunicatività,già dall’intro si denota una “avvolgenza” che durerà fino all’ultimo secondo.
Veniamo al dunque, il disco è prodotto in maniera eccelsa,con suoni e cura maniacale, come al solito i Tesseract non si sono risparmiati in fatto di ricerca nell’esecuzione,composizione e arrangiamento. Il sound è decisamente più morbido dei precedenti capitoli,andando ad accendersi nei momenti di maggiore enfasi,senza mai diventare spiacevole rispetto l’ascolto nel contesto dell’album,a parere mio infatti non ci sono pezzi che “rompono” il flusso da Dystopia a Seven Names..ma bensì una sorta di crescendo condito da una quantità smodata di groove.
Lavorare con un concept ben definito è spesso un’arma a doppio taglio, si rischia di non coinvolgere l’ascoltatore,non è questo il caso di Polaris,la cura con cui sono stati stesi testi e musica e l’espressività con cui Dan usa la propria voce, portano l’ascoltatore a immedesimarsi al punto da uscire dallo schema audio/sensazione e provare quasi sulla pelle il concetto che la band vuole trasmettere.
E’ come un disegno tridimensionale della musica dei Tesseract, che si può percepire su più livelli al di fuori di quello uditivo,una caratteristica quasi unica,per lo meno in questo genere,una piacevole sorpresa in fatto di maturità per una band così giovane.
E’ piacevole sentire questa alchimia da una band moderna e della nuova scuola,che esce dal classico schema che porta ad usare la pubblicità per coprire una mancanza di qualità, in uno schenario dove la musica che acquisisce notorietà per merito è sempre meno, i Tesseract hanno partorito un lavoro eccelso,andando ad alzare ancora l’asticella riguardo la loro crescita.
Fin dall’uscita del singolo Messenger, mi hanno tenuto incollato alla newsletter, colpendomi fondamentalmente con l’uso eccelso delle peculiarità dei membri,al servizio del complesso. Sono rimasto impressionato (come ogni volta:live lo scorso inverno, lavori precedenti, inclusi gli skyharbor) dalla performance di Dan Tompkins,che ha ripreso il suo posto nella Band con un carisma e un talento inaudito.

Per una volta senza falsa ipocrisia posso segnare un bel 10, è rarissimo sentire la musica sulla propria pelle.

VOTO: 10/10

setlist:

1. Dystopia
2. Hexes
3. Survival
4. Tourniquet
5. Utopia
6. Phoenix
7. Messenger
8. Cages
9. Seven Names

[tank]

Amorphis – Under The Red Cloud (Nuclear Blast – 2015)

Quelle quattro volte che, ormai, mi avventuro al pub mi assale la strana sensazione di una commedia già scritta. Una sorta di strana rappresentazione teatrale a più atti che, nella loro sequenza, hanno un continuum ogni volta che metto fuori il naso dalla mia fredda grotta e mi mescolo con gli umani. Questo teatro, poi, viene confermato dalla presenza fissa di persone che sono sicuro di trovare in quel luogo, in quella posizione e, se non fosse per il tempo passato fra una mia comparsa e l’altra, con lo stesso argomento.
Non che le settimane/mesi di distanza fra una mia visita e l’altra siano un fattore fondamentale nella variazione degli argomenti trattati, ma diciamo che anche le varie ripetizioni della storia finiscono per esaurirsi e cercano uno sbocco, una valvola di sfogo diversa. Non troppo diversa, diciamo una variazione sul tema.
Ammetto che non mi disturba, dalla mia idealizzazione di pub frequentato, neanche la presenza del retrogusto di kebab e salsa allo yoghurt misto cipolla dei frequentatori più scafati, quei die-hard che si presentavano un tempo e che poi hanno giocato a nascondino per anni per poi ripresentarsi, uguali ma diversi, nello stesso identico pub.
Se teniamo presente che un pub è un luogo d’incontro e che, per molti anni, è composto dalle stesse persone (con qualche variazione sul tema dato da nuove entrate) diciamo che incominciare a studiare la fauna di derelitti e personaggi presenti non è uno sport difficile.
Solo che, se guardi questo spaccato d’umanità per così tanti anni di seguito, alla fine un certo senso di déjà-vu ti assale e non riesci a toglierti la sensazione di dosso che quello che stai guardando non è altro che una variazione sul tema di un atto già visto. Una sensazione nel retro del cranio, ovvio, una sorta di pizzicore non fastidioso, ma presente.
Perché il pizzicore va adeguato e relativizzato. Adeguato al tempo che cambia e al fatto che cambi anche te nel tempo, non si può mica rimanere quelli di 15 anni fa, no? E relativizzato perché, in fin dei conti, quello a cui stai assistendo è ancora una delle rappresentazioni umane che più ti aggradano di molte a cui, volente o nolente, sei costretto ad assistere o partecipare. Quella a cui stai assistendo, in effetti, è anche quella commedia che sai di amare anche se la continua replica potrebbe essere pesante.
Quello che mi sono accorto, nel tempo passato a guardare la gente al pub, è che la mia aspettativa di cambiamento e novità si è progressivamente ridotta. All’inizio ogni volta che arrivavo c’era la smania di una novità, l’imprevisto dietro l’angolo, adesso ci vedo qualche performance straordinaria, chiaro-scuri interessanti, ma spesso e volentieri è una quotidianità accessibile. Pure troppo accessibile. Manca un po’ l’edge. Il momento di scarto. Il brivido della sconosciuto che ti sorprende.
Quello che bisogna dire è che non posso pretendere mica che una routine affermata, interazioni ormai consolidate e considerate vincenti da tutti i partecipanti, vengano sovvertite per il solo scopo di compiacere le mie bizze. Questo lo capisco bene anche io. E forse questo è il maggiore limite che ho provato nel presentarmi, weekend dopo weekend, nello stesso identico posto, con interazioni simili e discorsi simili.
Perché questa piccola commedia da pub è una macchinata oliata, ben strutturata e che, nell’insieme delle sue interazioni casuali, fornisce ancora molti momenti di godimento assoluto. Momenti che ti lasciano intravvedere qualcosa di “oltre”. Forse forse ne percepisci ancora la ruvida onestà iniziale e quell’amico che sa di kebab e porta magliette truci può ancora saltar fuori con spunti degni di nota, quando non è troppo sbomballato e lasciato in disparte.
Se ti siedi un secondo, ecco che capisci che il pub, e la gente che lo compone (che sono il pub, in effetti), sono ormai una pièce teatrale comoda, affermata e con il pilota automatica. Dopo tutti questi anni non puoi mica sempre aspettarti un qualcosa/discorso che ti prenda a sberle in faccia per gli anni a venire, ma la sicurezza di passare il tempo in maniera decente, energica, godibile e, fanculo, speri sempre (anche quando ormai sai che non succederà) che quel cazzone del tipo che sa di kebab, con le magliette bisunte ed improponibili, si faccia avanti e ritorni ad essere quello che faceva da mattatore della serata. Anche solo per più di tre/quattro minuti.
Giusto per variare.

Già, è uscito Under The Red Cloud degli Amorphis.

[Zeus]

Slayer – Repentless [Nuclear Blast – 2015]

REPENTLESS!
Undicesimo album in Studio degli Slayer… il primo dopo la partenza di Lombardo e il ritorno di Bostaph alle pelli… il primo senza Jeff Hanneman che come ci ha ricordato Kerry King in una recente intervista è ormai cibo per vermi… Il primo con Gary Holt alla chitarra, che da maestro di riff qual’è doveva portare un po’ di aria nuova alla band… Tutte premesse che hanno creato molta curiosità e aspettative sul prossimo lavoro della band Californiana.
Risultato? Un’altro album degli Slayer del periodo post ’90: nessuna innovazione stilistica, nessuna sorpresa, nessuna grossa emozione. Irraggiungibili i periodi di Hell Awaits, Raining Blood o South of Heaven, dove la mano stilistica del defunto Hanneman era ai suoi massimi.

REPENTLESS è stato scritto completamente da Kerry King, ad eccetto di una canzone, Piano Wire, scritta per l’album World Painted Blood più di sei anni fa proprio da Jeff Hanneman, ma che non fu mai completata.
Il disco inizia con Delusion of the saviours,  un simpatico intro strumentale di due minuti che collega direttamente la title track Repentless. Riff Slayer. Cantato Slayer. Assoli Slayer. Lo stesso identico discorso vale per la prossima canzone in lista, Take control, per passare ad una un po’ più lenta e ritmata Vice. L’album prosegue con il suo stile Thrash senza grosse sorprese con Cast the first stone, When the stillness come, Chasing Death e Implode. Si arriva a Piano Wire, e dallo stile un po’ si sente che era stata pensata per il precedente album. La prossima, Atrocity Vendor, forse la miglior canzone dell’album con intro botta e risposta di chitarre tra King e Holt che ci riporta finalmente un po’ al passato glorioso della band. Con You against you e Pride in prejudice si conclude REPENTLESS, un disco che dopo un’attesa di sei anni poteva dare decisamente di più. Ascoltiamocelo pure senza troppi problemi e prepariamoci per il prossimo tour mondiale, dove molti di questi brani verranno presentati in sede live, senza avere però la stazza per convivere a lungo con i veri cavalli di battaglia come Raining Blood, South of Heaven o Angel of Death.
E, come al solito, le nuove passano e le vecchie restano!
Un discorso che vale per molte delle band storiche del metal e non solo per gli Slayer, purtroppo.
Voto 6.5
Lineup:
Tom Araya – Basso e Voce
Gary Holt – Chitarra
Kerry King – Chitarra
Paul Bostaph – Batteria
Tracklist:

01. Delusions Of Saviour
02. Repentless
03. Take Control
04. Vices
05. Cast The First Stone
06. When The Stillness Comes
07. Chasing Death
08. Implode
09. Piano Wire
10. Atrocity Vendor
11. You Against You
12. Pride In Prejudice

[Manuel]

Rotting Christ – Lucifer Over Athens (Season of Mist – 2015)

Allora, la batteria è monotona, il cantato è in inglese stentato, gli assoli sono tutti uguali e il suono non è bilanciato, ma chi se ne frega: questi sono i Rotting Christ, re del dark/black metal ellenico.
Dopo 5 minuti solo un sordo può dire di non sentirsi in un arcaico rito blasfemo o in fila alle Termopili con gli altri per farsi trucidare o in piazza a mandare a fanculo la troika.
Quello che conta in questo tipo di live sono le emozioni e qui ci sono tutte.
Ti sembra proprio di esserci in un concerto e chiunque sia stato ad un live dei Nostri sa di cosa si tratta, sa che entusiasmo sanno trasmetterti. I Rotting Christ, in più, hanno qualcosa che molti non hanno: le canzoni. E che canzoni. King of a Stellar war, The sign of Evil existence, Athanatoi Este o come minchia si scrive, insomma canzoni con le palle, che ti prendono e ti entrano in testa. Questo live ne è pieno, due cd interi.
Quindi che dirvi: supportate i Rotting Christ, supportate le band che trasmettono passione e per sempre

NON SERVIAM.

[Skan]

LINDEMANN – SKILLS IN PILLS (2015)

Non essendo un recensore prezzolato, posso permettermi di arrivare con mesi di ritardo a recensire l’esordio solista di Till Lindemann (meglio conosciuto come il frontman dei Rammstein).
Ad onor del vero ho ritardato il più possibile, proprio perché non riesco a trovare una valutazione obiettiva a questo progetto. Ci ho tentato, giuro, ma ogni volta mi sono perso a pensare ad altre cose. Vorrà dire qualcosa?
Il fatto è il risultato dell’unione fra il polistrumentista Peter Tägtgren e il singer Till Lindemann, non porta necessariamente ad risultato superiore alla somma delle singole parti, anzi. SKILLS IN PILLS dei LINDEMANN è, e non lo nasconde mai, un disco dei PAIN con alla voce Quello dei Rammstein. Niente di più, niente di meno.
Non ci sono i groove marziali dei tedesconi e niente di quello che caratterizza la band della ex-Germania dell’Est. Ci sono, invece, tutti gli elementi del sound PAIN: melodie catchy, suoni bombastici, tastierine, chorus bubblegum e l’attitudine che mischia il suono metal e la componente quasi (ma solo in maniera tangente) radiofonica.
I brani di Skills In Pills è questo, con la parte deprimente di un inglese stentato (Lindemann maneggia meglio il tedesco, ma và?, e con l’inglese si arrabatta come può e si sente…) e testi che, in molti casi, sono pressoché imbarazzanti (Golden Shower è una cosa rabbrividente). Possiamo anche soprassedere sull’inglese pericolante, molti dei singer stranieri non maneggiano bene la lingua della fredda Albione, ma la qualità dei testi è comunque necessaria. E quelli di Skills in Pills non raggiungono la sufficienza.
A questo particolare si aggiunge anche la pochezza del prodotto musicale in sé. Se all’ascolto si notano più gli hook al progetto Pain, a qualche ora di distanza non c’è un singolo riff che rimanga in testa o un pattern o qualcosa. Il che, da che mondo è mondo, è il viatico perfetto per far finire il CD nel cimitero degli elefanti: quel posto triste in cui vengono messi i CD che, dopo i ripetuti ascolti iniziali, vanno a svernare fino al momento della totale, inevitabile, dimenticanza.
Discorso diverso va fatto per i chorus. Ecco, su questo nessuno ha niente da obiettare: la band (Tägtgren e solo lui) sanno come fare un coro da piantare subito nel cervello. Tutte, e dico tutte, le canzoni del CD hanno lo stesso procedimento: parte dimenticabile, chorus lucente e scintillante, altra parte dimenticabile. Il gioco è fatto.
Capite anche voi che, pur amando i Rammstein e le opere dello svedese – Hypocrisy-, questo Lindemann mi sembra un po’ troppo piatto e deludente?
Lo ascolto, sorrido e lo dimentico.

Il disco, nella versione deluxe, si chiude con That’s My Heart, l’unica canzone di Skills In Pills composta sia da Tägtgren che da Lindemann. La differenza si sente, allontanandosi dalla sensazione PAIN + Lindemann e avvicinandosi al concetto di band e proponendo un mix fra i Pain meno poppettoni e i Rammstein più orchestrali di Liebe Ist Für Alle Da.

[Zeus]

IRON MAIDEN – THE BOOK OF SOULS (Parlophone/BMG)

L’attesa è stata lunga, ben cinque anni sono passati da quando è uscito The Final Frontier nel 2010, ma finalmente, con qualche mese di ritardo dovuto alla malattia di Bruce Dickinson, gli Iron Maiden presentano il loro nuovo lavoro

THE BOOK OF SOULS

L’uscita è stata preceduta da un singolo qualche settimana prima intitolato The speed of Light. Anche se non mi aveva entusiasmato per niente, comunque non mi ha fatto perdere del tutto la speranza di sentire un disco fantastico. Già nel passato i Maiden ci avevano abituati a singoli pre-album mediocri. Come dimenticare la delusione di sentire per la prima volta Wildest dreams nel 2003 e pensare “basta, sono  finiti”, per poi ricredermi all’uscita dell’album Dance of Death…Sono passati 12 anni da quel giorno, ma l’abitudine di tirare questi brutti scherzi sembra non sia venuta meno.

Fin dal primo ascolto il cd, anzi il doppio cd della durata di 94 minuti, è una bomba. Si inizia con If Eternity Should  Fail, scritta interamente da Bruce Dickinson, e lo stile si sente! Se non fosse per l’inconfondibile basso di Harris, potrebbe essere scambiata per una canzone della sua carriera solista. Sul secondo pezzo , il singolo Speed of Light, è inutile sprecare altre parole e si può passare tranquillamente alla terza song, The Great Unknown, con il tipico inizio post reunion con basso e arpeggio di chitarra acustica, una bella canzone, nella media, non di certo una sorpresa. La musica cambia con la quarta canzone in lista, The Red And The Black, pezzo che supera i 13 minuti, costruita appositamente per essere suonata dal vivo, con i caratteristici coretti del tipo oooh oooh oooh, perfetti per far cantare le folle oceaniche che riempiranno i concerti durante il prossimo tour. Arriva il turno di When the River Runs Deep, intro assolutamente non Maideniano, con un breve riff iniziale contrattempato di chitarra, che non mi convince moltissimo, fino allo sfociare al tipico stile della Vergine di ferro. Una canzone di transizione, che sicuramente non diventerà una Hit. Arriviamo al pezzo che da il titolo all’album, THE BOOK OF SOULS. C’è sempre molta curiosità sulla title track, che però in questo caso, almeno all’inizio, non si rivela all’altezza delle aspettative. Il tutto si movimenta decisamente sul ritornello (che vagamente mi fa venire in mente la strofa di The Dream of Mirrors del 2000) e ancora di più a metà canzone, con il bridge prima dell’assolo in pieno stile del periodo Powerslave. I signori sanno ancora suonare, non c’è dubbio!!

Senza accorgersene passano i 51 minuti del primo Cd ed è ora di inserire il secondo.

La opener track, Death or Glory, è un pezzo relativamente breve per i loro standard, soli 5 minuti di durata. Musicalmente si ispira al passato, con riff diretti, strofa martellante e i due assolo perfettamente incastrati nei classici quattro accordi Iron Maiden.

Un sussulto alla prossima canzone, Shadows of the Valley…L’intro è preso direttamente da Wasted Years, che mi lascia spiazzato al primo momento, ma che una volta fagocitato, è veramente azzeccato. I sette minuti di questa song passano veloci e si prosegue con Tears of the Clown. Una masterpiece ispirata al suicidio di Robin Williams; dalla strofa, passando al bridge e al ritornello, tutto fila alla perfezione. Stiamo giungendo alla fine, con il penultimo pezzo, Man of Sorrows, una piacevole ballad che ci porta al capolavoro assoluto di questo album e non solo… Empire of the Cloud.

Non si può definirla una semplice canzone, ma un’opera teatrale, un romanzo messo in musica, un emozione all’ascolto di ogni nota. 18 minuti firmati da Dickinson, un intro malinconico di pianoforte ed archi, con sottofondo di Harris e chitarre. Un testo coinvolgente che racconta la storia vera di un dirigibile degli anni 30, un gigante del cielo, talmente grande da poter contenere in Titanic. Purtroppo l’R101 non era stato testato perfettamente e nonostante le condizioni meteo avverse e con diversi problemi progettuali, fu fatto partire ugualmente per il viaggio inaugurale al fine di soddisfare le ambizioni di qualche politico. Si è schiantato poche ore dopo nei pressi di Parigi, prendendo fuoco e uccidendo quasi tutti a bordo. L’impero delle nuvole è diventato cenere!

Tutto fila alla perfezione, la musica con il testo, gli assoli e i diversi riff… è come vedere un film della tragedia in diretta. Un’ emozione incredibile!

I 18 minuti sono volati e THE BOOK OF SOULS è terminato. Che dire, un grande album, con molte canzoni che di certo diventeranno dei grandi classici del gruppo. L’unica cosa che resta da fare è riascoltarlo ancora e ancora, attendendo impazienti il tour nel 2016!

Voto: 9

Lineup:

Voce: Bruce Dickinson
Basso: Steve Harris
Chitarra: Adrian Smith
Chitarra: Dave Murray
Chitarra: Janick Gers
Batteria: Nicko McBrain

Tracklist

CD 1

If Eternity Should Fail – 8:28 (Dickinson)
Speed of Light – 5:01 (Smith/Dickinson)
The Great Unknown – 6:37 (Smith/Harris)
The Red and the Black – 13:33 (Harris)
When the River Runs Deep – 5:52 (Smith/Harris)
The Book of Souls – 10:27 (Gers/Harris)

CD 2

Death or Glory – 5:13 (Smith/Dickinson)
Shadows of the Valley – 7:32 ( Gers/Harris)
Tears of a Clown – 4:59 (Smith/Harris)
The Man of Sorrows – 6:28 (Murray/Harris)
Empire of the Clouds – 18:01 (Dickinson)

[Manuel]

Intervista a Chiara Malvestiti (THERION)

E’ un enorme piacere ospitare sulle pagine di Themurderinn Chiara Malvestiti,cantante lirica italiana di enorme spessore, da poco entrata nelle fila dei Therion,qui di seguito riporto la breve intervista che ci ha concesso, di ritorno dal suo esordio con la band Svedese:

Benvenuta sulle pagine di themurderinn, per me è un grande onore dedicare dello spazio e del tempo a te e alla tua musica,come stai?

Ciao a te e tutto lo staff! L’onore e il piacere sono miei, io sto benone giusto un pò stanca dopo questa Estate super impegnativa senza fermarmi mai..!

la prima cosa che mi viene in mente è sicuramente di fare un breve sunto della tua carriera,ti va di parlarcene un po’?

Cercando di essere più breve possibile, la mia carriera musicale inizia con la mia band Crysalys, in maniera più seria dal 2006. Cantando le mie canzoni è emersa presto la mia tendenza naturale all’impostazione lirica; spinta anche da esperti ed insegnanti, è stato facile appassionarsi presto al mondo dell’Opera lirica ed è così che ho cominciato gli studi, prima privatamente poi in Conservatorio. Portando avanti parallelamente queste due strade sotto lo stesso tipo di impegno vocale mi sono ritrovata a vivere esperienze in ambo i mondi, passando da uno stage metal a un teatro mantenendo invariato per quanto possibile il mio modo di cantare.

Come è nata questa opportunità con i Therion? Come sei stata contattata?
La tua immediata reazione?

Ricordo che ero in pieno periodo di prove per un debutto in un ruolo di Mascagni a cui tenevo tantissimo. Quando Christofer mi ha contattato, la mia reazione non poteva che essere di sorpresa e di stupore. D’altronde erano passati 3 anni di totale lontananza dal panorama metal sinfonico, in cui mi ero dedicata esclusivamente allo studio classico, sebbene mi capitasse spesso di ripensare con nostalgia al mio passato ibrido e alla mia musica con la band. Christofer mi ha subito spiegato che riteneva la mia vocalità perfetta per le loro esigenze. Ho presto realizzato che sebbene ci sarebbero state conseguenze sul mio percorso classico, dovevo accettare quella proposta che da sola, giustificava gli anni dedicati al mondo del metal sinfonico.

Parliamo un po’ di musica, come consideravi I Therion prima di questa opportunità? Musicalmente cosa apprezzi maggiormente di loro?
Hai un disco o un brano  preferito rispetto ad altri?

Ho sempre guardato ai Therion con rispetto e ammirazione. La sontuosità della loro musica e l’utilizzo delle voci liriche in maniera assolutamente realistica e fedele, come estrapolata da una scena durante la visione di un’Opera sia per la teatralità che per la tessitura è quello che ho sempre cercato anche nella mia musica. Apprezzo molto anche l’interagire fra i cantanti come appunto avviene in teatro, questo scambio di colori, energie e identità fra “personaggi/interpreti” per me è fondamentale on stage. A livello affettivo “Gothic Kabbalah” è l’album a cui sono più legata, seguito da “Secret of The Runes”, mi ricorda i periodi in cui ero una gothic girl incuriosita e assetata di musica metal con voce femminile, ho sempre preferito le atmosfere più mistiche,solenni, magiche, nordiche.

Come è stato il primo incontro con la band? Ti sei subito sentita a tuo agio?

Sono tutte persone speciali, positive, artisti mossi da un’energia lucente e vibrante accompagnata da sonore e sincere risate e uno sguardo sempre di speranza. Mi sono trovata subito a mio agio con loro sia a livello umano che musicale. Ho capito che anche lì rende gli artisti che sono!

Quali sono i primi impegni in vista e quali sono state le problematiche che hai affrontato nell’immediato? (Musicalmente parlando)

I prossimi impegni in vista sono sicuramente i live, fra festival e tour in Sud America ed Europa; ho anche un po’ di paura di andare a leggere tutte le date annunciate..!. Musicalmente parlando, ho cercato di affrontare e fare pratica prima di raggiungerli in Svezia con gli in ear monitors. Sebbene l’avessi sperimentato, non mi era mai stato necessario con la band, anche su grandi palchi come quello del MFVF in Belgio. Ma è chiaro che su un palco dove si muovono più cantati, le casse spia diventano inadatte; anche in questo sono arrivati preziosi consigli da loro e alla fine non è stato più un problema.

Dell’ipotetica scaletta che ti hanno assegnato, quali sono i punti che apprezzi di più e che ti danno maggiore soddisfazione?

Mi hanno subito chiesto quali pezzi avrei avuto piacere di cantare e anche in questo mi hanno appoggiato, eseguendo poi se non erro tutti i brani che avevo suggerito. On stage è molto divertente cantare la storica “To Mega Therion” e adoro la carica a sfumature vichinge di “Ginnungagap” che fa emergere il mio lato da valchiria wagneriana :D; poi sicuramente a livello di emozioni “Lemuria” fa sempre il suo effetto, ma la mia preferita resta “Son of The Staves of Time” forse per via dei ricordi legati ad essa !

Quali sono gli impegni futuri e le aspettative riguardo il lavoro con la band?

Come sopra, gli impegni futuri riguardano sempre i live. Inoltre in Svezia, durante le prove con la band, ho sostenuto e superato l’audizione riguardante uno dei ruoli principali nella Rock Opera come sapete, sta prendendo vita. non vedo l’ora di cominciare a studiare il ruolo ed il personaggio. Pensare di poter lasciare un ricordo indelebile nella storia dei Therion, soprattutto in una rock opera che rappresenta a pieno la mia appartenenza ai due mondi, è la soddisfazione più grande.

Come gestirai il lavoro con i  Therion e il resto dei tuoi progetti musicali?

Ahhhh bella domanda! In effetti sono un pò preoccupata per questo. Oltre la mia attività con l’Opera (sia a livello di studio che di concerti) nella quale chiaramente ho già dovuto fare delle rinunce, insegno in una rinomata Scuola di Canto a Pesaro ( la città del noto operista Gioachino Rossini) chiamata “Pianeta Musica” del M° Davide Di Gregorio dove sono docente di vari corsi fra cui Metal Sinfonico e i Musical. Spero di riuscire un pò a conciliare tutto e avere anche del tempo per me e per i miei figli pelosi (le mie due tigri siberiane, Bizet e Mimì, che adoro sopra ogni cosa); Questa avventura inoltre, non poteva che aumentare la nostalgia ed i rimpianti verso la mia band, i Crysalys, e quell’album quasi pronto che prima o poi vorrei realizzare.

Vuoi esprimere un parere personale sull’inizio di questa esperienza?

Sicuramente provo una rosa di emozioni fortissime e diverse, alternando momenti di preoccupazioni di varia natura, a quelli di emozione pura e limpida a un senso di armonia con il mio spirito, dovuto ad un percorso di crescita personale importante che si è delineato. Essere un cantante significa anche questo, connettersi totalmente con il proprio animo più recondito, con gli altri e con la mente più vigile. Io penso che nella vita nulla accada per caso, bisogna essere forti e positivi. Sempre. Senza mai dimenticare le nostre radici e priorità. Grazie di cuore per tutta la stima, affetto e interesse nei miei confronti. Ringrazio davvero tantissimo te e tutto lo staff dei Themurderinn e spero di incontrarti presto.

Ti auguro tutto il meglio,  è stato un piacere, in bocca al lupo per il prossimo futuro

Un abbraccio grandissimo, Chiara.

photo credits:
Fabio Amurri
Salvatore Perrone
Johan Kullberg
Mina Karadzic

Per le foto: THEMURDERINN

[Tank]

Wacken Open Air 2015 – Report

Wacken Open Air è spesso sinonimo di pioggia, fango, e clima propriamente non mite, cosa che non dovrebbe sorprendere nessuno, dato che la location di uno dei principali festival metal a livello mondiale si trova a qualche decina di km dalla Danimarca. Quest’anno però, il clima è stato particolarmente inclemente, tanto che l’organizzazione stessa si è trovata più volte in situazioni ai limiti dell’emergenza, operando assieme alle forze dell’ordine, al pronto soccorso e agli abitanti del posto per rendere il tutto più vivibile.

Fatte queste premesse, passiamo a narrarvi quanto accaduto musicalmente parlando in terra tedesca.

Mercoledì 29 luglio è il primo giorno di Wacken. Pioggia, fango e gente che sprofonda nella melma non fa desistere la gente dall’assistere ai primi concerti del festival. Nel pomeriggio tocca ai GENTLE STORM di Anneke van Giesbergen suonare sul Wackinger Stage; gli olandesi fanno un buono show penalizzato però da suoni non propriamente all’altezza della situazione. La sera è il turno di due mostri sacri dell’hard’n’heavy: ULI JON ROTH prima, con una performance sicuramente di livello, e gli EUROPE poi, nell’enorme tendone dell’Headbanger Stage (che comunque non riesce a contenere tutti i presenti). Scaletta fortemente legata ai pezzi nuovi del gruppo svedese, anche se non mancano i vecchi classici, cantati per altro da un Joey Tempest in splendida forma.

La pioggia non si ferma neanche nella notte, e così pure giovedì 30 si presenta umido e fangoso, come nella migliore tradizione wackeniana. Già dal mattino, nei tendoni del W.E.T. Stage e dell’Headbanger si esibiscono i gruppi vincitori delle varie Metal Battles. Segnaliamo gli ETHEREAL SIN, gruppo asiatico dedito a un black/gothic metal ben composto e ben eseguito. Nel pomeriggio è la volta di UDO, accompagnato dall’orchestra, il quale non perde occasione di ripresentare anche i brani storici del suo periodo Accept, fra cui la famosa “Princess of the Dawn”. Ma il piatto forte arriva alla sera, quando a calcare (contemporaneamente) i palchi del True Metal Stage e del Black Stage sono i SAVATAGE e la TRANS-SIBERIAN ORCHESTRA. L’inizio dello show è incentrato sulla storia dei Savatage: “Gutter Ballet”, “Edge of Thorns”, “24 hours ago” e “Hall of The Mountain King”, tra gli altri, mandano in visibilio i numerosi presenti, che speravano in questo momento da anni. Dopo è la volta della Trans Siberian Orchestra, con uno show di impatto, sia dal lato visivo che da quello musicale. Infine, lo show procede con entrambi i gruppi sul palco, dove viene tra le altre cose interpretata una bellissima versione di “Believe” in duetto. Concerto storico, aldilà delle critiche dei fan della vecchia guardia dei Savatage, che magari avrebbero preferito meno orchestra e più pezzi del gruppo americano.

Per gli appassionati di meteo, venerdì finalmente smette di piovere: un timido sole si affaccia all’orizzonte, e con rinnovato spirito accorriamo alle esibizioni del giorno. Tocca agli EPICA e agli ANGRA aprire le danze, verso le 11 di mattino: di questi ultimi abbiamo il piacere di vedere all’opera Fabio Lione, che padroneggia i pezzi dell’ultimo “Secret Garden” così come i vecchi successi del quintetto brasiliano. A seguire è il turno degli ENSIFERUM, protagonisti di uno show decisamente molto seguito e interessante. Subito dopo, sul Party Stage, la cui area è stata particolarmente martoriata dalla pioggia e dalla palta, è il turno degli svedesi FALCONER. Lo show è seguito con attenzione, anche e soprattutto per l’ottima prova vocale di Mathias Blad, e presenta numerosi estratti dall’ultimo “Black Moon Rising”. Il pubblico pare apprezzare notevolmente anche le vecchie “Vargaskall”, “Royal Gallery” e la immancabile “Mindtraveller”.

Quanto al pomeriggio, una performance di altissimo livello ce la offrono i QUEENSRYCHE: il gruppo americano, a parte qualche sbavatura iniziale, è preciso, roccioso e protagonista assoluto è il nuovo cantante, Todd La Torre che ci appare in forma smagliante. Dal repertorio di classici il quintetto ci offre la veloce “The Needle Lies”, “Eyes of a Stranger” e l’acclamatissima “Queen of The Reich”. Terminato il loro show, è il turno degli OPETH, prima, e dei DREAM THEATER, poi. Show decisamente buoni entrambi, ma James Labrie non pare al massimo della sua forma.

Headliner della serata sono i RUNNING WILD: una scaletta interessante, con “Under Jolly Roger” in apertura dopo l’intro, e un pubblico assolutamente entusiasta di ciò che sente. Però in qualche frangente il gruppo tedesco sembra un po’ stanco o poco convinto.

Infine, arriva sabato 1 agosto. Ormai sole e temperature miti la fanno da padrone, il che rende particolarmente facile seguire i concerti dei POWERWOLF, che deliziano l’impressionante folla venutasi a creare col loro heavy/power metal dalle sfumature sinfoniche, e gli AMORPHIS, che celebrano il ventennale riproponendo il loro vecchio capolavoro “Tales from the Thousand Lakes”.

Dopo la parentesi trascurabile di DANKO JONES e un “ROCK MEETS CLASSIC” forse messo in posizione così alta in scaletta solo per la presenza di ospiti di prim’ordine (tra cui il solito Michael Kiske), è la volta dei SABATON. Performance decisamente buona, supportata anche da una nutritissima schiera di fan, resa ancora più calorosa dopo aver appreso che il gruppo svedese sta registrando quel concerto per farne un dvd dal vivo. Tra canzoni in bilico fra power, heavy ottantiano e orchestrazioni, e allegri siparietti, il concerto termina e giunge così l’ora dei JUDAS PRIEST, headliner di questa memorabile serata. La quantità di gente accorsa è spaventosa, forse anche per i vari passaparola e le varie conferme che vogliono Rob Halford in particolare forma per questo tour (sappiamo bene come anagraficamente sia ormai prevedibile il calo che da qualche anno ha colpito la sua leggendaria ugola). Lo show non tradisce le aspettative, anzi impressiona il pubblico: il gruppo heavy metal per eccellenza sforna classici dopo classici, alternandoli a qualche estratto dall’ultimo disco in studio (“Redeemer of Souls”): “Victim of Changes”, “Breaking the Law” e “You’ve Got Another Thing Comin'”, con tanto di assolo chilometrico del giovane Richie Faulkner, mandano in visibilio il pubblico, così come l’acclamatissima “Painkiller”.

Dopo lo show dei metal gods spetta ai CRADLE OF FILTH e agli OBITUARY dare alla giornata tinte più fosche, e con essi si conclude così l’edizione 2015 del famoso open air tedesco. Non ci resta che augurarci che la prossima edizione sia ancora più ricca e fortunata di questa.

[Somberlain]

Kaltenbach Open Air 2015 – Giorno 3

Siamo arrivati al terzo giorno del festival e noi di TMI siamo più ruspanti che mai.
Rispetto a noi, buon trequarti del festival ha subito un decadimento a cui solo l’Uranio Impoverito può aspirare (battute da capogiro). Dicevo: noi di TMI tiriamo avanti, nonostante la salute sia una condizione utopica… ma quando il Dio Metallo ti chiama, la salute si mette in silenzio e si va ad adorare il Grande Capro.
E oggi, come giornata, il Grande Capro ha di che leccarsi gli zoccoli.
Come nelle giornate precedenti, i veri metallari si vedono al mattino… e infatti noi dormiamo come ghiri e ci andiamo a mangiare specialità locali. Il festival sta già pompando watt nell’aria e questo si sente per tutta la valle.
Arriviamo alla location del festival giusto giusto per vederci i Mater Monstifera. La band suona un misto Dimmu Borgir + Gravemorm etc che mi lascia molto indifferente. Loro ci mettono impegno, niente da dire, ma è un genere che mi annoia.
Per questioni inerenti a condizioni fisiche debilitate (la salita al festival ci aveva spossato…) ci siamo seduti su un prato poco distante dal palco per tutta l’esibizione dei Selbstentleibung. Non posso dare giudizi su come hanno tenuto il palco, ma il sound depressive black metal era potente. Il pubblico davanti al palco (voci di voci) era folto, ma suppongo per attendere la band successiva: i Gutalax.
I Gutalax, grinder della Repubblica Ceca, sono una specie di ignorantissima rivelazione. L’attitudine è quella cazzare, relax e molto fun-oriented e i 40 minuti a loro disposizione scorrono velocissimi. Il pubblico impazzisce e si prodiga in un continuo pogo e persino il primo e unico Wall Of Death di tutto il festival. Quello che mi piace di queste band grind è il divertimento che trasmettono e il pubblico lo recepisce e interpreta a modo suo. Cosa significa? Che si vedevano travestimenti (persino un ragazzo/una ragazza? vestito da merda), gente in abbigliamenti stravaganti, gente sul palco… ecco, attitudine cazzara. I pezzi? Un grind veloce, orecchiabile, con un pig squeal come voce… ma bisogna ammettere che era superfluo, tanto il cantante era uno showman divertente.
Dopo l’esibizione dei Gutalax, il pubblico si disperde (suppongo che molti fossero venuti solo per la loro esibizione, per poi tornare a disfarsi di birra nelle tende) e si ritorna all’affluenza classica delle 18.
Cambio di palco (veloce!) ed ecco che si ritorna all’attitudine più dark che contraddistingue questo festival. Il divertimento bizzarro dei Gutalax lascia spazio alle atmosfere dei greci Rotting Christ.
Questa è una delle band che VOLEVO vedere in questo Kaltenbach, perciò sono impaziente che lo show inizi. Sakis e compagnia stanno portando in giro il tour per promuovere Kata Ton Daimona Eaytoy, l’ultimo disco in studio. Nei giorni precedenti l’inizio del concerto è anche uscito il primo disco dal vivo della band (Lucifer Over Athens) e perciò questo era un doppio evento.
Il concerto è incentrato quasi tutto sui brani di Kata Ton Daimona Eaytoy (moltissimi gli estratti), ma non mancano anche i brani da Aealo, Sanctus Diavolos o The Mighty Contract… perciò non ci si può certo lamentare. La band è in forma e si vede che si diverte a suonare dal vivo. I suoni sono fantastici e la cosa aiuta moltissimo il sound della band, visto che un suono impastato avrebbe fatto perdere il mix con le basi pre-registrate.
Queste non diminuiscono l’assalto black metal della band, ma ne ampliano lo spettro e rendono ogni brano molto potente e avvolgente.
Sakis è un frontman esperto e incita la folla, mentre il resto della band macina riff, pattern o assoli.
Unica mancanza? Non hanno fatto King Of A Stellar War o Non Serviam. Ma non si può volere tutto, in fin dei conti avevano 50 minuti a disposizione e non potevano fare miracoli (e bisogna tenere conto che sono in tour da una vita fra concerti a supporto di KTDE e quello dedicato di dischi più vecchi).
Cambio di palco (devo dire veloce e preciso?) e setting dei suoni (ottimi anche stavolta) e di fianco alla batteria vengono posizionate due belle croci rovesce. Il Grande Capro ha scalpitato di gioia nel vederle.
I God Dethroned arrivano sul palco e c’è subito una strana sensazione: la band sembra annoiata. Suonano bene, potenti ed il death metal battagliero ha un buon tiro, ma loro sembrano scazzati. Cosa che viene ribadita dai commenti fastidiosi del frontman. Niente di grave, sia chiaro… ma traspariva una certa dose di “togliamoci via il dente”. Peccato.
Dopo un set ben eseguito, freddo ma ben suonato, ecco che arrivano le due canzoni finali: una delle quali è Villa Vampiria dall’album Ravenous. Sarà la canzone, sarà la risposta del pubblico, ma la band sembra metterci molta più convinzione e la canzone ne esce una bomba… se avessero messo la stessa potenza e determinazione anche nel resto del set il giudizio sarebbe stato molto diverso.
Gli olandesi lasciano il palco, ma gli applausi ci sono. Perciò non si può certo dire che hanno deluso.
Il problema delle recensioni è non lasciarsi trascinare troppo dalla comparazione fra un set e l’altro o dalle proprie aspettative… ecco, il banco è saltato quando sono saliti gli Anaal Nathrakh.
Gli inglesi si presentano con il loro abbigliamento molto casual, non serve molto “trucco & parrucco” quando si hanno delle bombe sonore da far esplodere nelle orecchie dell’ascoltatore.
Il set è un concentrato di violenza assurda. Gli Anaal Nathrakh non si risparmiano un secondo, a parte le presentazioni dei pezzi da parte di V.I.T.R.I.O.L. che non disdegna un sarcasmo feroce e velenoso, e si sente. Il set è intenso e comprende brani come Between Shit And Piss We Are BornForging Towards The SunsetOf Fire And Fucking Pigs… e molti altri. Nell’ora a loro disposizione gli inglesi hanno dato una lezione su come suonare violenti, cattivi e brutali. Il grind-black metal esce fuori perfetto dalle casse, tanto che ogni aggressione sonora, ogni scream o growl è perfettamente comprensibile anche in mezzo al turbinio di suoni dati dalle due chitarre e dalla sezione ritmica.
Un commento unanime da parte dei vostri inviati di TMI? Ti trasmettono violenza e odio, ti annichiliscono senza riserve. Non servono grandi cose, questi hanno piazzato la bomba e l’hanno fatta esplodere.
E poi, diciamocelo, come fai a non amare una band che saluta così il pubblico? “Vi siamo piaciuti? Se sì sono contento. In caso contrario spero che non vi schiantate con la macchina quando rientrate verso casa… è il meglio che posso dirvi“.
Nonostante la mia personale passione per Marduk e Rotting Christ, gli Anaal Nathrakh sono i vincitori assoluti del festival.
Fra il set degli Anaal Nathrakh e quello degli headliner della giornata (i Dark Funeral) c’è tempo per la celebrazione dei 10 anni di attività del festival. Fuochi d’artificio, entusiasmo, applausi e la sensazione che questo sia un festival da tenere sott’occhio.
Dopo gli scoppi e la colonna sonora affidata ai Metal Warrior Manowar, ecco che si preparano a salire sul palco i blackster svedesi Dark Funeral.
L’attesa è alta, soprattutto perché è anche l’occasione di vederli dal vivo senza Emperor Magus Caligula. Alla voce c’è il ben meno imponente Heljarmadr e la differenza, anche come approccio, si sente. Il palco è addobbato e tutto è pronto per il rituale satanico promesso da Lord Ahriman e soci.
Pronti, Satana, Via.
La band inizia subito scaldando i motori con My Funeral e si incomincia subito a storcere il naso. I suoni, per la prima volta in assoluto nel festival, sono calibrati malissimo e si fatica a comprendere qualcosa del growl/scream del cantante… nonché molte parti strumentali. Quando Lord Ahriman parte con i solo, ecco che parte un casino sul casino. No bueno, amigos. No bueno.
Il set prosegue e il suono è sempre sporchissimo, confuso… a questo si aggiunge un particolare molto, ma molto, fastidioso: la band sbaglia spesso e volentieri. A partire dal leader della band a scendere, tutti si incartano, sbagliano o perdono il tempo. Non si sentono nelle spie? Sbagliano e basta? Non possiamo saperlo… ma le chiusure errate ed il batterista che, picchiando come un fabbro, va a farfalle è un brutto vedere per una band che ha 21 anni di storia sulle spalle.
Sono irritato dalla qualità scarsa della proposta e mi allontano per prendermi qualcosa da mangiare… i suoni, da distante, non migliorano (ci si spera sempre, si da la colpa al fatto che si sentono le casse del palco o altro) e ci rassegniamo a vedere una band storica eseguire un set molto deludente.
Ammetto che gli ultimi due/tre pezzi sembravano migliori degli altri, cosa che non aumenta molto il giudizio sulla loro esibizione, ma almeno li riscatta e mette il dubbio che fosse solo un problema di spie sul palco.
Bisogna dire una cosa: i Dark Funeral avevano vita difficile a superare una esibizione potente e feroce come quella degli inglesi. Succede, qualche volta, che gli opener siano più efficaci degli headliner.

La truppa di TMI, dopo aver immolato al Grande Capro un panino col polpettone e uno con la polpetta, si dirige verso l’Hotel sulle note della band del Late-Night Show: i Bäd Hammer.

Vorrei fare un piccolo sunto veloce di questo festival, così da dare un parere su altre cose rispetto alla sola musica:

LOCATION: Il festival è in un’ottima posizione, immersa in una foresta e perfetta per le atmosfere dei gruppi black metal. Essendo distante dal paese è possibile far fischiare le casse senza problemi di sorta. Ulteriore punto a favore è proprio la gente del paese (Spital Am Semmering): tutti molto gentili e comprensivi del fatto che, per tre giorni, ci sarà l’invasione delle armate del Demonio. Basta un reciproco rispetto e tutto funziona.

ORGANIZZAZIONE: Non ci sono appunti da fare. Code minime per prendere da mangiare e nessuna per rifornimenti di bevande. Cibi (fritti) sia per vegetariani che per carnivori, perciò tutti avevano qualcosa con cui nutrirsi. I bagni erano presenti in tutto il festival e gli spazi camping erano nelle immediate vicinanze del concerto. Non c’erano docce, ma l’organizzazione aveva segnalato dove potersi lavare, oltre a dare consigli vari ed eventuali su dove mangiare etc.

TECNICI & SECURITY & SERVIZIO PRONTO SOCCORSO: Un plauso ai tecnici del suono e chi ha lavorato dietro le quinte. Tutto era praticamente perfetto. I concerti iniziavano spaccati al secondo, pur senza avere un secondo palco a disposizione, e i suoni si sono rivelati ottimi per tutti i tre giorni (con qualche piccola nota sui Dark Funeral, ma è veramente una pecca minima).
La security era discreta e anche sotto il palco non ha mai causato problemi. Una lode particolare va anche al presidio medico: le due ragazze e il ragazzo della Croce Rossa hanno fatto turni estenuanti, ma erano sempre presenti.

METALLARI DEL KALTENBACH: Un bel mix di vecchia guardia e nuove leve del metal. Birra ne scorreva a volontà, così come altri alcolici… ma nessun problema rilevato. Metallari sfiniti, esausti, ma non c’era il classico violento o rompicazzo. Si sfasciavano e rimanevano accartocciati per terra, panchine o ovunque fossero. Una dignità metallara ce l’hanno anche loro. Altra menzione degna di nota: il pogo c’era, ma così anche il rispetto. Se uno/a cadeva, molti facevano cerchio intorno a lui/lei per proteggerlo dalla calca e lo aiutavano a rialzarsi e raccogliere eventuali effetti personali persi nello scontro. Questi, nonostante tutto, sono bei gesti.

[Zeus]