Amorphis – Under The Red Cloud (Nuclear Blast – 2015)

Quelle quattro volte che, ormai, mi avventuro al pub mi assale la strana sensazione di una commedia già scritta. Una sorta di strana rappresentazione teatrale a più atti che, nella loro sequenza, hanno un continuum ogni volta che metto fuori il naso dalla mia fredda grotta e mi mescolo con gli umani. Questo teatro, poi, viene confermato dalla presenza fissa di persone che sono sicuro di trovare in quel luogo, in quella posizione e, se non fosse per il tempo passato fra una mia comparsa e l’altra, con lo stesso argomento.
Non che le settimane/mesi di distanza fra una mia visita e l’altra siano un fattore fondamentale nella variazione degli argomenti trattati, ma diciamo che anche le varie ripetizioni della storia finiscono per esaurirsi e cercano uno sbocco, una valvola di sfogo diversa. Non troppo diversa, diciamo una variazione sul tema.
Ammetto che non mi disturba, dalla mia idealizzazione di pub frequentato, neanche la presenza del retrogusto di kebab e salsa allo yoghurt misto cipolla dei frequentatori più scafati, quei die-hard che si presentavano un tempo e che poi hanno giocato a nascondino per anni per poi ripresentarsi, uguali ma diversi, nello stesso identico pub.
Se teniamo presente che un pub è un luogo d’incontro e che, per molti anni, è composto dalle stesse persone (con qualche variazione sul tema dato da nuove entrate) diciamo che incominciare a studiare la fauna di derelitti e personaggi presenti non è uno sport difficile.
Solo che, se guardi questo spaccato d’umanità per così tanti anni di seguito, alla fine un certo senso di déjà-vu ti assale e non riesci a toglierti la sensazione di dosso che quello che stai guardando non è altro che una variazione sul tema di un atto già visto. Una sensazione nel retro del cranio, ovvio, una sorta di pizzicore non fastidioso, ma presente.
Perché il pizzicore va adeguato e relativizzato. Adeguato al tempo che cambia e al fatto che cambi anche te nel tempo, non si può mica rimanere quelli di 15 anni fa, no? E relativizzato perché, in fin dei conti, quello a cui stai assistendo è ancora una delle rappresentazioni umane che più ti aggradano di molte a cui, volente o nolente, sei costretto ad assistere o partecipare. Quella a cui stai assistendo, in effetti, è anche quella commedia che sai di amare anche se la continua replica potrebbe essere pesante.
Quello che mi sono accorto, nel tempo passato a guardare la gente al pub, è che la mia aspettativa di cambiamento e novità si è progressivamente ridotta. All’inizio ogni volta che arrivavo c’era la smania di una novità, l’imprevisto dietro l’angolo, adesso ci vedo qualche performance straordinaria, chiaro-scuri interessanti, ma spesso e volentieri è una quotidianità accessibile. Pure troppo accessibile. Manca un po’ l’edge. Il momento di scarto. Il brivido della sconosciuto che ti sorprende.
Quello che bisogna dire è che non posso pretendere mica che una routine affermata, interazioni ormai consolidate e considerate vincenti da tutti i partecipanti, vengano sovvertite per il solo scopo di compiacere le mie bizze. Questo lo capisco bene anche io. E forse questo è il maggiore limite che ho provato nel presentarmi, weekend dopo weekend, nello stesso identico posto, con interazioni simili e discorsi simili.
Perché questa piccola commedia da pub è una macchinata oliata, ben strutturata e che, nell’insieme delle sue interazioni casuali, fornisce ancora molti momenti di godimento assoluto. Momenti che ti lasciano intravvedere qualcosa di “oltre”. Forse forse ne percepisci ancora la ruvida onestà iniziale e quell’amico che sa di kebab e porta magliette truci può ancora saltar fuori con spunti degni di nota, quando non è troppo sbomballato e lasciato in disparte.
Se ti siedi un secondo, ecco che capisci che il pub, e la gente che lo compone (che sono il pub, in effetti), sono ormai una pièce teatrale comoda, affermata e con il pilota automatica. Dopo tutti questi anni non puoi mica sempre aspettarti un qualcosa/discorso che ti prenda a sberle in faccia per gli anni a venire, ma la sicurezza di passare il tempo in maniera decente, energica, godibile e, fanculo, speri sempre (anche quando ormai sai che non succederà) che quel cazzone del tipo che sa di kebab, con le magliette bisunte ed improponibili, si faccia avanti e ritorni ad essere quello che faceva da mattatore della serata. Anche solo per più di tre/quattro minuti.
Giusto per variare.

Già, è uscito Under The Red Cloud degli Amorphis.

[Zeus]

Un pensiero su “Amorphis – Under The Red Cloud (Nuclear Blast – 2015)

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