MANNAGGIA AI SINTH

Questo disco, per me rappresenta la delusione.
Ero in fissa piena coi Maiden, e cercavo di recuperarmi tutti i cd loro (all’epoca non c’era l’internet), quindi la discografia me la stavo facevo in modo sparso, facendomi passare i CD da gente varia e quando avevo soldi comprando le ristampe via posta da Nannucci. Il tutto senza logica, nel senso, che se trovavo uno che aveva X Factor, quello me lo facevo passare, la settimana dopo magari mi recuperavo Killers, poi il mese dopo compravo Piece Of Mind, e così via. Un giorno vado a casa dalla mia ragazza di allora e vedo SOMEWHERE IN TIME nascosto tra la merda varia dei CD del padre; con qualche scusa me lo faccio prestare e me ne torno a casa, lo metto su e… niente, cazzo, questi suoni con i sinth non sono riuscito a digerirli. Poi, ascoltandoli dal vivo e riascoltandolo 1000 volte, ho rivalutato grandi canzoni come Wasted YearsCaught Somewhere In Time o Alexander The Great, però non è di certo l’album che mi fa impazzire.
E poi quei sinth… Io mi aspettavo chissà che, i Maiden non mi avevano mai deluso fino ad allora.. Va beh, si andò avanti, i Maiden mi riservarono altre soddisfazioni nel tempo.
Ah ragazzi, questa è la mia opinione, non seppellitemi di insulti, che i fans dei Maiden sono giusto meno permalosi di una vegana nel periodo premestruale, eh!

[Skan]

Annunci

Se io dico PEACE SELLS voi che rispondete?

Una volta io e un mio amico abbiamo deciso di sfruttare un bonus cinema gratis e trovarci, dopo lavoro, per andare a vedere al cinema i Big 4.
Era un giorno infrasettimanale, siamo arrivati al cinema subito dopo lavoro, un po’ in ritardo, e lo spettacolo era già iniziato. In più, il nostro bonus cinema non era valido per la proiezioni di concerti. Ma nessun problema, avendo la faccia come il culo e sfruttando il fatto che la direttrice del cinema si sentiva in colpa di aver fatto entrare gratis allo stesso spettacolo il suo ragazzo (W l’ITALIA!!!), ci siamo accordati con lei che saremmo entrati e non avremo dato troppo nell’occhio, nel caso fosse entrato un ispettore o chi sa chi a chiederci il biglietto. Entrammo in sala giusto per vedere iniziare lo show dei Megadeth. Ci sediamo dietro, togliamo le giacche, cerchiamo di non disturbare chi era già seduto e niente, a Peace Sells eravamo a cantare a squarciagola e fanculo a chi guardava, perché quando partono certe canzoni… che ve lo dico a fare, certe canzoni sono fatte per essere cantate, per muovere la testa ai concerti, per premere l’acceleratore in auto, per fare air-guitar durante gli assoli, per fare le corna e le facce brutte quando passi davanti ad uno specchio e per essere urlate ai cinema.
E PEACE SELLS, di queste canzoni ne è zeppo.
Quindi, quando tornate a casa, mettete su questo disco e pogate un po’ con i vostri figli, alzate il volume, e urlate i ritornelli in inglese stentato finché i vicini non bussano con la scopa sulle pareti, che ogni tanto il metal serve anche a questo.
You, my next victim! YOU NEXT TO DIEEEE!

[Skan]

Che cazzo posso aggiungere io, che non ha già detto il buon Skan qua sopra?
Facciamo così, io vi racconto un’altra cosa. Una riflessione alla buona, di quelle che si fanno quando ci si incontra al pub e, dopo aver capito che fine hanno fatto tutti i conoscenti in comune, ci si mette a parlare di metal.
Peace Sells… But Who’s Buying? è la ragione o, almeno, una delle ragioni per cui gli attuali Megadeth vengono accusati (e ci manchrebbe altro) di essere solo dei signori di mezza età spompi e senza idee. Se ti confronti con delle bombe come queste (o un Rust In Peace, ovvio), parti che hai perso… c’è un cazzo da fare. Spiacenti, incassa e porta a casa.
Hai voglia te a giustificare la maturità, la vecchiaia, i soldi fatti (e sputtanati in chilotoni di droga), il born-again che ha sfondato i coglioni un po’ a tutti… ma se i pezzi non ci sono e, nel passato, nella sfrenata giovinezza, ti trovi pallottole all’uranio impoverito come Peace Sells, Devils Island etc cosa puoi dire?
L’unica cosa sensata, ve lo dico io, è andare nel vostro reparto CD, tirare fuori questo disco, metterlo nell’Hi-Fi (o metterlo in riproduzione su iTunes) e ascoltare Peace Sells… But Who’s Buying?
Fatto questo, andate da chi non lo conosce e, con bontà, gli passate il CD e lo convertite.
Il buon metallaro fa proseliti e converte al VERO verbo chi, nella cecità dell’eresia, conosce solo i Limp Bizkit… e li reputa metal.

[Zeus]

Slayeeeeeeeeeeeer

Esistono dischi più veloci di Reign in Blood? Sì.
Esistono dischi più pesanti di Reign in Blood? Hai voglia!!
Esistono dischi più brutali di Reign in Blood? Ci puoi scommettere, son passati 30 anni!!
Esistono dischi come Reign in Blood quindi? No, non esistono.
Da quando parte Angel of Death fino all’ultimo attimo di Raining Blood è tutto in tensione, è tutto un fiume
in piena che ti travolge, con tutti i componenti degli Slayer che ti scaricano addosso la loro rabbia senza un attimo di pausa. Disco pazzesco. Quando è finito neanche ci credi, che ti sei preso tutte ‘ste mazzate eppure sei così contento; un disco che ti fa sudare solo ad ascoltarlo e il tutto in 30 minuti.
Credo che non devo dirvi il significato che ha questo disco per tutta la scena metal e neanche di consigliarvelo, perché lo avrete già ascoltato 1654 volte al minimo.
Queste sono cose che fanno proprio bene allo spirito, cose fatte bene, proprio come piacciono a noi.

[Skan]

Mi ricordo che quando mi hanno passato Reign In Blood, e l’ho messo nel mio lettore CD portatile (ve li ricordate ancora? Altro che ipod, cristo, quella era la scomodità fatta oggetto per andare in giro), mi è arrivato uno schiaffone in faccia da 30 minuti. Niente di più e niente di meno. Ho avuto la sensazione di aver ricevuto un manrovescio da uno con la mano particolarmente pesante.
Il motivo? I ritmi, parossistici, la violenza verbale e sonora, gli assoli veloci, compressi, e i temi trattati. Ecco. Il mix ti faceva capire che, con gli Slayer, giocavi in un campionato ben diverso da quello che frequentavi di solito. Passare dal campionato e arrivare in Champions League (tanto per fare un paragone a cazzo di cane che ci sta sempre nelle recensioni).
Non mi metto neanche a fare il track-by-track, come vedo fare in altri siti, perché è lesivo per l’intelligenza di chi legge per ben due motivi:
1) se hai già sentito questo disco, allora sai di cosa parlo;
2) se non hai mai ascoltato Reign In Blood allora meglio che ti metti in pari.

La sua importanza? Fondamentale. E lo dice una cosa: se nel 2016 ci sono x-migliaia di band (e fan) che lo riveriscono un motivo c’è… e se i dischi più compatti, brutali e veloci vengono etichettati come “gli Slayer del [aggiungete genere metal estremo a caso]” vuol dire che dopo 30 anni Reign In Blood ha settato uno standard.
Però, a conti fatti, irraggiungibile.

[Zeus]

Bon Jovi – Slippery When Wet

Questo disco, come il suo autore, non è la mia tazza di tè, ma devo riconoscere che ha vinto tutto.
Dopo 30 anni le radio lo passano ancora. A Virgin Radio mi sa che c’è gente che ci ha fatto la carriera passando sto disco ininterrottamente per 30 anni.

[Skan]

Giovanni Bon Giovanni non l’ho mai apprezzato.
Qualche anno dopo la sua uscita (ricordiamolo: 1986), mi ricordo le ragazze che, quando partiva You Give Love A Bad Name nella compilation del “mettitore-di-dischi” della festa, si scioglievano come ghiaccioli al sole (a parimerito con Wanted Dead Or Alive). Giovanni Bon Giovanni, per loro, era il cowboy con il cuore tenero, per me era uno che aveva capito come mettere in caldo la fava.
La sua musica, in ogni caso, non mi è mai piaciuta.

[Zeus]

Tool – 10.000 Days


In questo periodo sto guardando l’archivio di TMI e noto che ci sono delle mancanze. O mi sono fumato la trielina o sono sparite nel buco nero di TheMurderInn… in ogni caso manca 10,000 Days dei TOOL all’appello.
Questo disco l’ho praticamente fuso nel lettore. All’inizio avevo un rapporto conflittuale con questo disco: dopo due bisonti come Aenima e Lateralus, è difficile uscirsene con un disco efficace. Da qui il mio iniziale disamoramento per 10,000 Days. Le tracce “Wings For Marie” e “10,000 Days” erano troppo lente, “Rosetta Stoned” troppo particolare, “The Pot” troppo semplice… Tutte opinioni che, con l’ascolto, ho cambiato.
Se la doppietta iniziale di Vicarious e Jambi settano il disco su un progressive metal molto groovy, il lento flavour etereo di Wings Pt. 1 e Pt. 2 sono un binomio che stacca e si staglia sul resto del disco. Non si recepisce subito la grandiosità delle due canzoni, ma pian piano ti infettano e ti ritrovi a tendere l’orecchio e aspettarti quella lentezza e quella fragilità così pronunciata che solo due grandi pezzi dei TOOL sanno fornirti.
Se il finale di un’ideale prima parte del disco può essere vista con The Pot (groovy e efficace), la seconda cinquina di brani mette a fuoco un retroscena quasi da X Files. I temi sono alieni e lo stream of consciousness di Rosetta Stoned ti trasportano su Alpha Centauri, per poi prenderti a calci in culo e farti arrivare oltre l’Universo conosciuto.
Questa è forse la traccia cardine della seconda metà di 10,000 Days, preceduta com’è da due antipasti sonori (Lipan Conjuring e Lost Keys) e seguita da due canzoni come Intension e Right In Two, quest’ultima chiusura ideale delle tematiche aliene del disco.
Viginti Tree, 5 minuti di effetti e rumori che richiamano un silenzio che non esiste nello spazio, ci consegnano un CD che, a tutti gli effetti, non ha niente di cui vergognarsi nei confronti dei grandi vecchi della band.
Tratti negativi? Difficile reinventare sempre tutto, a volte qualcosa richiama Aenima e qualcosa fa intuire una certa vicinanza a Lateralus… ma stiamo sempre parlando di autocitazionismo e, vista la portata dei due paragoni, possiamo tranquillamente chiudere un’occhio su questo fattore.

[Zeus]

Triumphator – Wings Of Antichrist


Prosegue l’operazione nostalgia in casa TheMurderInn. Come tutti voi, anche noi amiamo andare a scavare nei cassetti di casa e vedere cosa abbiamo lasciato indietro (tanto!) e cosa ci viene voglia di scrivere. I Triumphator sono la risposta a chi si è sempre chiesto: dove ha scovato Morgan il buon Mortuus?
Registrato agli Abyss Studios con Fredrik Andersson alla batteria (al tempo ancora nei Marduk) e Morgan come paroliere, Wings Of Antichrist è il primo, e fino ad oggi l’unico, full length della formazione svedese. Mortuus, al tempo chiamato ancora Arioch, è il leader indiscusso di due progetti seminali black metal ortodosso (questi Triumphator e i Funeral Mist, sempre con la partecipazione di membri dei Marduk in sede di registrazione o altro).
Nel 1999, Arioch non usa ancora ampiamente il timbro che avremo modo di apprezzare/criticare (dipende dove vi ponete in relazione alle novità) con i Marduk; su Wings Of Antichrist il suo scream è meno gracchiante, meno secco e/o votato ad alcuni intermezzi recitativi (se si esclude la lenta Crushed Revelation), nei Triumphator Arioch va dritto al sodo. Pochi fronzoli, tupa-tupa come batteria, riffing strettissimo e veloce, assoli brevi e basso inaudibile se non in certi frangenti (tutto diverso da come diventeranno i Marduk post-2005).
Le canzoni hanno tutte lo stesso piglio. C’è poco da fare, in questi casi quello che si apprezza è proprio la volontà ferrea di lodare il Demonio, cercare di invocarlo su questo mondo di merda e sparare velocità e furore senza soluzione di continuità (casi eccezionali esclusi, si veda sopra).
In fin dei conti cerchiamo, noi che siamo metallari, anche queste sonorità: brutali, senza compromessi e tutto Satana&Odio. Che ci siano band che riescano ad integrare una proposta più variegata, ma sempre a tema, è un discorso diverso, questi Triumphator sono monotematici sotto tutti i punti di vista. La loro visione è demoniaca e ci tengono a farcelo sapere.
Niente di nuovo sotto il sole, e Arioch&Co. non hanno proprio intenzione di portare novità nel black metal, ma un ascolto lo si da volentieri.

[Zeus]

Type O Negative – Dead Again (2007)


Bisogna ammetterlo, ho guardato nelle recensioni e mancano i Type O Negative. Rimedio subito, cercando di non suonare troppo datato o troppo revisionista o salcazzo. Diciamo che sono una lacuna da colmare e da qualche parte bisogna partire… e visto che mi piacciono i lavori semplici, parto dal fondo: Dead Again.
Quando è uscito Dead Again, nel lontano 2007, nessuno poteva sospettare che sarebbe stata l’ultima prova in studio della band americana. Da lì a tre anni, il buon Pete Steele ci avrebbe lasciato e i Type O sarebbero finiti nell’Olimpo delle grandi band.
Dead Again esce dopo una serie di dischi in cui i Type O Negative avevano inserito sempre più elementi macabri e sofferenti nella loro musica. World Coming Down e Life Is Killing Me erano album sofferenti, belli sì, ma con un carico di dolore insopportabile. Questi dischi erano l’angoscia di Steele in musica. Anche se, in certi punti, filtrava della luce, della “positività”, non c’era mai un momento di vera schiarita sotto quel cielo cupo e minaccioso.
Dead Again nasce da due correnti: la voglia di Steele di ritornare a suonare con i Type O Negative e l’intenzione di svagarsi con i suoi Carnivore. L’incesto fra queste due band, nonché una fede cristiana rinnovata e diventata ferrea dopo le disavventure degli ultimi periodi, partoriscono un album diverso dai precedenti.
A partire dalla batteria, per la prima volta suonata dal vivo in studio, alla modalità di composizione (non il solo Steele, ma tutta la band ha contribuito all’album), Dead Again segna uno scarto importante rispetto ai precedenti. I tempi si alternano fra partiture che potrebbero ricordare “dei Carnivore narcolettici” e veri e propri affondi nel doom caro ai TON. Ci sono buone melodie e i testi sono tutti incentrati sulla rinascita spirituale cristiana del leader della band.
Punti negativi? Ce ne sono. Non può essere ai livelli dei dischi precedenti (Bloody Kisses o World Coming Down/Life Is Killing MeOctober Rust è troppo laccato) e non ha la componente smaccatamente hardcore-meets-sabbath-meets-beatles del primo Slow Deep And Hard. Questo posiziona Dead Again in un campionato a sé stante. Le composizioni ritornano lunghe (rispetto ai 4/5 minuti dei precedenti), ma a volte hanno la tendenza di accartocciarsi su sé stesse prima di riuscire ad esplodere definitivamente.
Non stiamo parlando di un capolavoro, ma è difficile richiedere un capolavoro ad una band che, nel suo percorso musicale, ha già mandato in stampa dischi come Bloody Kisses o WCD o LIKM… difficilissimo. Come è difficile chiedere a Steele di presentarsi al 100% della forma musicale dopo tutte le vicissitudini. Bisogna vederlo in prospettiva.
Dead Again è un buon disco. Questo lo posso dire.  Patirà sempre il confronto, ma è il destino di tutti i dischi venuti dopo i capolavori o troppo tardi per essere considerati seminali.

[Zeus]

Inquisition – Obscure Verse For The Multiverse


Sto cazzo di disco, permettetemi questa introduzione, è diventato la scimmia sulla schiena di questo fetido 2016 anche se con un jet lag di quasi tre anni. C’è poco da fare. Questi due colombiani d’America hanno tirato fuori un disco che è una bomba e, visto che nessuno mi paga per scrivere le recensioni, arriva su questi schermi solo ora. Tardi? Col cazzo.
Arriviamo al momento giusto. Così cavalchiamo l’onda del concerto bomba che vedeva Inquisition-Entombed AD – Abbath – Behemoth distruggere scientemente il palco e nessuno, dico nessuno, potrà rimproverarci il ritardo.
A parte i cagacazzo, sia chiaro.
Ma quelli, cari miei, li potete trovare in ogni momento.
Dicevamo di questo Obscure Verse For The Multiverse. Solo chitarra, voce e batteria e, nonostante tutto, il duo Dagon-Incubus tira fuori una micidiale bomba sonora. Le ritmiche di chitarra sono azzeccate e ti restano aggrappate al cervello e gli assoli, finalmente dei soli decenti nel black metal estremo, sono perfettamente inseriti nel contesto.
Dagon si divide fra chitarra e voce, quest’ultima dal timbro vicino al buon Abbath.
Il vero punto focale degli Inquisition è Incubus. Il motore della band macina ritmiche martellanti e velocissime, ma non disdegna di sollevare il piede dall’acceleratore ed assecondare un mood spaziale. Ecco, forse questo è uno dei punti di forza del disco: i rallentamenti ti fanno tirare Cristi e Madonne alla cervicale, ma cazzo se ci stanno tutti. Rallentano, dilatano e ti spediscono nello spazio più profondo con il successivo calcio al culo dato dalla doppia cassa e un riffing assassino.
Fare un ragionamento canzone per canzone è inutile. Obscure Verse For The Multiverse è un disco-colosso. Deve essere preso ed ascoltato, possibilmente di notte e da soli, nella sua interezza.

[Zeus – Proudly Display Of Inutility And Irrilevance Since The Eighties]

 

Walls of Jericho – No one can save you from yourself

Sono passati otto anni dall’uscita dell’ultimo album degli Walls of Jericho.
La band metalcore di Detroit, guidata dalla carismatica cantante Candace Kucsulain, ci presenta finalmente il nuovo lavoro intitolato “No one can save you from yourself”, in uscita il 25 marzo sotto etichetta Napalm Records. Ero molto curioso di ascoltare i risultati dopo tutti questi anni di stop, ma posso anticiparvi che l’album è una bomba nelil suo genere. Non possiamo non iniziare questa recensione senza spendere due parole per la potente vocalist della band. A differenza di molte altre realtà musicali, che assoldano ragazze alla voce solo per questioni di marketing, i Walls of Jericho hanno trovato nella “dolce” Candance una frontman (o frontgirl) e una vera leader che nulla ha da spartire con i suoi colleghi maschi. La sua voce potente e graffiante, ma in certi punti anche melodica, è di certo la colonna portante del successo di questa band.

Il nuovo lavoro è composto da tredici pezzi, dalla durata media di tre minuti o poco più. La breve introduzione, sirene, allarmi, marce di soldati e le frasi in sottofondo  “No prison can stop this… Ignite the rhythm” ( Nessuna prigione può fermare questo, accendete il ritmo), già ci fa pregustare quello che sentiremo. Con Illusion of safety inizia la mattanza, che prosegue senza sosta con la title track “No One Can Save You From Yourself”. Qui troviamo tutta la potenza dei Walls of Jericho concentrata in una sola canzone, dove le chitarre accompagnate dalla doppia cassa penetrante, creano una base perfetta per la “docile voce” di Candence…un delirio che prosegue senza darci neanche il tempo di respirare continuando con Forever Militant, Fight the good fight e Cutbird. Lo stile chitarristico che in molti punti ricorda i riff di Slayer e degli altri mostri sacri del thrash metal mondiale, incastonati allo stile hardcore della band creano gioielli come Relentless e Reign Supreme. Con Anthem, che può un po’ considerarsi la ballad dura dell’album, anche se considerarla così è in realtà un po’ difficile. Questo magnifico disco termina con il pezzo Probably Will, pezzo tranquillo, dove Candence riesce a dimostrarci di non essere solo urla e violenza, ma di avere doti vocali e una estensione non da tutti. Una voce chiara e pulita che a un certo punto esplode come un ordigno nucleare, ma sempre calmo sotto controllo.

Penso che questo sia uno dei migliori album del genere che abbia sentito dall’inizio dell’anno. Spero vivamente di riuscire a vedere i Walls of Jericho in tour quest’anno a suonare questo album, nato per creare il circle pit giganteschi ai concerti, e vedere Candance Kucsulain sfogare tutta la propria rabbia e potenza verso di noi!!

Voto 8/10

TRACKLIST

01. Intro
02. Illusion Of Safety
03. No One Can Save You From Yourself
04. Forever Militant
05. Fight The Good Fight
06. Cutbird
07. Relentless
08. Damage Done
09. Reign Supreme
10. Wrapped In Violence
11. Anthem
12. Beyond All Praise
13. Probably Will

BAND:

Voce: Candace Kucsulain
Chitarra: Chris Rawson
Chitarra: Mike Hasty
Batteria: Dustin Schoenhofer
Basso: Aaron Ruby

[Manuel]

MASTER OF PUPPET: Non serve dire altro

[Skan]

Ammettiamolo.
Noi della provincia arriviamo sempre dopo. Per noi uomini della provincia, nati nei primi anni ottanta, i Metallica li scoprivi per la prima volta col Black Album… e neanche tutto il Black Album. La radio e la TV ti proponeva qualcosa di quel disco, ma era gettato nel calderone con l’hard rock istituzionale, gli AC/DC e i Guns… che erano sì abbastanza duri da dar fastidio a tua madre, ma sufficientemente morbidi da essere passati per radio e mediamente accettati da tutti. Però a chi ce l’aveva nel sangue il metallo, questa poca razione di distorsione bastava per smuovere i nervi, a ravvivare il sangue, a dire “questa è la via“… o almeno informiamoci. Quindi appena avuta l’occasione, cercavi di conoscere qualcuno di più esperto, che veniva dalla città, per chiedere da dove iniziare ad approfondire l’argomento METALLICA. Risposta univoca: MASTER OF PUPPETS. Quindi, all’ennesima risposta uguale, te lo procuravi questo MASTER OF PUPPETS, guardavi la copertina, quel colore rosso, quelle croci, quel logo che sembra marmo, mettevi le cuffie e TA – ta ta ta…. uno schiaffo. Ma non uno schiaffo da rissa, quelli che ti fanno male, uno schiaffo che ti sveglia, di quelli che ti lasciano un attimo rintontiti e poi, dopo, è tutto più chiaro: Battery, Disposable Heroes, la strumentale Orion , e tutte le altre.
Non credo, su un sito che tratta di metal, di dover fare un analisi musicale di M.O.P.
Rifiuto di credere che chiunque, qui, non abbia ascoltato almeno 777 volte questo disco, e non potrò mai descrivere cosa significò e come fu accolto Master of Puppets quando uscì. Il 3 marzo 1986 avevo 5 anni e andavo per i 6, il metal ancora non mi interessava, ma posso dirvi cosa ha significato per me: ha aperto una mia porta della conoscenza, mi ha fatto capire che c’erano miriadi di dischi passati da scoprire, discografie da spulciare, mi ha spinto a non fermarsi ai classici o a ciò che passa la radio (si M.O.P è un classico, ma nei novanta questo disco non è che lo ascoltavano tutti …), a non aver paura di ascoltare musica sempre più estrema, di dare retta anche ai consigli degli altri, perché un disco di anni prima, come M.O.P, era comunque lì vivo, pulsante e presente, e mi stava pigliando a ceffoni, meglio di tutto quello che si sentiva in giro.
Poi, una volta assimilato MASTER, compresi che potevo anche dedicarmi tranquillamente al resto del metal, anche perché i Metallica andarono dove andarono, ma MASTER rimane.
Ecco cos’è M.O.P: un disco che rimane, in cui puoi perderti dentro anche dopo anni dalla sua uscita; e chi inizia ad avvicinarsi al metal, anche adesso, per M.O.P ci deve passare, per forza.
MASTER OF PUPPETS è una pilone portante di questo genere e, si sa, per chi vuole costruire qualcosa di stabile, i piloni sono fondamentali.

[Zeus]

Parto in maniera semiseria.
Quando mi nominano Master Of Puppets, mi viene in mente la miriade di cover che ho sentito nel corso della mia vita: raffazzonate, suonate alla cazzo di cane o semplicemente sbagliate. Il male fisico nel sentire sbagliare le parole, le armonizzazioni, l’assolo è una cosa che ti segna. Ma è qua dentro, in questa volontà di emulare i grandi, di omaggiare un disco con i controcazzi, che c’è il germe del perché il metal non morirà.
Il metal è ostinazione, è fedeltà e dedizione e Master Of Puppets è stata la nave scuola, la badante, il punto di rifugio e il vessillo di intere generazioni di adepti del metallo.
Come il buon Skan sopra di me (e anche perché veniamo dalla stessa provincia… nonché siamo “provinciali” entrambi rispetto ai fighetti cittadini, per quanto la mia residenza attuale sia in Terra Nemica), ai tempi i Metallica erano quelli che passava MusicBox, niente di più.
MTV non la prendevo, perciò i video musicali di MusicBox erano l’unica cosa che odorava di musica “pesante” rispetto alla radio commerciale. Per quelli della mia, e sua, generazione, i Metallica sono stati quelli del Black Album… il resto è venuto di conseguenza, con la scoperta.
Quando uscì Master Of Puppets, anche io ero troppo giovane e mi interessava di più giocare in giardino che ergermi a Defender Of The Faith. Ma quando sono arrivato all’età della ragione, il Black Album ha fatto quello che deve fare un buon disco: prendermi, farmi capire che quello che andavo cercando era un suono più pesante, più cattivo, più aggressivo e che solo scavando nel passato avrei trovato il suono che desideravo. Perciò, quando mi introdussero a due dischi fondamentali, Ride The Lightning e Master Of Puppets, ho capito che là, in quella intro acustica seguita dalla scarica di pugni in faccia di Battery, avrei trovato il mio mondo.
Perché sappiamo tutti cosa hanno fatto dopo i Metallica, non serve ricordarcelo ogni volta. Sappiamo anche che ci sono dischi che, anche se lasciati sullo scaffale per mesi/anni, saranno sempre là ad aspettarti con la stessa potenza, irruenza e freschezza. Master Of Puppets ha 30 anni e non li dimostra e io, che di anni ne ho un lustro in più, so che ogni volta che lo vorrò ci sarà sempre una Leper Messiah, una The Thing That Should Not Be o Damage Inc. ad aspettarmi e ricordarmi che da qua, musicalmente, si parte…  l’arrivo è però dove te lo poni te.
E io, perdonatemi, non sono ancora arrivato… sto ancora cercando il suono più pesante, più aggressivo, più…. Qualcosa.