Sepultura: 20 anni di ROOTS, vent’anni senza più Sepultura.

[Skan]
Corre l’anno 2016, vent’anni fa usciva Roots dei Sepultura ed ora viene celebrato sia dagli attuali Sepultura sia dai fratelli Cavalera, nonché dai blog più titolati. Ma perché significa cosi tanto questo disco?
Semplice, perchè ha venduto una fracca. E vendendo una fracca (me lo ricordo primo in classifica anche in Italia; mi ricordo di aver guardato una puntata intera di superclassifica show o simile per poter vedere un Gerry Scotti o simile dire ”…e primi in classifica SEPULTURAAAA!!!” cosa poi che non successe, perché glissarono velocemente la prima posizione neanche fosse una bestemmia) ha portato i Sepultura ad essere un gruppo di punta, headliner al Festival Sonora a Milano (trasmisero via radio in diretta le prime tre canzoni, un terremoto! Se qualcuno si ricorda ancora di “tuoni e ultratuoni” su Radio2 mi contatti in privato) e tutto il resto.
Persino i profani conoscevano Roots.
Il disco, però, non è che sia un granché, francamente, erano però i Sepultura ad essere al Top! Venivano da una serie di album in crescendo, fino all’apice di CHAOS AD (questo è il mio parere, visto che se chiedete a 10 persone, vi indicheranno il loro apice in 10 dischi diversi) ed una forma tecnica e di perfomance dal vivo perfetta (ascoltatevi il live “Under a pale grey sky” e mangiatevi le unghie per non poter più vedere una cosa del genere dal vivo).
Un gruppo al massimo della popolarità della forma fisica e della popolarità cosa fa? Si splitta.
Da una parte va Max con la manager moglie-Yoko Ono, cioè Gloria, a formare gli inutili SOULFLY e da l’altra parte i SEPULTURA capitanati da Kisser che, per quanto si impegni, non ne viene fuori (dal vivo ve li consiglio, sempre divertenti, ma non quella cosa di cui prima).
Ecco il senso dell’articolo è un po’ questo; qualcuno riesce a spiegarmi la morale di tutto ciò? Sono sicuro ci sia una morale, un insegnamento in questa storia, un saggio consiglio da tramandare ai posteri,che non riesco a cogliere.
Volevo,in effetti, che qualcuno si ricordasse un po’ dei SEPULTURA del 96, che erano una grande cosa.

[Zeus]
Volete sapere una cosa? Roots, a me, dopo un po’ annoia. Intendiamoci, lo ascolto e ci diverse singole canzoni che mi piacciono (c’è poco da fare, sarà conosciuta anche dalla casalinga della malga con Annette ma, cristo, Roots Bloody Roots ti fa saltare come un cerbiatto su una mina antiuomo), ma il disco nella sua interezza, dopo un po’, mi annoia. Come il buon Skan qua sopra, reputo Chaos AD l’apice della produzione dei Sepultura. Un disco con i controcazzi che, anche se eseguito dal vivo con la formazione B (i Sepultura post-scissione o i terribili Soulfly), esplode e produce vittime sempre e comunque.
Ma non stiamo parlando dei Sepultura di Chaos AD, stiamo parlando di Roots. E qua sono cazzi, perché mi verrebbe da puntare il dito contro questo disco che arriva quatto quatto (stocazzo, ha fatto il botto con Ross Robinson dietro la consolle) nella tradizione nu/groove/salcazzo-metal e ci sbatte dentro i tamburelli brasiliani, i fiati bengalesi e le forniture di pentole cingalesi.
Ma questo è ingiusto nei confronti di una band, i Sepultura, che nel 1996 andavano in giro cazzo duro e futuro sicuro. Almeno a quello che sembrava per noi profani, ovvio. Perché nel 1996, ribadiamolo, i Sepultura erano al top.
Infatti questo stato di grazia divina non poteva durare e il giocattolo, a cui noi prospettavamo un futuro radioso, esplose in mille pezzi.
C’è un appunto da fare, una sottolineatura necessaria: i Sepultura sono più grandi della singola, alta, qualità dei componenti. Solo mescolando le quattro personalità i Sepultura escono in maniera brutale, se no manca qualcosa: l’X Factor (e no, non cito trasmissioni televisive di infima categoria). Ci si divide fra Cavaler-iani, Kisser-iani e Reptil-iani ma, a conti fatti, nessuno ha prodotto un risultato così potente come quello dei Sepultura fino al 1996.
I Soulfly portano avanti in maniera imbarazzante la stessa idea di Roots da ormai 20 anni, i Sepultura post-scissione hanno cercato di farlo (con risultati orripilanti. Mi ricordo ancora un concerto, a supporto di Roorback, in cui avrei voluto tirarmi via le orbite con un cucchiaio sporco) per poi togliersi dall’imbarazzo e fare concept-album di alterna fortuna.
Come dice Skan, i Sepultura di Kisser sono divertenti e pompano ma…
Ma… cosa??

Ascoltate e imparate:

Nick Kent – APATHY FOR THE DEVIL (Arcana Universal)

Ohhh, un libro ben scritto!
E come poteva non essere visto che è l’autobiografia di un giornalista musicale, e di uno bravo nonché collaboratore
di numerose riviste, in tempi cui le riveste musicali facevano il bello e il cattivo tempo e, soprattutto, in tempi in cui la musica non era qualcosa in sottofondo mentre passeggi in un centro commerciale, ma la colonna sonora onnipresente dei cambiamenti della società. Questo libro parla del decennio degli anni 70, dove un giovane Kent viene a contatto con il rock, che lo possiede cosi tanto da fargli abbandonare gli studi e diventare giornalista musicale. In questo decennio vissuto a pien contatto con i protagonisti della musica, Kent conoscerà la droga e ne diverrà totalmente dipendente.
Il bello di questo libro è l’estremo distacco dai “miti” rock: Kent descrive le persone come sono, riporta lo squallore di alcune situazioni senza filtri nonché il fallimento dell’era Hippie. Oltre a questo, Kent non si tira indietro nel descrivere la violenza brutta e senza senso dell’ascesa del punk, il falso pacifismo di alcuni e la squallida dipendenza delle droghe di altri e dell’opportunismo dei manager…
Il resto ve lo dovete leggere voi, tanto questo libro scorre come l’acqua.

[Skan]

Il Nome della Fossa: Jerry Bloom – RITCHIE BLACKMORE, la biografia non autorizzata (Tsunami edizioni)

Un giovane che a scuola non eccelle in niente, decide di applicarsi allo studio della chitarra ed eccellere in quello.
Ci riesce e diventa Ritchie Blackmore. Il Man in Black suona un po’ con chiunque ed ovunque, finché non decide di formare la sua band: i Deep Purple. A seconda degli umori, poi, la lascia, ne cambia i componenti, ne forma un’altra, smembra anche la seconda e cambia componenti come cambia mogli e compagne; tutto va dove lo porta l’ego, fino ad atterrare in una band di musica medievale con la moglie e con la suocera come manager.
Il nostro protagonista può tutto questo perché, come detto prima, è Ritchie Blackmore.
Il libro è dettagliato, ben scritto, con racconti delle varie tournée, dei vari aneddoti sulla nascita di dischi che rimarranno incastrati nella storia, ma il protagonista è molto metodico e soprattutto non è molto simpatico, quindi non aspettatevi libri come le biografie di Ozzy o Lemmy; perché sì, anche qui ci sono camere di albergo distrutte, ma non perché il protagonista è un simpatico cazzone, ma perché voleva fare una bastardata ad un collega.
Insomma non è certo un simpaticone, una persona con cui vorresti berti una birra in compagnia, ma rimane Ritchie Blackmore.

[Skan]