Pantera – The Great Southern Trendkill (1996)

Questo album lo presi appena uscì, perché sopra c’era scritto Pantera.
Probabilmente non lo comprai neanche io, me lo comprò qualcuno, perché era ovvio che io dovessi avere il nuovo dei Pantera. Quando premetti Play venni spettinato dall’urlo iniziale, ma questo non bastò a convincermi del tutto. Sì c’erano i pezzi, c’era la violenza ma non mi prese completamente. Lo riscoprii più avanti, riascoltandolo in età più matura, perché riuscii a cogliere sfumature che a 16 anni non ero in grado di capire. Il disagio. La chiave di lettura di questo disco è il disagio, una band all’apice della sua carriera ma già distrutta, con più problemi da risolvere che frecce nel suo arco, ma con tanto talento e tanta rabbia. Ecco, se si ascolta questo disco con questo ben presente in testa risaltano fuori delle ottime canzoni, anzi direi che questo disco andrebbe ascoltato non come un insieme di canzoni ma come un opera unica, un’unica sinfonia, un’unica colonna sonora del disagio.

[Skan]

Quando sento “The Great Southern Trendkill” mi vengono in mente alcune immagini:
– una macchina, un’utilitaria da città, mediamente sporca, con i finestrini abbassati e le casse che ronzano e gracchiano mentre l’urlo iniziale risuona nel vicoletto disturbando vicinato e presenti.
– girare in città senza aver il fisico statuario, e con un vago retrogusto di sudore sulla pelle, ma orgoglioso e con palle e cazzo ben in vista per il pubblico.
– vantarsi con i colleghi di degustare vino e birra di qualità e poi trovarsi, soli e incarogniti, al banco del bar con un Corea [mefitica mistura di Coca Cola e vino demmerda] in mano.
Perché a partire dalla piallata d’orecchie che ti arriva con la title track fino alla conclusiva (Reprise) Sandblasted Skin, TGST è un grido di gola, ma che parte in fondo alle viscere, dove la merda regna sovrana. TGST parla di quello: di disagio, di merda, di paura e di dipendenza. Più disperato e viscerale di Dirt degli Alice in Chains (del 1992 – altro testamento, in presa diretta, di un drogato all’ultimo stadio), TGST fa l’equivalente dello spurgo delle fogne: tira fuori tutto e te lo spara in faccia. Olezzo compreso.
La band è allo sfascio e non si incontra per registrare il disco, Seth Putnam, ospite d’eccezione, grida come un uomo a cui hanno sgozzano un suino e glielo hanno ficcato in gola e i riff sono pesanti e lerci.
Phil, beh, parla di morte, droga e disperazione.
Ecco perché The Great Southern Trendkill non invecchia: è talmente primitivo che ti scuote le viscere.

[Zeus]

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Vent’anni dopo… Metallica – Load

Tagliamo subito la testa al toro: io, Load, non l’ho mai ascoltato.
E ora dopo aver decapitato il bovino, vi spiego perché ne posso parlare: perché io, l’uscita di Load, l’ho vissuta.
I fan che urlavano al tradimento, le interviste di Lars che cercava di farsi odiare da tutti, le foto improbabili e le recensioni discordanti.
E’ un album che fece molto discutere, ma alla fine queste discussioni, mi sa, non portarono da nessuna parte: i Metallica continuarono a far soldi e credo che attualmente non suonino neanche un pezzo da Load dal vivo; e la musica metal continua tranquillamente la sua strada, nonostante le terribili minacce di Lars.
Ma, in fondo, cosa significava questo Load? Che gli anni ’80 fossero finiti era un concetto che avevano già chiaramente espresso i Nirvana. Che i Metallica non fossero più 4 ragazzotti scanzonati che suonavano thrash era un fatto palese dopo il successo universale del Black Album e, quindi, questo album era ovvio che con il metal voleva centrare poco e il suo pubblico ideale era il pubblico generalista da Heineken Jamming Festival. Per cui, dato che nel ’96 uscì tanta di quella roba strafiga, dovendo scegliere quale album trascurare puntai su questo, scelta di cui non mi son mai pentito.
Lo so che è un ragionamento un po’ da testa da minchia, ma è quello che feci (o quello che ero… o quello che sono), quindi se volete sapere com’è musicalmente, mi dispiace, rivolgetevi altrove.

[Skan]

Per esempio, potete chiedere a me. Io di professione faccio l’Avvocato Del Diavolo e, di cause perse, me ne intendo. Perché i Metallica del periodo Load/Reload sono una causa persa e allora qualcuno dovrà pur difenderli in qualche modo. Load è il disco che i Corrosion Of Conformity avrebbero potuto suonare se fossero andati in trip di soldi, coca e puttane. Io, i CoC, li adoro, ma è innegabile che i Metallica si siano presi una bella sbandata per i CoC e abbiano deciso di seguirne le tracce. Nel 1994 era uscito un discone come Deliverance e non poteva lasciarti indifferente con quella sua scaletta con Albatross, Clean My Wounds, Broken Man etc etc. Ma sto andando fuori tema. Dicevo dei Metallica e di Load. Dopo il Black Album hanno fatto tour, tirato su camionate (non palate) di soldi e hanno raggiunto il picco di popolarità assoluta (anche la casalinga della provincia in culo ai lupi, in qualche modo, conosceva una canzone come Enter Sandman o Nothing Else Matters) ed ecco che gli chiedono di entrare in studio e di produrre qualcosa che sia una bomba.
Che fare?
Un Black Album-bis? Un disco thrash (che son ormai anni e anni che non compongono un disco thrash)? La domanda deve aver infestato i sonni del duo Lars Ulrich e James Hetfield. L’idea che viene fuori è liberatoria come alzarsi dopo una notte di buon sonno e andare al cesso a depositare uno stronzo di 30 cm: deludiamo tutti, allontaniamoci dal metal e diciamo al mondo che amiamo il brit-pop e gli Oasis. Vestiamoci da papponi ignoranti e mettiamoci smalto nero e leccature di mucca in testa. Ma, soprattutto, suoniamo un disco di hard rock generico, vagamente bluesy, con solo alcuni appigli irruenti nascosti sotto una patinatura laccata e piacevole. Suoniamo qualcosa che, con tanti soldi e una reputazione da smerdare, potrebbe avvicinarsi a quello che potrebbero suonare anche i Corrosion Of Conformity. Ma suoniamolo peggio.
Deludiamo. Gettiamo nello sconforto. Facciamo piazza pulita.
Liberarsi la coscienza e deludere il proprio pubblico è profondamente metal. 
Stupiamo tutti, facciamo prendere lezioni di canto a James, incominciamo a far disimparare a suonare la chitarra a Kirk (che da quel momento in avanti produrrà delle figure imbarazzanti in giro per i palchi), deludiamo Newsted, intitoliamo le canzoni in maniera orribile (Aint’ My Bitch2×4), buttiamo nel mucchio una canzone inutile come Hero Of The Day o il country d’accatto come Mama Said, tiriamo fuori una copertina con sangue e sperma e poi alziamo la testa e diciamo “come vaffanculo vi piace”?
La risposta è meno scontata del previsto.
[Zeus]

Vektor – Terminal Redux (Earache 2016)

Questo disco è osannato da tutta la stampa specialistica, perciò mi sono deciso a comprarmelo, ma non senza qualche dubbio. Già, perché il thrash tecnico lascia spesso l’amaro in bocca, perché se è vero quello che dice una nota webzine, ovvero che in un ottimo disco death/black si deve sentire Satana, per la mia opinione, in un disco thrash si deve sentire quella carica che ti disloca una vertebra e ti fa venire voglia di distruggere a craniate il luogo dove ti trovi. Questa cosa, l’eccessiva tecnica moltissime volte se la porta via, riducendo ciò che dovrebbe essere un doping per energetizzarti l’anima in una sterile esecuzione di millemila note condensate in pochi minuti.
Qui no.
Una valanga di riff, voce al vetriolo, stacchi in midtempo spezzaschiena, assoli mai sopra le righe, melodie (sì, melodie!!), ritornelli che si piantano in testa e tutto in velocità, e poi tanta tanta violenza. E la tecnica? Sì, tanta tecnica, a frotte, è un disco che si assimila meglio la terza (o quarta) volta che lo ascolti e, se avete voglia, potete ascoltarlo chiusi nella vostra cameretta a contare i cambi di tempo, le armonizzazioni ecc. ecc., ma io ti consiglirei di ascoltarlo a volumi inumani con una birra in mano finche non poga tutto il quartiere. O in macchina, così senza che neanche te ne accorgi accelleri fino a raggiungere velocità smodata e ti smolecoli nello spazio circostante.
Discone.
Alza il volume e premi freccetta.

[Skan]