God Dethroned – The World Ablaze (2017)

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Dopo l’esibizione scazzatissima al Kaltenbach Open Air, l’idea di sorbirmi un disco dei God Dethroned non era nella top ten delle mie priorità. Sia chiaro, gli ultimi due dischi (Passiondale e Under The Sign Of The Iron Cross) mi sono piaciuti e mi ritrovo ad ascoltarli nei momenti più disparati, ma l’atteggiamento di merda di Henri Sattler mi aveva indisposto.
Lo so che è un ragionamento di merda, ma visto che questo non è un mestiere ma una passione, posso permettermi di avere il cazzo girato quando do i soldi e la band timbra il cartellino.
Detto questo, e non serbando rancore, mi guardo i due video dell’ultimo The World Ablaze giusto per capirci qualcosa del loro ritorno sulle scene. Mi sparo la doppietta The World Ablaze e On The Wrong Side Of The Wire e ridò fiducia alla band.
Mossa sbagliata al 50%, credetemi.
Perchè i God Dethroned del 2017 sono lontani compagni di quelli del 2010 (anno di pubblicazione di Under The Sign Of…) e in The World Ablaze, la band fa uso e abuso del mid-tempo che è, a tutti gli effetti, la soluzione più scontata per un disco di death metal con tematiche dedicate alla guerra.
Un po’ come quando giochi a calcio e, per evitare di fare qualche bel cross o rischiare un passaggio difficile, ecco che incominci a far melina con il pallone e rompi il cazzo in maniera improponibile alla gente che ti guarda.
In questo disco ci sono alcune canzoni che ti fanno ben sperare, che te la fanno annusare, ma poi il resto è un midtempo continuo e indefesso. Può piacere le prime tre volte che lo ascolti, ti farà scapocciare (se non l’hai sentito mille altre volte prima), ma lo sai tu e lo sanno anche loro che non durerà nel tempo.
The World Ablaze è un dischello di mestiere di una formazione rimessa insieme che si prende e si molla più delle pseudo-star della nostra televisione.
Sette anni di stop dal precedente disco si sentono tutti, perciò vediamo se TWA è solo una buca imprevista sul percorso o Henri Sattler& Co. sono ormai spompi di idee.

[Zeus]

Colony Open Air – report (Skan)

Eccoci qua a raccontare il festival che sarà ricordato come il “festival delle sfighe” o “il festival dei commenti su internet“, ma iniziamo con il racconto.
Un po’ di prequel: il Colony Open Air era stato concepito diversamente, con altri headliner, in una località diversa, poi per vari motivi è migrato in vari paesi, fino trovare sede a Brescia nel parco del PalaBrescia e, in seguito, finire indoor.
Poi i Morbid Angel che si scordano di rinnovare il passaporto, ma quello può capitare, tipo al mio collega che si è scordato di fare la revisione della macchina, e infine la sostituzione al volo con i Carcass.
Fatto sta che su internet partono le critiche e quant’altro. Questo, come detto, era il prequel.

Lo svolgimento è stato un po’ diverso.
A parte il controllo all’entrata un po’ lungo e un po’ troppo puntiglioso, e la stupida ordinanza di non portar birra in area concerti, il festival era perfetto. Tenda con aria climatizzata, area ristoro a prezzi veramente economici (panino con salamella a 3€), scelta di birre di qualità, stand con cd, bagni numerosi e con più pulizie nel corso della giornata, palco grande, tempi di cambio palco ridotti e, soprattutto, ottime band.
Sabato si arriva un po’ in ritardo, entriamo in sala concerti con gli IN.SI.DIA. che omaggiano i Negazione con “Tutti Pazzi“, ultimo pezzo della loro set list. Ci si mette in posizione ed è il turno degli HELL. Gli HELL presentano uno spettacolo intenso, con il cantante che recita più che cantare. I suoni, come poi sarà per tutto il festival, durante le prime canzoni risultano impastati per poi diventare più nitidi dopo qualche pezzo. Finiti gli HELL, ci si prepara agli Asphyx, unico gruppo Death della giornata che distrugge tutto con un esibizione spettacolare. Tra i migliori della giornata.
Tocca ai giapponesi Loudness, ma non è il mio genere. Il chitarrista shredda di continuo e il pubblico apprezza tantissimo (molti nel pubblico indossano magliette/toppe dei Loudness), quindi noi ne approffittiamo per una pausa birra. La location offre un parco all’esterno con molte zone d’ombra, quindi dà la possibilità di svaccarti tra un concerto e l’altro o durante concerti che non ti interessano, fatto non trascurabile.
Si rientra per i DEATH ANGEL, partono a mille, e appena il suono diventa nitido il concerto finisce. Hanno suonato un set ridotto, non so il motivo, comunque hanno spaccato. E’ il turno dei DEMOLITION HAMMER che salgono sul palco e non si fermano più. Annichilenti. Capisco perché si sono chiamati martello demolitore.
Tocca agli EXCITER calcare il palco. Speed metal anni ’80, né una virgola in più né una virgola in meno. A metà set vado a prendermi una birra, ma il resto del pubblico è in delirio. Convinti che dopo gli Exciter ci siano i Wintersun, ci programmiamo la pausa cena. Fortunatamente ci viene in mente di fare una pisciatina prima di cenare, giusto per accorgersi che sono partiti i SACRED REICH, anche perché tutta la folla partecipa, chi nel pogo, chi cantando i ritornelli. La cover di War Pigs viene interamente cantata dal pubblico e il finale “The American Way” più “Sufin’ Nicaragua” non lasciano superstiti. Come detto prima, Wintersun uguale cena e rientro solo per sentirmi gli ultimi 2 pezzi.
Il mix di Blind Guardian+Children Of Bodom+ folk non mi prende.
Headliner i Kreator che partono a razzo e la folla risponde. La band alterna pezzi recenti con i loro classici nella prima parte del concerto, esaltando il pubblico. Verso la seconda metà del set propongono un po’ troppe canzoni dagli ultimi dischi che, francamente, belle sì ma si assomigliano un po’ tutte tra di loro. Abbandoniamo il concerto durante Pleasure to kill, preferiamo evitare la folla in uscita e abbiamo da percorrere 2 km a piedi per arrivare al bed and breakfast dove pernottiamo.
La domenica c’è la prendiamo con calma. Dormita lunga, colazione, giretto in zona collinare e pranzo ad un grande agriturismo (grazie allo staff de Il Gallo per l’ottima accoglienza e ottimo pranzo!), e si arriva al concerto con un po’ di gruppi che hanno già suonato. Il primo gruppo che vedo per intero sono gli Antropofagus, brutal Death metal senza prigionieri, peccato per i suoni un po’ troppo impastati. Poi è il turno dei maltesi Beheaded, con cui ho un conto in sospeso perché annullarono un concerto nella mia città una decina di anni fa. Suonano veramente bene, ma si ripresenta durante le prime canzoni il problema dei suoni impastati. quando il suono si stabilizza il concerto diventa godibilissimo. Dopo i maltesi partono i Carach Angren con la versione black metal di Nightmare before Christmas, ascolto due canzoni poi decido di dedicarmi a birra e panino alla porchetta.
Devo prepararmi per il rush finale.
Per gli ABSU ci piazziamo in prima fila, per farci prendere a sberle in faccia da Proscriptor e soci. I suoni sono quel che sono, ma loro mazzolano che è un piacere, soprattutto durante le prime canzoni con Proscriptor alla batteria. Sì perché dopo un paio di pezzi si dedica solo al canto e alle “coreografie” (cercate su internet!).
Rimaniamo in prima fila anche per i Mgła, anche perché la sala si è riempita. Che fossero tra i pezzi grossi del concerto lo si era capito, dato che il loro merchandise è stato saccheggiato sin dalle prime ore del festival. Loro rispondono ammaliando tutto il pubblico, che risponde alla grande cantando e scatenandosi. Personalmente vengo rapito dal particolare sound dei polacchi, infatti più di qualche volta mi perdo ad ascoltarli non rendendomi conto neanche di stare al concerto. A mio avviso i migliori del festival.
Altra birretta e poi i BELPHEGOR. Ho sempre creduto che fossero solo dei casinisti che bestemmiano e basta, ma mi devo rimangiare i pregiudizi. Propongono i suoni migliori della giornata e suonano senza risparmiarsi. Concerto divertentissimo.
I MARDUK fanno quello che i Marduk devono fare. Scaletta perfetta, ottimo bilanciamento tra pezzi nuovi e pezzi vecchi, tra brani più cadenzati e le classiche bordate “alla Marduk”. Finale totale con una versione indemoniata di Panzer Division Marduk.
Sound check un po’ più lungo per gli headliner, ma poi quando partono non ce n’è per nessuno. Poche parole, pezzi vecchi e pezzi nuovi, brani che partono e poi diventano altre canzoni e unico intermezzo con Walker che precisa che non sono i Morbid Angel; poi altre mazzate, Blackstar che diventa Keep on rotting e noi che si deve fuggire perché dobbiamo farci oltre 150 km. Concerto stupendo.
Weekend perfetto, peccato solo per quello stupido documento non rinnovato, e non mi riferisco al passaporto dei Morbid Angel.

Colony Open Air – Day Two [Zeus]

Blessed Are The Sikh

Vorrei iniziare dicendo, dopo una ristoratrice notte di sonno… ma non lo faccio. Non ho

sikhmegaturban
Il Sikh che ti benedice

 dormito un cazzo, perciò partiamo con l’idea

che, dalle 10 fino dopo le 14 noi, prodi inviati di TMI, non sappiamo che fare. Brescia non è che offra uno degli spettacoli naturalistici migliori in assoluto. Settiamo il navigatore (che non è altro che il mio compare di avventura che dice “prendi la strada a destra” o “prendi quella via” ignorando che via fosse) e ci gustiamo un paesaggio deprimente fatto di case brutte, che si trasformano in caseggiati bruttissimi e, infine, svoltano sull’orrido e qua si fermano.
Una sorta di Storia Infinita in cui ci siamo noi e il Nulla intorno. Peggio delle Polo.
Appurato che non c’è c’è nessuna forma di vita, intelligente o meno, il nostro scopo principale è quello che anima Piero ed Alberto Angela da una vita: scoprire se c’è vita in periferia a Brescia.
Risposta? No. Però incrociamo qualche essere umano che o cerca di farsi stendere come una gazzella in autostrada o vaga, in evidente stato di disagio, in giro per vie deserte.
L’indiano/pachistano che ci salta fuori sulle strisce pedonali, comunque, ci ha benedetto in tutta tranquillità. O maledetto, ma io non capisco bene il dialetto del luogo.
Non trovando niente in pianura, il buon Skan decide che in pianura vita non ce n’è… perciò ecco puntare il dito verso la montagna.
“Voglio arrivare dove si trovano i tetti” – anche perché, abbiamo appurato, gli architetti di Brescia fanno tutto, ma non il tetto. Un po’ come il buon vecchio Diavolo.
Ingannati dalla mancanza di consonanti (maledetti cartelli), ci dirigiamo verso l’agriturismo Valhalla. Il posto degno del metallaro che si rispetti. Arrivati sul posto vediamo che si chiama “Vallalta” ed è per di più chiuso.
Porchi e madonne (mie) e nuove indicazioni stradali (sue). Torniamo giù? No. Sempre su, finché non troviamo un agriturismo (Il Gallo) e fermiamo il surriscaldato destriero.
L’agriturismo è ancora chiuso, ma complice la notevole capacità dialettica del buon Skan (Non le dispiace vero se, mentre aspettiamo, restiamo fuori a cazzegiare?) il posto viene trovato (pota) e ci viene (pota) servito un (pota) pranzo (pota) luculliano (pota).
Per non farci mancare (pota) niente (pota), facciamo macellare suini e cavalli senza pietà. Satana ringrazia. Noi anche, vista la qualità (pota) ottima (pota) del cibo.
De dio. Pota. 

Finito di lodare il Grande Capro, torniamo al Pala Brescia per la seconda raffica di concerti della giornata del Colony Open Air.
Ci perdiamo due gruppi (Kaiserreich e Deceptionist) e arriviamo sulle ultime note degli Ulvedharr. Saltiamo anche gli Hideous Divinity (in maniera consapevole stavolta) e finalmente il nostro giorno due al Colony Open Air parte alla grande.

Gli Antropofagus non riescono a trovare un suono decente e quello che esce dalle casse è un miscuglio impastato, ma la potenza della band non si discute e mi mette subito di ottimo umore. Avessero avuto un sound decente, il loro concerto avrebbe aperto una crepa nel pavimento. Le prime canzoni Beheaded subiscono lo stesso fato avverso dei loro compagni di giornata: suoni impastati e risultato poco reattivo. Si sente che c’è qualità, ma è difficile apprezzarla appieno quando non si sente granché il lavoro delle chitarre. Al contrario degli Antropofagus, però, i Beheaded riescono a mettere a posto i livelli di suono ed ecco che ne esce fuori un concerto di ottimo livello. Una doppietta iniziale che detterà, più o meno, il passo la serata.
Ecco il meno. I Carach Angren non li conoscevo, a parte di nome, e quindi mi informo: ma cosa fanno? Risposta: una sorta di black metal sinfonico. Al che appiccico subito le immagini di Dimmu Borgir o Cradle Of Filth alla band. Peccato che avrei dovuto prestare più attenzione al “sorta di” e quando i Carach Angren salgono sul palco, capisco l’entità del mio errore. I Dimmu Borgir hanno una Mourning Palace, i CoF hanno Principle… capite dove sto arrivando? I Carach Angren sono delle macchiette e mischiano pezzi (di canzone) abbastanza convincenti con un mix di frutta mista che proprio ti fa cascare il crocefisso.
Reggiamo poco e andiamo a far scorta di cibo e bevande prima del finale in crescendo.
Gli Absu, premio Versace per l’abbigliamento oltraggiosamente osceno (!), fanno capire al pubblico la differenza fra una band decente e i Carach Angren. Non posso giudicare il suono, ero in prima fila e sentivo alla cazzo di cane, ma l’impatto c’è. Il black/thrash metal del terzetto americano è accolto benissimo e quando da tre diventano quattro, Proscriptor smette di fare il batterista per incominciare il suo ruolo di cantante/intrattenitore/cultista/mago (a tutte le latitudini, cari lettori, la gnocca è il simbolo magico rituale per eccellenza, fidatevi. NdA), il sound perde forse un filo di delirio ritmico ma non un’oncia di assalto sonoro.
Rimaniamo in prima fila anche per i polacchi Mgła e anche qua il giudizio è unicamente di pancia, visto che il suono, pur decente, non era paragonabile a quello sentito da qualche passo indietro, ma siamo metallari e si va a cazzo duro senza futuro. I quattro polacchi non si muovono di un millimetro, non parlano e non fanno trapelare niente (peggio di me quando sono dal commercialista). Il sound dei Mgła è difficile da descrivere, black metal sì, ma con quella componente dilatata che ti fa perdere dentro alla musica. Spesso e volentieri mi sono trovato estraniato, solo per ripiombare sulla balaustra a canzone finita.
Per il terzetto finale, decidiamo di arretrare di qualche fila.
I Belphegor sbaragliano tutti come suoni. Quello che esce dalle casse non è umano, il suono è così preciso e limpido, ma potente, da prenderti a sberle. Helmuth incomincia il rituale che, per tutta la durata del set, è un perfetto mix di bestemmie, porchi, madonne, inculate, penetrazioni e cazzi e mazzi. La perfetta summa del blackned death metal targato Belphegor. Da loro non voglio raffinatezza e neanche qualcosa di più che una sequela insensata di insulti al Dio cristiano.
E loro lo fanno senza problemi.
Seguendo il detto “la bestemmia spinge Dio a far di meglio“, ecco che salgono sul palco i Marduk. Il mio giudizio sugli svedesi è di pancia, visto che è una delle mie band preferite. La formazione con Mortuus alla voce ha, a mio parere, prodotto una serie di ottimi dischi e la preferisco alle altre incarnazioni (prendetemi a pietrate, me ne sbatto il cazzo). Il set dei Marduk è un best of di quasi tutti i dischi, con alcune ovvie presenze fisse (Wolves o Of Hell’s Fire). Non sentivo The Levelling Dust da un po’ ed è stata una piacevole sorpresa (come anche Cloven Hoof). Altri porchi, madonne, bestemmie e via che il set si chiude sull’inno alla violenza insensata: Panzer Division Marduk.
Catarsi completa.
Gli headliner della serata, come detto, sono i Carcass. Ho un problema nel giudicare anche gli inglesi: raggiunto il loro slot, ormai ero Ko a livello fisico (stanchezza, non birra) e ho assistito a parte dello show in stato alterato di consapevolezza. Detto questo, posso affermare che il set, un mix di canzoni vecchie e nuove, ha spaccato. Il suono era molto buono e loro ci hanno dato dentro, senza risparmiarsi, senza troppe interazioni con il pubblico (Jeff Walker si è limitato a prendere per il culo chi ha continuato a chiedere, su Facebook, i Morbid Angel e invece ha ricevuto, in regalo, i Carcass).
Causa ripartenza verso casa, gli ultimi minuti dello show ce li sono persi.

Post Scriptum: il mio personale set di bestemmie, porchi, madonne e associazioni fra animali e divinità l’ho iniziato a 20 minuti da casa. Ma questo, sfortunatamente, è un altro discorso.

[Zeus]

Colony Open Air – Day 1 [Zeus]

Pronti. Attenti. Via… Sì, ma i Morbid Angel?

La volta in cui i Grandi Antichi sentiranno le nostre preghiere, sarà sempre troppo tardi. Ve lo posso assicurare. Ad unire i puntini si diventa pazzi: weekend da bollino nero, settecento cambi di location, polemiche e quello che sarà il tormentone del Colony Open Air: sì, ma i Morbid Angel?
N.B: Tenete presente che i sostituti sono i Carcass, non la band del quartierino, e sticazzi se vi lamentate ancora.

Perché ci vuole una bella dose di coraggio ad organizzare un festival in Italia, soprattutto se non ti chiami Live Nation. Ci vuole coraggio e amore per il metal. Roberto e gli organizzatori ne hanno di entrambi nonostante tutta la sfiga che hanno avuto, perciò tanto di cappello. Non vi sfrangio le palle con i dettagli, ne trovate molti sulla pagina facebook del Colony Open Air. Detto questo, e saltando il viaggio – ma i Morbid Angel? -, la truppa di TheMurderInn, formata dal prode Skan e dal sottoscritto, arriva al PalaBrescia con tanto di panino da muratore in mano. Non ci facciamo mancare niente, noi.
Superati i controlli (entrambi i giorni ci ho messo meno di 5 minuti ad entrare), eccoci nello spazio antistante il Pala Brescia. I servizi sono puliti, le tempistiche per il bere e il mangiare sono ottime, a parte qualche fisiologico rallentamento (ma mai come i 45 minuti per avere un kebab di merda al Gods of Metal).

Sì, vi chiederete voi, ci sono punti negativi? I Morbid Angel (ah ah) e il fatto che non si può assistere al concerto con la birra. Ma ce la facciamo passare.

Non riusciamo a vedere gli Skanners e anche degli IN.SI.DIA sento troppo poco, quindi il mio Colony Open Air parte con il primo gruppo grosso del festival.
Non ho mai sentito gli HELL, anche perché io e il classic metal/NWOBHM non siamo proprio sulla stessa lunghezza d’onda, ma i britannici srotolano un mix di teatralità, NWOBHM e finiture alla King Diamond/Mercyful Fate che non annoiano. I 45 minuti scarsi a disposizione passano e il piedino batte e qualche scapocciata la faccio, anche per via delle 50 sfumature di brutto che offre il bassista. Da teatralità a massacro il passaggio non è breve, ma gli Asphyx si impegnano a bastonare i presenti con un mix non intricatissimo, ma con una botta perfetta. Le canzoni sono badilate e questo malvagio intruglio made in Olanda è più che mai gradito.
La palma di miglior band del sabato è stretta nelle loro mani e, ve lo posso assicurare, chi gliela ruberà merita quel posto.
Seguono i Loudness – dal giappone col furgone. Dove gli Asphyx macinano note, ossa e groove con malignità tipica di chi vive in porzioni terrestri sotto il livello del mare, i giapponesi rampanti hanno un singer che sembra Jackie Chan (alla frutta di fiato, si sente da qualche sonora cappellata), un guitar-hero tirato fuori direttamente dai film dei Power Rangers (come abbigliamento), un bassista anonimo e il cattivo di Grosso Guaio A Chinatown alla batteria. Duro qualche canzone, ma poi vado fuori per una pausa cibo/bere.
Primo nome grosso ed ecco salire sul palco i Death Angel. Ci mettono qualche canzone a trovare il sound giusto e, quando incominciano a scardinare le assi del palco, finisce tutto. Un po’ come la prima trombata, parti alla grande e in meno di 1 minuto stai già facendo la doccia. Guardo il buon Skan e mi domando se, anche per lui, l’ora è volata; poi guardo l’orologio e capisco che i Death Angel non hanno suonato più di 30 minuti. Potevano essere i migliori, non hanno avuto abbastanza tempo.
Dopo la domanda di rito: ma, i Morbid Angel? e la seconda domanda logica: come mai gli Asphyx così in basso? partono i Demolition Hammer. Gli americani ridefiniscono il concetto di viuuuulenza del Colony Open Air, ve lo assicuro. A vederli sembrano il nonno appena rientrato dal Vietnam con una sbronza perenne di alcool, ma poi attaccano a suonare e capisci che il Vietnam è quello che proverai te per i successivi 45 minuti. L’aspetto sfatto non deve trarre in inganno: i quattro si dedicano ad una, ed una sola, cosa ed è menar fendenti e legnate come faceva la maestra di scuola quando rompevi il cazzo alle compagne di classe. Botte da orbi tutto il set, non un minuto di pausa o di stacco, e i 45 minuti sono tirati e duri come Rocco Siffredi.
I vincitori della serata di sabato, pochi cazzi.
Quando partono gli Exciter si sente puzza di Gordon Gekko, di brillantina, di Chernobyl e Regan. Tutti gli anni ’80 saltano fuori dalla tomba e fanno ciao ciao non la manina. Il pubblico apprezza, la band suona e io faccio ciao ciao con la mano e vado a mangiar qualcosa.
Una pausa di troppo e il richiamo del prato quasi causava il merdone del giorno. Ci aspettavamo i Wintersun, di cui non ce ne fregava un cazzo, e allora via di svacco. Quando abbiamo sentito picchiare come fabbri ferrai ci siamo detti “da quando in qua i Wintersun hanno ‘sto tiro?” e siamo entrati.
Risultato? Non erano loro e il set dei Sacred Reich era bello che iniziato.
Gli americani sono in forma (il buon Phil sotto tutti gli aspetti) e si sente: stanno portando in giro la celebrazione di Ignorance e sanno benissimo che il loro lavoro è quello di tirar fuori del thrash dal cilindro. Lo fanno e noi ringraziamo visto che ci danno dentro. Il pubblico apprezza, salta e fa pogo, cosa si vuole di più dal thrash?
Alla fine arrivano veramente i Wintersun e noi rimaniamo in disparte ad ascoltarli. Non riesco a farmeli piacere, non chiedetemi perché. E continuo a pensare, come opener dei Kreator doveva esserci un’altra band, non questi finnici. Evito i fan e le ragazze in estasi e vado a sedermi e riposare la schiena.
Cazzo, non ho più l’età.
Last but not least, ecco gli headliner di serata. Una giornata bella piena, visto che le band di tutto rispetto hanno messo un bel po’ di adrenalina sul palco (il bello delle band di seconda schiera è che si sbattono a suonare). I Kreator sono la ciliegina sulla torta di sabato 22, giornata dedicata al thrash/classic metal. I tedeschi hanno qualche soldo in più in banca, ma li usano male nei palazzetti: la scenografia è francamente imbarazzante. Fortuna che c’è la musica.
Mille e compari si comportano come fanno i teteski da che mondo è mondo: tirano su la faccia da battaglia e via verso nuove avventure.
Giudizio? I pezzi vecchi sono di un’altra categoria rispetto a quelli nuovi, che sono fratelli minori dei classici (sia come testi che come musica).
Ma questo è risaputo: un tempo le cose si facevano meglio e i parcheggi c’erano anche in centro. Se ne è accorto anche Petrozza che, con il revival del thrash, sta vivendo una seconda, gloriosa, giovinezza portando avanti uno show professionale, ben suonato e con alcuni highlight di successo.
Vorrei arrivare alla fine e dire: “vi ho fregati, i Kreator hanno rubato la scena a tutti“, ma non è così. I Demolition Hammer continuano a rimanere i vincitori della serata con buona pace di Petrozza e compagni.
Ma ho ancora una domanda: ma i Morbid Angel?

[Zeus]

Delirium X Tremens – Troi

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Recensire questo disco è difficile.
Diciamolo subito, l’album è molto bello, sia nelle parti di puro Death metal che in quelle più sperimentali. Ma il problema è un altro. E’ che non riesco ad essere obbietivo.
Punto uno: ho avuto il piacere di conoscere i fioi, e mi stanno pure simpatici.
Punto due: quest’album è pregno di atmosfere
montanare, sia nel mood che nelle tematiche, ed io che da casa mia ho l’orizzonte libero solo a sud, le sento facilmente mie.
Per questo motivo, cerchiamo di fare un analisi il più sterile possibile: si tratta di un Death metal con molte contaminazioni e, come avrete capito, le contaminazioni sono di tipo “montanaro”, quindi cori alpini, strumenti rurali, rumore boschivi, interventi in dialetto bellunese e chi più ne ha più ne metta. Non tutte le canzoni sono contaminate: alcune sono puro Death metal, altre invece hanno leggera contaminazione e, infine, ci sono quelle che sono contaminazione pura.
Il risultato, beh a me piace, soprattutto le parti contaminate, anzi se devo essere sincero, la canzone col testo in italiano, Spettri nella steppa e col di lana (col suo coro alpino finale), sono di gran lunga le migliori ma, come spiegato prima, io non faccio testo.
Anzi, a quando un disco tutto in italiano?

[Skan]

Deströyer 666 – Wildfire (Season of Mist – 2016)

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Una sera, finiti gli obblighi di buon padre e messo a nanna i piccoli, cazzeggiai allegramente davanti alla tv. Cambiando di canale in canale , fui distratto da un noto conduttore che presentava con toni entusiasti dei cantanti.
All’ennesimo aggettivo superlativo mi soffermai a pensare: ma che cosa avranno inciso di cosi spettacolare quei due buzzurri? A sentir le parole del presentatore il loro disco era un capolavoro, robe che Sgt.Pepper e dark side of the moon levati proprio. Io, a quei due, non avrei dato neanche mezzo centesimo, uno era la versione umana del Tabboz Simulator, l’altro sembrava appena sceso dallo scooter per andare agli autoscontri. Ma sentiamo un po ‘sto capolavoro… eh niente, ‘na canzonetta senza arte ne parte con i due truzzi che rappavono delle frasi fatte intervallati da un ritornello cantato da una biondina slavata su una melodia che probabilmente era pure troppo banale per un Sanremo. Finiscono l’esibizione e il conduttore riprende con l’elogio entusiasta. Basta era troppo. Ma che mondo è questo?? Decisi di andare su Youtube a cercare un tutorial per nuclearizzare ‘sto scempio.
Per fortuna l’amico tubo mi suggerì che invece di istruirmi su le armi di distruzione di massa era meglio che mi ascoltassi i Deströyer 666, e fu cosa buona e giusta, perché questo dischetto suona come una piacevole versione ipervitaminizzata dei Venom et simili, che ti mette in pace con te stesso e ti fa fare le corna con la manina mentre sorridi e scuoti la testa. Canzoni come live and burn o hounds at ya back, ti prendono proprio bene, giusta grinta, giusta melodia e tutto qui. Ma il criticone che è in voi dirà: “beh, neanche questo è un capolavoro, neanche questa è roba che Sgt.Pepper e dark side of the moon levati proprio!
E’ vero! Ma non lo vuole nemmeno essere.
Wildfire è un buon disco, suonato bene, non ci sono tracce sottotono e tutti gli attributi sono al suo posto. Se il presentatore di cui prima, magari anche limitandosi nei complimenti, avesse fatto suonare nel suo programma i Deströyer 666 invece che i due coattoni di cui prima, sono sicuro che il mondo sarebbe un posto migliore.

[Skan]