Ignite – Our Darkest Days (2006)

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Me l’avessero detto qualche anno fa che mi sarei messo a recensire un disco di melodic hardcore punk, mi sarei messo a ridere. Tanto anche.
Ma sono tempi difficili in cui imbecilli patentati sparano bombe a caput minchia e gente che fa ancora programmi come l’Isola dei Famosi. Sono tempi difficili di disoccupazione, globalizzazione, terrore, inquietudine e veganesimo.
Brutte annate queste, permettetemi di dirlo.
Visto che TheMurderInn non è sorda a queste problematiche, anche se ormai l’udito fa cilecca causa concerti, eccoci a recensire un disco di questo tipo. Una mosca bianca nel panorama delle recensioni del sito/blog.
Ma, signore e signori, sticazzi, no? Siamo qua per divertirci, perciò non me ne sbatte una fava.
Our Darkest Days è uscito 11 anni fa e suona ancora attuale: vuoi che le tematiche non si discostano poi molto da quello che viviamo attualmente, vuoi per i valori universali delle canzoni di Zoli Teglas (anche con Pennywise per un disco e con la Zoli Band), ma il melodic hardcore punk della band americana riesce ad entrarti in testa.
Dove la musica è tutto niente più che discreta (al melodic hardcore punk non si chiede certo qualcosa di spettacolare se non suonare grintoso e accattivante), a farla da padrone è la riconoscibile traccia vocale del singer e mastermind della band – il succitato Zoli. Il cantante ungaro-americano ha una voce abbastanza squillante e la capacità di creare chorus memorabili che, di questo genere musicale, sono uno dei biglietti da visita (insieme a quella capacità di metterci, ogni 3×2, un coretto “ohh ohhh ohhhhhhh”, che tanto fa saltare il pubblico e sorridere il sottoscritto).
La tripletta iniziale (escludendo la velocissima Intro) detta legge e poi il disco segue quelle coordinate per tutti i 35 minuti di durata.
Vorrei fare un inciso su due canzoni poste proprio in chiusura dell’edizione da studio del CD. Premetto una cosa: io non reggo gli U2. La band irlandese ha fatto qualche buona canzone certo, ma li reputo sopravvalutati in maniera oscena. La cover di Sunday Bloody Sunday fatta dagli Ignite, però, è molto buona, tanto che mi ritrovo a mugugnarla mentre lavo i piatti – mannaggia a me, sto rincretinendo.
Secondo appunto è per Live For Better Days. La canzone chiude Our Darkest Days in tono malinconico e elettroacustico ed è una piccola perla (come sempre, musica banalotta, ma voce/linea vocale molto buona). Dopo qualche minuto di silenzio parte una canzone in ungherese che, paradossalmente, suona interessante pur non essendo, la lingua magiara, una fra le 3 lingue più melodiche in assoluto.

[Zeus]

Amorphis – An Evening With Friends At Huvila (Nuclear Blast – 2017)

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Nomen Omen, direbbero i recensori con le palle, parlando degli Amorphis. Bisogna dar ragione a questi recensori sapienti e chiedersi: quante pelli hanno cambiato i finlandesi Amorphis dal 1991 ad oggi? Quanti, e quali, sound hanno attraversato, sperimentato e rimaneggiato questi sei musicisti?
Qualche giorno fa stavo parlando della band con un amico, TheCrazyJester, e stavamo cercando di dire quale disco degli Amorphis sarebbe da proporre da un novizio per fargli capire chi sono questi finnici. Se porti Tales… o Elegy (scelte facili e dischi amatissimi da entrambi), ecco che ti perdi le evoluzioni successive del sound. Se porti Tuonela/Am Universum vedi una sfaccettatura rock della band, ma non riesci ad apprezzare il profondo cambio di direzione che ha portato Tomi Joutsen con il suo ingresso nella band da Eclipse in avanti.
Per questioni di cuore ecco che io metto sul piatto Skyforger, disco della seconda giovinezza della band che reputo eccellente; TheCrazyJester, invece, butta sul piatto Under The Red Cloud e, a pensarci bene, non è una scelta così sbagliata. L’ultimo disco in studio non ha la qualità eccelsa di Tales from the thousand lakes o Elegy o le ritmiche rock quasi seventies di Tuonela, ma ha un po’ di tutto dentro: melodia, death metal, ritmiche orientaleggianti, folk, Kalevala e tutto l’armamentario della band dal 2006 in avanti.
Mi scazza sempre dargli ragione, ma far partire un novizio degli Amorphis con Under The Red Cloud è una scelta che ha le sue buone ragioni.
Tutto questo cosa c’entra con An Evening with Friends at Huvila, il live album uscito sei mesi fa per la Nuclear Blast? Il fatto è che questo live è una sorta di best of della band, ma in chiave semi-acustica (qualche briciolo di elettricità c’è e si sente), ma è l’ennesima esibizione di poliedricità della band finnica. I brani, tratti da quasi tutti i dischi della band (da Tales…, per motivi d’arrangiamento presumo, non è stata inserita nessuna canzone), sono reinterpretati in chiave folk-jazz con tanto di flauti e sassofoni a punteggiare canzoni che, nate elettriche, sono state riconvertite all’acustico senza perdere di splendore. Un sospiro ti sale quando senti partire My Kantele Alone (le due canzoni più “datate” nella set list), ma anche ai nuovi brani presi dalla discografia con Joutsen giova il trattamento folk-jazz intimo.
Ascoltare gli Amorphis interpretare queste canzoni in questa versione è come incontrare un pugile fuori dal ring e parlare di pittura (esempio del minchia, lo so). Dove prima c’erano i guantoni e la tensione, adesso c’è un’atmosfera rilassata. Un cambio interessante.
Se può essere un motivo in più per approcciare questo disco, sappiate che in Her Alone c’è anche la partecipazione come guest di Anneke Van Giersbergen e non credo serva dire altro.

 

Delirium X Tremens – Troi (una seconda opinione)

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Qualche tempo fa, Skan ha recensito il nuovo disco dei bellunesi Delirium X Tremens: Troi. Sono mesi che mi riprometto di dire la mia opinione su questo disco e solo oggi mi sono deciso ad approcciare la cosa.
Vuoi te che conosco i Deliri da moltissimi anni e, ad ogni loro uscita, mi prodigo per recuperare il loro CD, ma recensire un loro disco è difficile e foriero di (mia) sventura nonché di possibili (dicasi, probabili) castroni.
Come cerco di spiegare sempre: se sei un fan, meglio che cerchi un hobby diverso da quello del recensore.
Non imparerò mai; quindi mi sono gettato anima e corpo nell’ascolto ossessivo del disco. All’inizio ci avevo sbattuto il grugno e non avevo trovato quello che volevo. Sarà che il precedente Belo Dunum, Echoes From The Past era un disco tanto rivoluzionario, quanto tradizionale, per i bellunesi che mi è rimasto impresso in maniera molto positiva. Se poi tenete conto che Belo Dunum l’ho assimilato per ben 5 anni prima di sentire Troi, capirete che l’approccio alla nuova fatica in studio partiva sotto una brutta stella.
Mai giudizio fu superficiale e avventato.
Dove Belo Dunum era paradossalmente quasi di facile assimilazione (in relativamente pochi ascolti, riuscirete ad assimilare alcuni punti chiavi dei brani e così renderli fruibili in breve tempo), Troi parte subito con un approccio meno diretto, meno lineare e memorizzabile. In altri termini, una canzone come (la stupenda) Artiglieria Alpina in Troi non la trovate. Non la trovate non perché ci sia qualità inferiore o meno ricerca o quant’altro. Non la trovate perché l’approccio che hanno avuto i Delirium X Tremens in questo disco è diverso e così l’unica traccia che richiama Artiglieria Alpina, Spettri nella steppa, ha bisogno di molti ascolti prima di trovare la chiave delle (molte) sfumature che la contraddistinguono: il cantato, il testo, la musica, le contaminazioni e tutto lo spettro di soluzioni scelte dalla band per rendere, in musica, la drammaticità della ritirata alpina dalla Russia.
Sempre Skan, nella sua recensione, parlava appunto di un approccio a tre teste: pezzi più diretti e brutali, pezzi con più contaminazione e brani che sono contaminati al massimo. Non posso che concordare e, come lui, sono affascinato più dai brani contaminati dalla tradizione montanara e alpina, le nostre montagne, rispetto a quelli più diretti, straight forward (usando i termini di chi sa recensire), e quadrati. Forse perché i pezzi più contaminati sono quelli più personali, quelli in cui la rielaborazione del death metal della band assume un carattere più maturo e cangiante. Brani come Col di Lana, Mountain of Blood o la stessa Spettri nella Steppa sono la testimonianza diretta che non è necessario andare a scavare nella mitologia vichinga per risultare epici e tragici nello stesso tempo; abbiamo storie di eroismo, valore, genio e sangue anche nelle nostre terre e nella nostra tradizione.
Tutto bello, direte?
Diciamo che è difficilissimo tirare le fila del discorso a causa della premessa che ho anticipato all’inizio del pezzo. 
Troi 
è indubbiamente un buon disco e ha alcuni ottimi momenti, ma ci sono tracce che, pur avendo una logica all’interno del concept del disco, non mi hanno fatto impazzire (Owl è forse il brano che meno mi ha impressionato).
Lo so che l’avventura dei Delirium X Tremens parte, ufficialmente, con l’LP CreHated From No_Thing ma, forse, è con Belo Dunum… che i bellunesi si sono tolti le vesti della “solita” band death metal e sono diventati una nuova formazione.
Se guardiamo a questo dato e poniamo il 2011 come data di partenza dei “vecchi-nuovi” DXT, attendiamo il terzo disco per la definitiva conferma del valore della band.

[Zeus]

I (Nuclear Blast – 2006)

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Volevo parlare dei Mgła, ma ho deciso di spostarli fra qualche giorno e sparlare di un disco che, chissà per quale motivo, salta fuori nel mio iTunes: il disco è l’omonimo degli I di sua granchiosità Abbath. Perché il chitarrista norvegese, fra una birra e l’altra, si diverte anche a cazzeggiare alla grande.
Gli I sono proprio questo, cazzeggio puro. Sì, ci sono stati i Bömbers, ma là dentro Abbath si è limitato a rendere omaggio ai Motörhead; negli I il frontman fa finta di stropicciare un po’ il sound più acchiappone degli Immortal (non c’è, fidatevi), ci spruzza dentro tanta epicità & heavy metal e un po’ il fritto misto del sound nordico (grazie anche alle lyrics di Demonaz Occulta) e tira fuori otto tracce che non rivoluzionano la storia della musica, ma che una quarantina di minuti te li fa passare. E, vi dirò, sono quasi propenso a preferire questo prodotto Nuclear Blast (il tocco si sente dannazione) anche al disco di Demonaz (March Of The Norse del 2011) che, per motivi a me sconosciuti, mi intriga per i primi minuti e poi decade velocemente preferendogli l’ignoranza alcolica di questo progetto del 2006.
E questo è quanto di meglio si possa chiedere ad un disco uscito per puro divertimento.

Se proprio devo scegliere, mi prendo questo I piuttosto del disco solista di Abbath dell’anno scorso. Vuoi la mancanza di Demonaz alle lyrics, vuoi che aveva un paio di canzoni decenti e poi c’era un vuoto totale, vuoi che probabilmente era una prova giusto per vedere la reazione dei fan e vendere il suo merchandising inguardabile (e, allo stesso tempo, stupendo nella sua ignoranza da alcolista perso), ma ABBATH – il disco – è inferiore a I.

[Zeus]

Rotting Christ – A Dead Poem (vent’anni dopo)

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da web

Come fai a superare un disco eccezionale come Triarchy Of The Lost Lovers (uscito nel 1996)? Se lo sarà chiesto anche Sakis Tolis, mastermind dietro tutti i dischi passati, presenti e futuri dei Rotting Christ.
O forse no e se ne sarà sbattuto le balle continuando sulla strada del keep the spirit alive.
Il livello di adorazione che abbiamo a TheMurderInn per i greci Rotting Christ è a livello hooligans, perciò riusciamo a trovare motivi di gioia e gaudio anche in Sleep Of The Angels del 1999 (il loro disco più debole ad oggi), figuriamoci quando abbiamo un disco come A Dead Poem che, di momenti buoni, ne mette insieme diversi.
Ho fatto il passo del gambero ubriaco con i greci, partito con Triarchy… sono passato a Thy Mighty Contract e poi via col passo a zig-zag a seconda dell’umore.
Il mattino ha l’oro in bocca, cita il proverbio, e io vedo Sorrowfull Farewell e Among Two Storms che mi tengono là con gyros e tzatziki a festeggiare un nuovo dischello degli amati greci. Perché vuoi te le contaminazioni con quel mood inglese (maledetta Albione) e il sound un po’ gothic e un po’ Paradise Lost che ha stroncato le gambe a tanti gruppi dell’epoca, ma Sakis&Co. non si fanno spaventare più di tanto e lo maneggiano inserendolo nel loro sound e non facendo il processo contrario.
Credo che il processo si chiami contaminazione e non svaccare, ma dovreste chiedere delucidazioni a recensori più sapienti di me.
La svolta gothic-piaciona di alcune band mi aggrada (in certo modo), soprattutto quando sono nel mood giusto. Non ho voglia di un sound pesante, non ho voglia di sbattermi troppo ed ecco che un dischello di metà anni ’90 con quelle atmosfere ti fa arrivare a sera senza troppe bestemmie. Questo per dire che, all’ascolto e in retrospettiva, non parto prevenuto e, vi giuro, non gliene voglio neanche che hanno cambiato logo.
Poi anche i greci sbanderanno un po’ con Sleep Of The Angels, ma teniamo presente che i Rotting Christ sono un gruppo che, dal lontano 1986, tengono alto il PIL della Grecia con millemila tour e dischi ogni 2/3 anni, perciò un minimo di incertezza gliela si può concedere.
Ma su A Dead Poem sono ancora in bolla e recuperarlo, a distanza di vent’anni, è ancora un bel sentire.

[Zeus]