Belphegor – Blood Magick Necromance (Nuclear Blast – 2011)

Metal, sesso e bestemmie.
Potrei riassumere così il concetto che si nasconde dietro i dischi degli austriaci Belphegor. Niente di male, sia chiaro, questo è quello che vogliamo e cerchiamo da Helmuth Serpenth. Facessero dischi raffinati, con il mignolino alzato e la sciarpa intorno al collo parlandoci di retrospettive cecene con piani-sequenza lunghi milioni di anni sarebbe da prendere a calci nel culo.
Invece no, e per fortuna!, Helmuth&Co. continuano a proporre quello che è il trittico micidiale del death-black metal: Metal-Sex-Satan.
Con i Belphegor sono partito da Bondage Goat Zombie e, pur esprimendo la componente di cui sopra (il disco è dedicato al Marchese De Sade e la componente sadomasochista era a mille), non mi aveva colpito appieno. Sarà stato il suono o il momento di passaggio fra il sound più ruvido e sgraziato di Pestapokalipse VI (che nel frattempo ero andato ad ascoltarmi) e quello che sarebbe venuto, ma i Belphegor nel 2008 erano una creatura indefinita.
Con il 2011 e l’uscita di Blood Magick Necromance, Helmuth tira le fila del discorso e il suono si fa lucido e molto in linea con gli standard Nuclear Blast, tanto che un mio amico, ascoltando il disco, ha esclamato: “mi si stanno DimmuBurgizzando!”.
Vero, la pulizia sonora è quasi plastica, ma funzionale ad un sound che richiama sempre di più la compattezza e lo spessore apocalittico dei Behemoth.
Il fatto di aver pulito molto il suono e continuando a marciare dritti su un sentiero sempre più orientato verso un corposo death metal a tinte black (quello che i più furbi e intelligenti chiamano blackned death metal) ha giovato a Blood Magick Necromance. Un suono troppo sporco, troppo black e da cantina, non avrebbe fatto uscire quella strana e malata componente ritualistica che, in qualche modo, gli austriaci hanno piazzato dentro a questo disco.
Le canzoni si muovono su un costante midtempo e ci sono concessioni alla melodia. Un mix che, a seconda dei gusti e di quando li ascoltate, può piacere o meno e che vi farà canticchiare il ritornello della title track o mimare, se non lo conoscete, il tedesco della traccia Discipline Through Punishment.
A me, personalmente, B.M.N. piace.
Le canzoni ci sono, si sente che ci credono in quello che fanno e pur non variando troppo di brano in brano come andamento, i brani si fanno ascoltare e non ti vien voglia di schiacciare skip e andare avanti con quello successivo.
Dopo 6 anni continuo ad ascoltarmelo questo disco che, con tutti i se e i ma del mondo, qualcosa vorrà pur dire, no?

[Zeus]

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Paradise Lost – One Second (1997)

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Vent’anni fa usciva One Second dei Paradise Lost.
Mi ricordo la mia faccia dopo che, appassionato di Icon Draconian Times, mi son ritrovato a sentire One Second. I dischi precedenti, Gothic per esempio, non mi avevano mai preso troppo, mentre quando partiva Embers Fire era tutta un’altra storia.
L’alcool non è riuscito a distruggere quel periodo e neanche ad offuscarlo, quindi Icon è rimasto il mio disco dei Paradise Lost per un lungo, lungo periodo – almeno fino all’arrivo di The Plague Within, ma questo è un disco diverso.
Torniamo a One Second. Qualche giorno fa stavo parlando di questo disco con Skan e ci siamo chiesti: come cazzo fanno i pezzi di One Second a non passare in radio?
Ascoltateli bene e vedete che hanno tutti i crismi per essere singoli della programmazione radiofonica di una qualsiasi stazione radio rock, anche italiana. Va da sé che qua, per rock, si intende passare due volte Welcome To The Jungle e poi un misto fritto con Vasco Rossi e Ligabue… avete capito l’antifona, no?
I Paradise Lost nel 1997 si rompono il cazzo di essere metal (si vede che la gnocca era in costante diminuzione causa avvento grunge e nu metal) e incominciano a fare dischi con il singolo che potrebbe piazzare tanti soldoni in banca e gnocca sulla ceppa – cosa che, visto che chiamano Paradise Lost e non hanno il ritmo pop o la basa tunz-unz dei gangsta amerrigani, è difficile – e sfornano un CD che è lucido come la testa di Kojak. Le chitarre si fanno più sottili ma rimangono metal/rock, keyboard/samples ed elettronica sono in deciso aumento ed ecco che piazzano quello che poi diventerà il gothic-bagna-lolite che tutti conosciamo e targato metà anni ’90.
Non mi viene neanche da fare la recensione track-by-track perché inutile (e non ho voglia di farla) e quindi mi limito solo a dire che tutti i brani, tredici per la precisione, sono singoli e sono dannatamente catchy. 
Tredici brani – tredici singoli
, cazzo!
Dopo One Second, punto più alto della loro conversione al sound “piacione da AOR”, i Paradise Lost incominciano a perdere la bolla e i dischi si stemperano in soluzioni sempre più lontane dal metallo che amiamo e poi, visto che i fan si spaccano la minchia di rincorrere la band dentro sonorità leggerine e friabili, ritornano in sordina anche dischi metal sciatti e poco intriganti.
Questo, almeno, fino l’arrivo del succitato The Plague Within, che è un cazzo di gran disco e mi ha fatto ritornare la voglia di ascoltare i Holmes&Co. dopo un periodo di chicazzoselinculastidischimosci?
Basterebbe questo per dare credito alla capacità compositiva degli inglesi.

[Zeus]

Mgła – Exercises In Futility

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Pochi dischi contemporanei hanno avuto su di me l’impatto che ha avuto questo Exercises In Futility dei polacchi MgłaUscito esattamente due anni fa (04 settembre 2015), il disco l’ho ascoltato nella sua interezza unicamente dopo il concerto visto al Colony Open Air di questo luglio. Motivo? Quando sento troppo hype ed eccitazione verso una band contemporanea, mi viene sempre il grandissimo dubbio di rincorsa alla recensione paracula e leccaculo.
Errore che proverò a non rifare nel prossimo futuro, ma non ci conto troppo.
Gli Mgła, progetto del leader M – già con i notevoli Kriegsmachine -, hanno dietro di loro la classica gavetta fatta di Split, EP e, infine, le prove sulla lunga distanza, fra cui segnalo With Hearts Toward None
Exercises In Futility
, rispetto a WHTN, pulisce leggermente il suono e lo rende fruibile in maniera più liscia. Perde l’aspetto più “minaccioso”, ma le spirali formate dalle chitarre e dal lavoro eccellente della batteria di Darkside (estremamente funzionale e fondamentale per quello che è il suono dei Mgła suono che è lontano dalle esperienze norvegesi, svedesi o finniche) sono stringenti e creano l’atmosfera perfetta su cui inserire i testi – elemento su cui poi ritorno-, sempre dello stesso M.
Impressiona nel disco, ed è così per ciascuna delle sei tracce presenti nel CD, la capacità di creare un’atmosfera ossessiva che poi culmina nell’apice sonoro o in un improvviso momento di rilascio, che rallenta la canzone garantendole quell’aria e interesse che il mero assalto all’arma bianca avrebbe diminuito.
Altro aspetto che ci tengo a sottolineare è la qualità dei testi. Rispetto alla qualità media delle lyrics del black metal, funzionale all’espressione del concetto Satana + Odio ma in molti casi troppo banali e/o secondari rispetto all’aggressione sonora, in Exercises In Futility troviamo dei testi ben concepiti. La cifra stilistica è quella della disperazione, nichilismo e misantropia, ma la costruzione, spesso impreziosita da metafore e giochi di parole, fornisce un secondo piano di lettura che aggiunge sfaccettature alla musica.

[Zeus]

Airbourne – Breakin’ Outta Hell (Spinefarm – 2016)

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Mannaggia la vacca, sono anni che continuo a blaterare sul fatto che gli Airbourne sono solo una copia degli AC/DC e adesso, 2017 D.C., mi ritrovo a recensire l’ultimo disco in studio: Breakin’ Outta Hell. Sto seriamente pensando di appendermi al chiodo e farla finita, un tempo avevo più spina dorsale.
Facciamo la recensione veloce e indolore, come la nota pubblicità. Breakin’ Outta Hell è esattamente come ve lo potete aspettare, perciò una copia degli AC/DC con tanto testosterone in più dato dalla settantina di anni in meno di Angus Young & Co, ma senza l’attitudine gangster che solo uno come Phil Rudd può possedere. Vecchia generazione 1 – nuova generazione 0. C’è poco da fare, se hai venti centimetri di pelo sullo stomaco non ti ammazzano questi sbarbatelli che saltellano sul palco facendo la cover band dei brani cover della tua band.
Breakin’ Outta Hell Rivarly partono forte, non lo nego, ma è l’effetto orchite che provoca il disco dopo la terza volta che lo metti nel lettore Cd a farti assomigliare ad un canotto e far esclamare alla tua ragazza: “hai nascosto un panda nei boxer o stai ancora ascoltando gli Airbourne?“.
Sto ancora ascoltando gli Airbourne, ahimè, ma il filetto di panda è comunque pronto per finire in padella.
Questo è in sostanza il problema della band australiana dei fratelli O’Keeffe: se sei un fan hardcore degli Ac/Dc, potrebbero anche piacerti gli Airbourne e potresti anche apprezzare i quattro nuovi CD tutti uguali e tutti votati allo stesso rock’n’roll suonato anche dallo “scolaretto” Young; se non sei un fan degli Ac/Dc, dopo il primo sfrigolio di adrenalina, ti trovi a cercare di fare la tabellina del 17 mentre ascolti il disco e son cazzi.
Uomo avvisato, mezzo panda salvato.

[Zeus]

https://www.youtube.com/watch?v=gTYZWJEaOUA