Tutti proviamo imbarazzo a fare karaoke, i Six Feet Under lo superano e pubblicano la serie Graveyard Classics

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Dopo i Cannibal Corpse e il primo disco dei Six Feet Under (forse con qualche eccezione nei capitoli immediatamente successivi, ma in seguito è stata la morte cerebrale della band), Chris Barnes è ritornato alla ribalta con… una bellissima polemica con testacalda Dave Mustaine. Dopo che il morigerato Megadave aveva rimproverato Brian Slagel (della Metal Blade)  su Twitter, il frontman dei SUF è intervenuto con grazia sopraffina a calmare le acque e, con un conciso Tweet rivolto a Dave Mustaine (“you sir are a FUCKING ASSHOLE”), ha riportato tutto sul livello nobiliare che è il trademark delle comunicazioni sui social.
La scaramuccia è andata avanti per un po’ e i due musicisti si sono scambiati allegramente insulti sui social come fossero due tredicenni con gli ormoni che saltano fuori dalle mutande. Il che è vagamente patetico, a pensarci, ma ci ha fatto passare ben due minuti di divertimento.
Non si guardano i programmi tipo Paperissima (quando c’era la Henger i treni arrivavano in orario) e/o quello su Cielo con i due tizi sul divano proprio per questo motivo? Due risate grasse, quando ci sono perché spesso è dolore oltraggioso o sono cose talmente tristi da metterti la voglia di spararti un colpo in testa, e puntare il dito unto di patatine contro questi poveri coglioni che tirano fuori performance assurde facendo la figura delle scimmie.
Ci beiamo e godiamo nel vedere le loro disavventure.
Lo stesso pensiero deve averlo avuto anche Chris Barnes dopo essersi fatto un cannone maxi-bon: ogni volta che entro in un bar delle periferia più sconcia d’America, mi tocca vedere queste scene rivoltanti di gente che canta raglia su brani conosciutissimi e il pubblico apprezza battendo le mani, ordinando birre e tirando qualche porco giusto per dare una scossa al santo di turno.
Se va bene per il bar americano con sputacchiere per terra e una selezione di birre che comprende la Lone Star e basta, perché non può andar bene per il metallaro medio? In fin dei conti il succitato metalhead, quando è in macchina o sotto la doccia o in altro posto pubblico, grugnisce sui pezzi storici del rock&metal.
Perché non posso farlo io?
Detto fatto.
E noi, come coglioni, ci sorbiamo quattro (ad oggi) capitoli di Graveyard Classics e non possiamo far altro che sospirare. Il secondo, che poi è il soggetto principale di questo pezzo, è proprio Graveyard Classics II, in cui Chris Barnes&Co. si divertono a martoriare le canzoni degli AC/DC.
Io apprezzo, ma è una questione puramente goliardica. Ma l’effetto di una band sempre uguale a sé stessa che coverizza una band che dell’essere uguale a sé stessa fa un vanto causa degli scompensi temporali che verranno studiati nei prossimi anni.

[Zeus]

 

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Dalla Polonia con furore: i Massemord

Ho un debole per la terra polacca: sarà che sono stati gli unici ad offrire al sottoscritto e Skan del mangiare decente e una serie di birre gratis in Inghilterra, sarà che lavorano come dei dannati a ritmi indiavolati, sarà che, in una terra dal retrogusto molto cristiano, hanno un’ottima percentuale di band black metal pro capite.
I Massemord, come potete immaginare dall’introduzione, provengono proprio dalla Polonia e, più precisamente, da Katowice. Gruppo recente (Encyclopedia Metallum spara come data di attività il 2000 e il primo EP nel 2002) e quindi impossibilitato di rientrare nelle prime ondate di black metal, i Massemord fanno uscire nel 2007 il loro primo full lenght, nonché il disco che, in questi tempi, mi sto ascoltando: Let The World Burn.
Il quintetto polacco ci mette l’impegno e la grinta, cosa che fa sempre acquistare punti ai dischi, e tira fuori un black metal potente, con notevole groove nei riff (ma lasciando ampio spazio al blast beat).
Visto che sono impossibilitato di ascoltare i dischi comodamente a casa, sfortunatamente sono nato povero e quindi mi tocca lavorare, mi sono caricato Let The World Burn sul lettore portatile e me lo sono ascoltato in queste ventose sere autunnali. In un primo momento mi son chiesto perché il suono della band mi fosse “conosciuto”, poi mi son detto che la produzione è talmente potente e precisa da essere quasi metallica, il che fornisce un feeling “quasi industrial” alle canzoni (avete presente quel feeling potente, quadrato, freddo di certe band? Ecco, quello).
Solo ieri, prima di sedermi a scrivere questa recensione, mi son dato del coglione ed ecco che i paragoni possibili sono quelli con i Dark Funeral con Emperor Magus Caligula, o, in certi frangenti, gli Anaal Nathrakh, ma stiamo andando veramente a raschiare il barile dell’immaginazione; i nostri polacchi, bravi per carità, ma non hanno la malignità e la potenza devastante degli inglesi. Ma già avvicinarsi come paragone direi che è un buon punto di partenza. Ma se fosse anche il loro punto d’arrivo? In Let The World Burn ci sono alcuni buoni elementi ma anche momenti un po’ ripetitivi e, di sicuro, non si sente l’originalità.
All’eventuale voto che potreste dare a questo disco leggendo la recensione, abbassate il numero di una tacca (per stare sicuri).
[Zeus]

Invecchiare bene: In Flames – Whoracle

Se pensi a com’erano e come son diventati, ti vien voglia di prendere lo stereo e sbatterelo per terra, ripetutamente. O andare in Svezia, cercare i restanti In Flames (che stanno diventando una specie protetta, fra un pochino usciranno dischi di Fridén&Friends o, che ne so, un titolo a caso con sotto scritto: feat. In Flames – cosa già successa con i Black Sabbath, quindi al peggio non c’è mai fine) e cercare di rinsavirli con il vecchio metodo di Bud Spencer: sberloni due a due finché non diventano dispari.
Questo è il degrado in cui è finito uno dei gruppi fondatori della versione melodica del death metal svedese.
Perchè al tempo gli In Flames erano una realtà da tenere conto: se con Lunar Strain e The Jester Race il quintetto svedese aveva gettato le fondamenta di un suono che attingeva a piene mani dalla NWOBHM dei Maiden mischiandola con il death metal svedese e il folk nordico (e mai si potrebbe ringraziare di più il buon Jesper Strömblad pre-sbronza perenne), in Whoracle lo definiscono, lo levigano ancora di più e sparano fuori dei riff e delle partiture di chitarra da air-metal costante. Whoracle è l’album finale degli In Flames, quello che suggella la carriera e li trascina in alto nel pantheon dei gruppi che sanno di metal, dopo questo disco, la discesa è stata lenta ma inevitabile (a mio parere incomincia già con Colony, disco che ascolto veramente poco).
Whoracle vive di tutto quello che ci si aspetta da un disco dei ragazzi svedesi: le chitarre ci sono e si rincorrono, armonizzandosi e scambiandosi cortesie e gagliardetti, per tutto il corso del disco; la voce c’è ed è ancora quella di Fridén senza la doppiatura in clean che è diventata la sua moda per “smorzare” la delusione dello sfiato da termosifone che ha al posto della voce da anni a questa parte; le melodie sono stupende e lo strumentale (Dialogue With The Stars) è uno degli highlights, insieme a The Hive Jester Script Transfigurated del full lenght.
C’è forse un momento deboluccio, Morphing Into Primal, ma gli si perdona l’essere sostanzialmente normale rispetto agli altri pezzi dell’LP.

A guardare indietro, e son passati 20 anni, ti ricordi che questi erano gli In Flames cristallizzati nella loro forma definitiva; poi possiamo metterci a discutere se preferire Lunar Strain, The Jester Race o questo Whoracle, sia chiaro, ma con Whoracle tutte le pedine del sound che volevano raggiungere ci sono ed è un disco fottutamente arrembante, con ottime melodie e chitarre in pieno spolvero.
Poi c’è stato il declino e la sensazione di amarezza nel vedere questa fotografia del passato è grande.
[Zeus]

Mgła – With Hearts Towards None

Da troppe settimane questo blog rimane a languire nel nulla di WP e, vi giuro, mi dispiace. Il problema, come sempre, è che oltre a questa schermata c’è una cazzo di vita da vivere e non è proprio semplice arrivare a sera e tirarsi insieme a scrivere qualcosa e pensare una recensione decente.
Avrei potuto scrivere anche una recensione di merda – cosa che faccio anche senza gli applausi del pubblico -, ma qua vi abbiamo abituato ad una certa qualità che, porco demonio, non voglio far venire meno proprio adesso.
Quindi ritorno qua su TMI con l’operazione recupero 2.0. Recupero perché nell’ultimo mese e mezzo mi sono messo ad ascoltare in maniera caparbia tutto quello che Madre Polonia ha partorito negli ultimi anni. Questo rimestare nel black (post-black et similia) polacco mi ha spinto, prima di immergermi di nuovo nel nichilismo e nel nero pece, di tirar fuori la recensione degli Mgła annata 2012 e, per la precisione, quando ‘sti figli di Cracovia davano alle stampe With Hearts Towards None. Nella precedente recensione di Exercises In Futility avevo sottolineato il fatto che l’ultimo full-lenght fosse più pulito e liscio del precedente WHTN. Vorrei riprendere il concetto adesso e spiegare cosa significa questa cosa. With Hearts Towards None è, nei suoi quasi 44 minuti di durata, un gioiello di grezzo e spiroidale black metal moderno. Spiroidale perché i riff, crescendo e contorcendosi su sé stessi, creano quella sensazione contrastante ma simultanea che porta al viaggio mentale e al sentirsi oppresso dalla vita.
Entrambi i fattori, in questo momento storico, mi sono cari.
Sette tracce, di cui sei che si attestano su un minutaggio abbastanza classico per il genere (fra i 4 e gli 8 minuti) e la settima che viaggia a vele spiegate sui 10 minuti di durata.
Il disco è più rauco, desolato e ispido e risente ancora di un approccio rustico rispetto al successivo LP. Questa componente grezza è forse l’aspetto migliore di WHTN, insieme alla capacità di M di creare canzoni che, pur cavalcando la circolarità e puntando forte sulla formula del crescendo, non annoiano mai.
Se proprio c’è da mettere un po’ di zizzania, questo gruppo ha almeno delle idee decenti e non si limita al compitino come un Satyricon qualcunque con il nuovo, e da quello che ho sentito abbastanza bah (commento più decente non mi viene), Deep Calleth Upon Deep. Ho coscienza che questo inserto e slashing sui norvegesi centri come i commenti intelligenti in un programma di mezzo pomeriggio su reti private, ma ci sono dei limiti alla sopportazione e se devo godermi un disco, che sia uno che esprima al 100% le potenzialità della band.
Questo per dire che, dopo che avrete finito di ascoltarvi With Hearts Towards None VII, non mi stupirei che pigiaste il tasto Play dell’Ipod ancora una volta.
E, vi assicuro, godreste di altri 44 minuti di nichilismo, black metal e assenza di futuro.
[Zeus]