I tempi cambiano: Metallica – Garage Inc. (1998)

Logo cambiato, facce perplesse, a parte Lars Ulrich che ci crede, e via così: l’incubo in terra per tutti gli adoratori dei ‘Tallica. Un doppio disco in cui l’ex band thrash americana si diletta a riprendere e rifare i grandi pezzi del passato che l’hanno ispirata.
Volete sapere l’ironia della sorte? I pezzi cover suonano 10 volte meglio degli originali contenuti in quel dischello asfittico e terribile di Re-Load o, se vogliamo, di molte delle tracce di Load stesso. Non ho mai capito perché, ma negli anni ’90 i Metallica si sono dilettati nell’essere una professionalissima cover band e hanno avuto un risultato sonoro migliore di quando suonavano l’idea di Metallica che avevano in testa.
Contorto, lo so. Quindi la smetto subito.
Garage Inc. del 1998 è una fotografia di quello che sono i Metallica e di quello che erano. Quello che sono viene impresso nel primo disco: fra cover di Black Sabbath, Misfits, Discharge e Mercyful Fate appaiono anche Lynyrd Skynyrd, Bob Seger e Nick Cave. Il risultato sono cover godibili (il medley dei Sabbath o quello dei Mercyful Fate è buono e mi ritrovo ad ascoltarlo più volte) e ti mostrano una band che, della furia passata, non ha più neanche l’ombra. Sono signorotti per bene che suonano per bene delle cover per bene.
Per bene.
Il secondo dischello, invece, è per i nostalgici e riprende in parte quel The $5,98 EP: Garage Days Re-Revisited e poi B-side, cover varie (fra cui la popolarissima Stone Cold Crazy dei Queen) e poi l’orgia di canzoni dei Motörhead tratto da un EP del 1996 – ripresi con quattro classici (Overkill, Damage Case, Stone Dead Forever e Too Late Too Late).
Il divario, probabilmente d’attitudine o di presunzione d’attitudine, è incredibile. Sul primo disco non sembrano mai premere sull’acceleratore, su qualcosa che colpisca e si finisce per giustificare la svolta hard-rock-corrosionofconfomity-ana del periodo post-Black Album; nel secondo CD, invece, c’è quella vibrazione di un passato che fu, forse perché non avevano ancora preso gusto nel massacrare Jason Newsted o perché ci tentano di più. Non lo so.
Sappiate solo che dopo di questo c’è il silenzio lungo 5 anni e il temibilissimo St.Anger.
Se vogliamo, Garage Inc., con i suoi alti e bassi e il suo essere passatempo da ricconi, è la cosa migliore incisa dai quattro americani dal 1996 al 2003. Lo sottolineo perché non è scontato ricordarselo in mezzo al massacro sonoro che ci hanno gustosamente rifilato i Four Horsemen.
Meditate gente, meditate…
[Zeus]

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In Flames – Down, Wicked & No Good (2017)

Gli In Flames sono una formazione americana arrivata sul mercato nel  2014 con Sirens Charms e poi, nel 2016, hanno dato alle stampe un disco che abbiamo già presentato. Ispirati agli act più noti del panorama death metal melodico svedese, gli In Flames si mettono in competizione con band come i britannici Bring Me The Horizon e gruppi simili. La competizione è micidiale: gli In Flames sono relativamente giovani sul mercato mondiale e confrontarsi con band attive addirittura dal 2004 è impresa ardua per molti, figuriamoci per qualcuno che ha due album all’attivo e, con questo Down, Wicked & No Good, un EP di quattro tracce di cover.
L’EP è breve e la scelta delle tracce molto azzeccata. L’apertura è affidata a It’s No Good, rilettura di una canzone dei Depeche Mode, un unicum nella discografia degli In Flames. Riprendere in mano i Depeche Mode è rischioso, soprattutto perché potresti non sapere cosa farne, ma il quintetto americano sa cosa farne. Alla band di Dave Gahan si lascia il momento più hard dell’EP, mentre è con Down In A Hole degli Alice In Chains Wicked Game di Chris Isaak che spetta la parte del leone con chitarre acustiche, orchestrazioni e una purea di emozioni molto intense. Hurt dei NIN, cover rifatta live, è un chiodo nell’anima con quelle vocals torturate e un testo da brividi.

Ok,  basta stronzate: questa è la recensione!

Gli In Flames hanno 25 anni di attività alle spalle, hanno registrato 12 album ufficiali e da almeno 16 stanno procedendo allegramente verso un declino inarrestabile. Da quando hanno si sono invaghiti delle sonorità di chi li ha copiati (ad esempio trequarti i gruppi emo/metalcore etc) e l’aver spostato le coordinate dalla Svezia all’America, i dischi si sono fatti non solo deboli o brutti, ma addirittura dei grossi cumuli di deiezioni. Molti vedono nell’abbandono di Jester Strömblad il segnale della crisi, ma vorrei sotolineare che dischi stroncati dalla critica come Reroute To Remain o Soundtrack To Your Escape sono stati registrati con il biondo chitarrista, quindi direi che il declino è una precisa direzione sonora intrapresa dalla band svedese.
L’aver rimpiazzato 2/5 dei membri con musicisti americani non ha semplificato le cose e se il 2016 aveva fatto sentire il puzzo della fogna, in Down, Wicked & No Good gli In Flames si buttano a pesce nel mercato USA e procedono decisi nel perdere le loro radici europee e death metal per l’effimera fama del mercato a stelle e strisce.
Depeche Mode sono già stati coverizzati una volta, ma la differenza fra il risultato finale è a dir poco imbarazzante: dove in Everything Counts il brano della band di Dave Gahan si inserisce in un concept spaziale e, con le chitarre ben in evidenza, non stona affatto in un disco come Whoracle, la cover di It’s No Good piace alle ragazzine che vogliono sentirsi trasgressive al giovedì sera.
Down In A Hole, con il suo trattamento chirurgico da pianobar e MTV Unplugged, è strappamutande (mentre con gli AIC era devastante per il suo carico emozionale) e, paradossalmente, Wicked Game di Chris Isaak si adatta perfettamente al nuovo corso degli In Flames: canzoni strappa-mutande da far cantare alle ragazzine e ai maschietti emo. La summa dei nuovi In Flames, innocui e che possono piacere a tutti.
Il disco, loro, lo chiudono con una resa live di Hurt dei Nine Inch Nails. Io, invece, chiudo dicendo che il Man In BlackJohnny Cash, ha reso la drammaticità di Hurt 2000 volte meglio degli svedesi americanizzati.

Il disco si fa ascoltare, ovvio, le canzoni le conoscete tutti. Ma veramente sono questi gli In Flames? Questo è un gruppetto senza nerbo e con poco da offrire nel reparto metal. Meglio cambino direzione sonora e, finalmente, si buttino su quel pop-metal che, a quanto sembra, è la loro dimensione ideale.
[Zeus]

Ci sono cose che gli americani non sanno fare bene: UADA – Devoid The Light (2016)

Gli americani hanno tanti pregi, ma il black metal non è proprio il loro pane. A parte qualche band (Absu per esempio), possiamo dire che il metallo nero e satanico è distante dalle corde del tipico ranchero del midwest. Gli UADA provengono da Portland e suonano un black metal “melodico”, influenzato da quanto prodotto nel vecchio continente da gente come gli Mgła (ne riprendono persino il trend di coprirsi il volto con le hoodies), che scorre senza nessun pensiero e nessuna punta drammatica. Questo basterebbe per finire la recensione.
Devoid The Light che funziona benissimo mentre stai cucinando e ascolti con mezzo orecchio. Fa da sottofondo e si confonde con il rumore del treno che passa a poca distanza dal balcone e con il rumore prodotto dai vicini rompicazzo

Anche gli UADA sanno che hanno fatto il minimo sindacale e si coprono la faccia

Ormai la moda è questa, c’è poco da fare. Black metal molto melodico, scorrevole, che non ha un briciolo di bestialità, di perversione o di estremo. Non so se è definibile come post-black metal o solo come un disco che, oltre ad un certo punto, non può andare. Questo è il genere che mi fa innervosire, perché è una sciacquatura di piatti senza nerbo e io, dal metal in generale, mi aspetto molto di più che scopiazzare qualcosa e portare sul mercato una cineseria.
Probabilmente qualcuno, ascoltando la canzone sotto, sarà anche tentato di dirmi che si fa ascoltare, che non è male, ma vorrei dire così da stroncare sul nascere discussioni futili: i dischi, quelli grandi o quelli buoni (ormai è difficile arrivare a Grandi Dischi), non ti fanno mai esclamare “dai, non è male!”. Questo commento lo riservo ai dischi di band di seconda schiera che, pur gonfiando il petto, non sono altro che bolle di sapone.
[Zeus]

Myrkur – Mareridt (2017)

Non saprei bene come valutare i lavori di Amalie Brunn, in arte Myrkur. La cantautrice danese (ma di stanza in America) si è presentata sul mercato black metal nel 2014 con il primo EP (Myrkur) e poi, a cadenza annuale, ha dato alla luce un full-length (M) e poi il live album Mausoleum prima di uscire con questo Mareridt. Dei precedenti si può dire che, a parte il live album – il migliore fra i tre dischi usciti prima di questo che sto recensendo- , l’Ep e soffrono entrambi di un problema terribile: sono incasinati.
Tutti presentano troppi elementi, troppa carne al fuoco e, a conti fatti, si assiste solo ad un macello incomprensibile di voci angeliche, nenie sognanti, parti black metal (che non ti prendono neanche un po’) e l’accozzaglia di incontro-scontro fra vocals pulite, scream black metal e idee molto confuse.
Su Mareridt la cantante sembra aver capito, in buona parte, cosa deve fare e cosa no. Rispetto ai precedenti, c’è un maggiore utilizzo delle clean vocals angelico-gotiche e ci sono meno parti strettamente black metal. Il che, con tutta l’ironia del caso visto che parliamo di un disco che vorrebbe essere black metal, è un vero beneficio. Quando cerca di pestare sul pedale del genere adorato da Satana (episodio ridotto al solo Maneblot), ecco che ritornare fuori i vecchi difetti e la voglia di spararti sulle palle. C’è poco da fare: o il black metal lo sai fare o è meglio che trovi una tua via per adorare Satana e fare proseliti.
La presenza di molte tracce che assomigliano a nenie funebri/canzoni della buonanotte (De Tre Piker per esempio) è un format che si addice molto alla cantante danese che, avendo capito i limiti della sua proposta, replica la formula per tutto il disco.
Una delle migliori canzoni è forse Funeral, che vede la partecipazione di un’altra lady in black: Chelsea Wolfe. Il sound è cupo e le vocals si fanno spazio senza rompere troppo i coglioni. Vi giuro, un toccasana.
Mareridt potrebbe essere il disco che segna il passaggio di Myrkur da un sound sgraziato e senza speranze ad uno che, se trattato con cura, potrebbe tenerla lontana da quei gruppi fastidiosi e da dimenticare in fretta, di dischi orrendi ce ne sono troppi per aggiungerne altri.
[Zeus]

 

 

Il duro lavoro dei Testament – The Formation Of Damnation (2008)

Per non rovinarmi il palato, non ho ascoltato il disco successivo al devastante The Gathering dei Testament. Ho amato quel disco tanto da farmi sorvolare bellamente First Strike Still Deadly del 2001 (anche perché è un disco con pezzi ri-registrati) per andare a inchiodarmi su questo The Formation Of Damnation del 2008, primo disco originale in studio.
Su The Formation Of Damnation c’è la reunion tanto sospirata con Skolnick e anche la sezione ritmica viene rinnovata e vede il ritorno di Greg Christian al basso, mentre alla batteria si siede Paul Bostaph.
Il disco, aperto da uno strumentale, parte subito forte con More Than Meets The Eye e poi prosegue con lo stesso piglio anche su The Eagle Has Landed. Il sound è sempre thrash, anche se l’evoluzione verso il sonorità più pesanti non viene dimenticata e, infatti, ecco che il sentimento di un grande mix delle epoche dei Testament si fa largo pochi minuti dopo aver iniziato l’ascolto.
The Formation Of Damnation (da ora TFOD) non è un brutto disco, anzi direi che è uno di quegli LP che ascolti ma selezionando i brani che ti acchiappano e stop.
Perché ne parliamo adesso su TheMurderInn? Perché questo è il decimo anniversario dalla nascita e perché mi è venuto in mente il verso more the meets the eyes” e, visto che mancava su TMI, ho deciso di colmare la lacuna.
Se vogliamo il problema è uno solo e, vi giuro, non posso giurare che non sia solo mio e dato dal recensire questo disco a così tanti anni di distanza: dopo qualche ascolto, e superato il colpo dato dall’adrenalina dei primi ascolti, TFOD mi sembra un lavoro che i Testament hanno prodotto (bene!) ma giocando sicuro (The Persecuted Don’t Forget picchia bene, ma sembra una traccia che richiama in maniera un po’ troppo smaccata The Gathering).
Ci sono anche episodi meno convincenti come la title track, Killing Season (moscia e bruttina) e in generale le ultime tracce del disco suonano come filler ben confezionati se paragonati ai primi brani di The Formation Of Damnation.
Questo LP è uscito con squilli di tromba e recensioni fantastiche, mi immaginavo le lacrime del recensore a prendere in mano il disco dei Testament dopo anni di silenzio e con l’ultima prova in studio un certo The Gathering.
A riascoltarlo oggi posso confermare che ci sono dei buoni brani ma su 11 canzoni quasi la metà non è granché (!!) e questo non gioca a favore della generale longevità di TFOD.
A volte bisognerebbe veramente aspettare un po’ di anni prima di prendere in mano un disco e recensirlo, giusto per evitare di vomitare su schermo paroloni che, anni e anni dopo, ti chiedi “ma veramente lo trovavo così spettacolare questo disco?“.
[Zeus]

Quando imparerò il polacco… Furia – Nocel (2014)

 

Fra tutte le band black metal polacche, i Furia sono quelli che ascolto più spesso in assoluto. Hanno un tiro molto particolare e non posso neanche dire che sono strettamente black metal, visto che ad un ascolto più approfondito si sente che i polacchi sono partiti dalla musica più amata da Satana per sperimentare e avanzare in una sorta di experimental/post-black metal. Cosa voglia dire questa definizione, solo il Grande Capro lo sa.
Penso sia un modo quanto mai vago per far rientrare i Furia in un calderone come quello del black metal, ma nello stesso tempo distinguerli quanto basta per non essere l’ennesima riproposizione, da nazione diversa, del classico sound estremo. Perché le componenti basilari del black metal, in Nocel (datato 2014), ci sono tutte, ma poi ecco che le atmosfere si diradano e subentrano degli arpeggi (Ptaki idą) o, se lo ascolti mentre stai camminando, ti ritrovi a pensare che questo disco ha un non-so-che degli ultimi parti musicali degli Enslaved. Non è questione di progressive-black metal, ma è il giocare sui chiaro-scuri musicali che distanzia questi polacchi dagli altri adoratori di Satana.
Per avere un’idea di quello che sto dicendo si potrebbero ascoltare i 3 minuti di Zamawianie drugie, canzone che neanche sotto tortura potrei definire trve black metal, visto che procede con piglio rock sbattendose ampiamente il cazzo, ma il brano ha l’attitudine black dei penultimi Shining (quelli svedesi).
Come fareste voi a definire una band di questo tipo?
Perché poi parte la lunga (oltre 13 minuti) Niezwykła nieludzka nieprzyzwoitość ed ecco che si sommano tratti che richiamano il blast beat tipicamente black ma poi si le atmosfere si dilatano e ne esce fuori una parte che va ad addentrarsi nelle lande desolate frequentate proprio dagli Enslaved e poi ecco il finale con un grande riff che, di black ha poco, ma di rock/metal moltissimo.
I Furia, con il penultimo Nocel, si mettono in scia ai grandi norvegesi e propongono una via polacca al post-black metal. Non tradiscono le origini, ma sicuramente non più la band che ha pubblicato Martwa polska jesień, primo full lenght della band – anche se, a dirla tutta, si sentiva già che il sound dei Furia era destinato a spostarsi verso lidi meno ortodossi.
[Zeus]

Essere satanisti da condominio: Ghost – Ceremony and Devotion (2017)

Non è la prima volta che recensisco i Ghost, quindi cercherò di non ripetermi con il già detto. Il live album Ceremony and Devotion esce a sorpresa l’8 gennaio, in occasione del Santo Ponte di S.Ambrogio. Sono certo che Papa Emeritus III ha scelto l’occasione del ponte di S.Ambrogio e l’assalto al mercatino della mia zona, come il più alto momento satanico e blasfemo del periodo natalizio. Non posso che essere d’accordo con tale scelta. Dopo tre full-lenght e due EP, qualche causa e recriminazione fra Papa Emeritus (all’anagrafe Tobias Forge, conosciuto anche per la sua attività nei pacati Repulsion) e quegli schiavi senza volto dei Nameless Ghost, anche i Ghost avevano bisogno di un live album per celebrare, su palco, quello che prima la stampa e poi il pubblico ha osannato dal 2010 con l’uscita di Opus Eponymous.
Il disco è registrato tanto bene che, vi giuro, ai primi due/tre ascolti non ti accorgi neanche che è un live album. Le incitazioni al pubblico e qualche applauso del pubblico sembrano aggiunti in secondo momento. I suoni sono pulitissimi, non si sentono i classici momenti da tunnel autostradale a causa di qualche problema (ma, a dirla tutta, non si sentiva neanche in Reunion dei Black Sabbath, ma in quel caso c’era la mano pesantissima di Marlette che ha stravolto il suono della band in maniera così radicale da renderla metal, attuale e pesantissima) o incertezze nella voce di Papa Emeritus III.
I fan si godranno un live della band, i novizi potrebbero trovare un buon best of da cui partire, mentre per gli altri? Vi dirò, di solito guardo con un certo favore i dischi live, ma qua ci troviamo davanti ad un prodotto talmente perfetto che non saprei che dirvi: comprarlo? Non comprarlo? Fate un po’ voi, non vi riesco ad aiutare più di tanto.
Se vogliamo fare un recensione quasi professionale, dovrei incominciare a scrivere qualche fregnaccia su timbri vocali, riff che fanno così o che ne so io, ma io di professionale ho solo l’impegno che ci metto quando vado al cesso.
Quindi mi sentirei di dirvi di lasciare i soldi in tasca e, se proprio volete bullarvi, comprate il precedente Meliora o aspettare il prossimo disco in studio.
Nel frattempo, sappiate che ascoltare i Ghost è un buon modo per invocare Satana anche quando abiti in un condominio e gli orari di scala non ti permettono di ascoltare altro.
[Zeus]

 

La santa messa di Satana: Batushka – Litourgiya

I polacchi Batushka sono un fenomeno improvviso: un disco, questo Litourgiya, nel 2015 ed eccoli additati come nuovo fenomeno del metal estremo. Va da sé che da quando i Ghost, uno degli ultimi gruppi di cui non si sapeva quasi un cazzo, si è auto-sputtanato in beghe da quartiere per royalties, sessions e via dicendo, una band che prendesse il suo posto doveva salire alla ribalta. I Batushka hanno quello che serve per essere la nuova band misteriosa minacciosa del panorama del black metal europeo.
Guardo le recensioni di Encyclopedia Metallum, sito che utilizzo senza neanche una colpa quando la mia memoria viene meno (quasi sempre), e gli utenti danno una media del 91/100 a questo disco (91% su 10 recensioni pubblicate). Questo è un buon motivo per mettersi un momento a riflettere e, così, ho riascoltato il disco e mi son chiesto: 91/100 per questo Litourgiya? Io non lo darei.
I polacchi hanno creato un buon disco, in cui le atmosfere liturgiche della messa ortodossa si mescolano al “zolfo e zoccoli” del black metal. L’essere anonimi aumenta il carattere di “band di culto”, ma non può essere, da sola, il veicolo per far alzare il voto ad un disco che, seppur buono, non può certo meritarsi i galloni di capolavoro assoluto.
Anche perché l’effetto Chiesa – celebrazione ortodossa non è certo una novità, solo la resa più “digeribile”all’ascolto più distratto rende Litourgiya un disco più fruibile di, che ne so, Si Momentvum Reqvires, Circvmspice dei Deathspell Omega. Album diversi, lo so, ma era per fare un esempio circoscritto nell’estremo e con concept abbastanza simile.

Litourgiya ha degli ottimi riff e alcuni spunti che ti fanno venir voglia di premere il tasto “repeat” ma sono meno di quello che mi sarei aspettato. L’hype ti frega e, nel metal estremo, bisogna stare attenti a non farsi trascinare solo dalla voglia di novità.
Non capisco i titoli, quindi direi che evito la recensione track-by-track; diciamo solo che i 40 minuti del disco scorrono senza problemi, hanno degli spunti notevoli e la qualità media è buona, ma non ci vedo niente di così spettacolare.
Lo dico subito, così quando tornerò a parlare dei Batushka al prossimo disco (quando uscirà) riuscirò a non sembrare un cazzaro: fino ad ora il disco non mi ha mai preso in maniera completa, potrebbero volerci altri mesi di ascolti per farmi cambiare idea.
Al momento la messa è finita,
andate in pace [che, visto l’attitudine media dei cattolici è un augurio satanista]
[Zeus]

Paradise Lost – Medusa

Io sono uno di quelli che il precedente The Plague Within l’ha letteralmente consumato, ringraziando il demonio per il singulto di vita della band inglese. A causa di due album profondamente noiosi come Paradise Lost In Requiem (e di alcune tragiche esperienze con i due dischi precedenti), ho saltato a piè pari Faith Divides Us… e Tragic Idol.
Per qualche strano motivo, le stelle (?) o il suggerimento del buon Skan, ho sentito The Plague Within e ho risentito un album appassionante dei Paradise Lost. Completo e con il giusto livello di growl, di clean e il giusto mix di metal, gothic e death-doom.
All’annuncio del nuovo disco in studio, mi sono sfregato le mani. E continuando a sfregarmele mi sono messo all’ascolto del primo singolo: The Longest Winter. Che mi ha soddisfatto, maturando nel tempo e facendomi apprezzare quell’utilizzo dei ritornelli in clean così ricordabili nel contesto gothic & doom della canzone. Secondo step e secondo singolo, nel caso è proprio Blood & Chaos. E forse, questo secondo singolo, è la canzone più ricordabile di tutto Medusa.
L’approccio a Medusa, però, si è rivelato più difficile del previsto. Sarà che cercavo un nuovo The Plague Within #2, ma ad una prima impressione complessiva non mi è riuscito a scendere. Poi anche l’album nella sua interezza ha incominciato a sviluppare i suoi lati positivi e quelli negativi, dimostrandosi un buon album e in pieno stile Paradise Lost. Nei lati positivi possiamo inserire sicuramente la qualità delle registrazioni, il songwriting di diverse tracce presenti nel disco e, a mio parere, ed un sapiente uso di hook melodici, come nella lunga Fearless Sky. Sulla casella dei lati negativi possiamo mettere le tracce doom, non in sé sia chiaro, ma per quell’incattivirsi e arrotolarsi su sé stessi prima di cercare una via di sfogo negli ultimi minuti della canzone. Questo stratagemma va bene se usato una volta, quando viene riproposto… ti fa saltare la mosca al naso.
La versione deluxe dell’album contiene tre tracce in più: Frozen Illusion, Shrines e Symbolic Virtue.
[Zeus]

 

Vent’anni fa… Rush – Different Stages (1998)

Voglio fare pubblica ammenda: a me, il progressive, non è mai piaciuto granché. Ogni volta che arriva nello stereo, mi sale un sorriso di circostanza, quello che fa sapere che non sei out e che stai apprezzando un genere “Ohhh”; ma che io, sfortunatamente (?), non ho mai sentito mio. Ci ho tentato giuro, almeno per vedere quei circoli esclusivi dove le persone perbene bevono birre da discount con il fluté e passeggiano spiluccando pasticcini al tofu e prepuzio marinato.
A parte l’imbarazzo culinario delle cibarie, anche le conversazioni mi andavano troppo verso l’empireo, verso suite enormi che, dopo i primi 5 minuti, mi confondevano e mi lasciavano sbavante sul terreno e in preda ai sintomi classificabili come PTSD.
Penso sia una questione di intelligenza, ad un calcolo spannometrico non penso di superare quella di una pannocchia, quindi dopo aver tentato, per l’ennesima volta, di cimentarmi con band come King Crimson, Yes, AreaBanco… etc etc mi buttavo su qualcosa di talmente semplice da farmi prendere a schiaffi dallo stereo.
Tutto questo finché non sono arrivato ai Rush.
I canadesi sono gli unici (ci metto, per qualche ragione, anche i Tool – che detesto per la loro incapacità di far uscire un CD in tempistiche umane) che riesco a digerire quando mi sparano fuori suite lunghe ed intricate. I Rush non li conoscevo per i motivi che ho elencato sopra, ma all’università un amico mi ha prestato Different Stages – insieme all’ancora zeppeliniano Caress Of Steel – ed ecco che tutto ha trovato un senso.
Finalmente avevo trovato il gruppo capace di interessarmi anche quando le suite diventavano lunghe, importanti e intricate. Avevo visto la luce.

Unico problema della copia di Different Stages che mi era stata imprestata? Aveva le ore contate e si portava addosso, inconsapevole, le tracce di una sfiga cosmica.

Different Stages è un triplo disco, due CD ripercorrono le attività concertistiche della band fra il 1994 e il 1997, mentre il terzo è un reperto “storico” e datato 1978.
Il doppio CD è una compilation di classici così azzeccata, così perfetta, che ho smesso di bramare un megamix con le migliori canzoni dei Rush; da quando l’ho sentito, tiro fuori quel disco ed ecco che ho tutto quello che voglio in dimensione live. Se poi consideriamo che, causa precisione ed abilità tecnica, la differenza con il registrato in studio si risolve in pochi, pochissimi, elementi, potete capire che questo Different Stages è un disco live fondamentale.
Se poi uno ha voglia di sentire qualcosa di storico, basta mettere su il terzo dischello e ci trovi una registrazione datata 20 febbraio 1978, contenente classici provenienti dal succitato Caress of SteelFly by NightA Farewell to Kings2112 e l’omonimo Rush. Si sente maggiore freschezza e i ruggenti anni 70 (che stanno guardando oltre la scogliera e vedono gli eighties), quindi l’energia è quella buona, quella ti prende bene.
E con questo termina la recensione, non serve dire altro.

Ho solo una considerazione: fosse stata una copia fortunata, probabilmente il mio collega dell’università avrebbe ancora Different Stages in suo possesso, ma l’ennesimo atto di generosità verso un amico ha portato: a) alla distruzione del lunotto della macchina di quest’ultimo, b) al furto dello zaino con portafoglio; e c) al furto di diversi dischi fra cui il compianto Different Stages.
Da quel tragico giorno, il disco live dei Rush è rimasto sospeso e non più ricomprato.
Peccato perché, e lo ribadisco ancora, è veramente una bomba di disco.
[Zeus]