Back to the roots: i Moonspell e il nuovo disco in studio (1755)

Per una volta, arriviamo più o meno in tempo con le recensioni. Siamo due mesi in ritardo e tantissimi siti “stocazzo” hanno già detto il loro “stocazzo” di parere, quindi non c’è niente da fare, mi tocca dire cose già dette.
I Moonspell sono uno di quei gruppi che mi acchiappano e mi annoiano a giro di giostra, non so spiegarmi il perché. Passo periodi ad ascoltare Wolfheart o Irreligious e poi mi ritrovo per mesi a sfanculare il gruppo portoghese come fosse una tizia impestata che non vorresti toccare neanche con quello del tuo amico.
Quindi la prospettiva di recensire 1755 assomiglia ad una partita a Prato Fiorito di Windows: se Fernando&Co. arrivano nel momento giusto, sono propenso a recensioni gradevoli, se no mazzuolo.
Fatta questa premessa, gestisco la recensione in maniera easy così da rendervela leggera anche voi che state ancora digerendo il cotechino di capodanno.
Ecco alcuni chiave:
a) i Moonspell incidono un concept album sul terremoto più cruento, e significativo, della storia portoghese; terremoto che spinge il passaggio dalla visione “religiosa” a quella “laica” dello Stato;
b) Fernando Ribeiro canta sempre in portoghese, aumentando l’effetto Chilometro Zero (e bio, ci sta) del prodotto che si sta ascoltando;
c) calca la mano sul fattore death metal sinfonico, privilegiando la parte sinfonica – elemento, quello dei cori e delle orchestrazioni, che saltano fuori ogni tot come brufoli sulla faccia degli adolescenti;
e) Em Nome Do Medo non era già apparsa su Alpha Noir o mi sono fumato qualcosa di strano?

I primi due punti sono intriganti, la commistione fra “concept storico” e fedeltà alla linea (cit.) è un forte traino emotivo del disco. Le canzoni ci sono, anche se non riesco a valutarne la profondità e quindi la sopravvivenza alle sabbie del tempo. Il terzo punto, quello relativo alle orchestrazioni, è molto soggettivo. I patiti del sinfonico e dei chorus accentuati, allora avranno di che godere; tutti gli altri dopo un po’ si stuferanno delle eccessive parti orchestrali e vorrebbero un disco meno gotico e più diretto, sul punto e, se vogliamo, meno leggero.
Ma è proprio questo reinventarsi ad essere il punto di forza di una band che ha passato molte stagioni musicali e, ritornando all’ovile con un sound influenzato dal Mediterraneo e dal Sud, riporta indietro le lancette dell’orologio ad un momento in cui il suo sound era la meridiana per molte band.
Le prime due canzoni del disco sono, fra l’altro, le meno azzeccate di 1755. Superato questo “scoglio”, ci troviamo davanti ad un CD che ha molti punti attrattivi e si fa ascoltare con piacere. Mi sono perso la produzione centrale dei Moonspell, troppo persi dietro ad un reprise di un sound estremo che non gli è proprio al 100%. Li riprendo in mano, e nelle cuffie, con questo disco e rimango soddisfatto. Non sento Irreligious o i dischi dell’età dell’innocenza, ma una band che ha la bussola funzionante e sa dove andare.
[Zeus]