Satyricon – Deep Calleth Upon Deep

Qualche mese fa stavo conversando con il buon Skan davanti ad un piatto di pasta e ho menzionato che i Satyricon avevano fatto uscire un nuovo disco – Deep Calleth Upon Deep. Il Cd era stato anticipato da due singoli, la title-track e To Your Breathern To The Dark. Al tempo, penso fosse agosto, il giudizio unanime (ma i ricordi sbiadiscono con le ore) era stato di una band che, con buona pace all’anima nostra, aveva deciso di tirar fuori un disco facilotto.
Cosa che porta a chiedersi: ormai quanti sono i dischi a mezzo servizio dei Satyricon? A risalire la corrente si incontra il temibile Satyricon di quattro anni fa e il pericolante The Age Of Nero. Escludo dal computo l’autoerotismo di Live At The Opera, perché sono convinto che siano dischi fatti ad uso e consumo di chi se li registra (cosa molto black metal, sia chiaro) e utili come sprizzplakat per il mastermind di turno – in questo caso il buon Satyr. Sarà che ad un certo punto molti pensano che aggiungere un’orchestra sia il segno di maturità della band, beh, io non sono fra quelli.
Se facciamo i salmoni ancora un po’, raggiungiamo la doppietta Now, Diabolical Volcano. Questi, se paragonati ai parti successivi del duo norvegese, possono essere qualificati come ottimi dischi. Ovvio che se fai lo stronzo, torni indietro e li paragoni a qualcosa di precedente, i due cd sopracitati si prendono delle sonore legnate ma, almeno, avevano qualche traccia che un po’ di rimaneva nel cervello e c’era quel pizzico di attitudine in più.

Fosse anche attitudine a tirar su la gnocca dopo concerto. Che è occupazione buona e giusta.

Ma torniamo alla fragranza di Deep Calleth Upon Deep, che per evitare i castroni recensori che son solito fare mi son anche riascoltato più volte del dovuto nelle ultime settimane/mesi e questo giusto per cercare di capire se fossi prevenuto io (un vecchio detto polacco dice: se ti scotti con la zuppa, soffi anche sullo yoghurt. Forse non era polacco, ma suona decisamente ex-comunista) o se fosse proprio una questione di band che da una decina di anni a questa parte è baluardo di un sound oltremodo inconsistente.
Pensate ad una cosa: To Your Brethern In The Dark, che è una delle tracce migliori del lotto, ne esce fuori come una canzone sì, buona ma…sai, sembra che i Satyricon si siano divertiti a farsi la cover-band di sé stessi. E su questo concetto si fonda tutto il giudizio di DCUP e questo spunto ti fa pensare. The Ghost Of Rome Dissonant sono di una pochezza assoluta, mentre Black Wings And Whitering Gloom, 7 minuti non ispiratissimi ma almeno black metal, risalta stretta fra la precedente Dissonant e il dubbiosissimo finale Burial Rite. E, come per la discografia, ecco che mi tocca fare il cazzo di saltatore all’indietro e si vede che è proprio nelle prime 3 canzoni che il duo norvegese ci dà il meglio.
Le vicende personali, gli antani, qualche scappellamento a destra e il convincersi a vicenda – spesso ripetendo ad nauseam il concetto che i Satyricon son sempre i Satyricon, cosa che approvo visto che anche stocazzo è sempre stocazzo, quindi non si va troppo distanti dal vero e dal giusto – possono forzare il giudizio finale sovra-interpretando un disco che, depurato da molti degli aspetti romantici/affettivi logici dell’amante del metal, è forse l’esempio limpido di quel (poco) che attualmente hanno da dire i Satyricon in termini di black(-‘n roll-)metal.
Vediamo se con il prossimo, che uscirà chissà quando tendendo conto delle condizioni di salute di Satyr, continueranno a scavarsi la fossa e mi faranno recensire con le gengive sanguinanti o, sbagliando nel tentativo di innovare, registreranno un disco con il Demonio nel cuore.
Almeno in subaffitto.
[Zeus]