Il bello dei titoli impronunciabili: Plaga – Magia Gwiezdnej Entropii

Da quando mi sono immerso nell’ex blocco sovietico per cercare band black metal (non storiche, ma nuovi arrivi sulla scena), mi sono imbattuto in gruppi che hanno sviluppato il genere più amato dal Demonio in maniere particolarmente avvincenti – forse solo per me che, stufo di sentire l’ennesima riproposizione di xxxx (mettete gruppo a scelta), mi son cercato paragoni diversi, giusto per facilitarmi la digestione.
Plaga hanno pubblicato due dischi in croce (rovescia), di cui uno è un EP e poi questo Magia Gwiezdnej Entropii, full-length datato 2013. Da questo momento in avanti il silenzio più assoluto. Ma va bene così, perché MGE (sticazzi che lo scrivo o faccio Ctrl+C – Ctrl+V ogni volta) è black metal moderno, vagamente spazial-oide (nel senso che c’è quell’elemento da viaggio interstellare a salutare Azathoth) e che richiama certi stilemi ortodossi che sembrano andare per la maggiore in certe branche del black metal.
Dopo l’apertura strumentale, arriva Trąby Zagłady cz. II e tutto quello che ho appena scritto è riportato fedelmente: parti ritmate, accelerazioni (il finale è furioso), i viaggi interstellari e anche le clean vocals monastiche. Jackpot e si prosegue con l’intro marziale poi sostenuta da un riff che ci sta di Śmierć cieplna wszechświata. Sono undici minuti e se qualche volta pensi che, forse, un paio di minuti potevano anche tagliuzzarli, poi ti rendi conto che tutto ha un senso (riff, chorus ripetuti, un assolo che prima riprende il riff e poi si spippetta per un bel po’) e pur non sapendo un cazzo di polacco, ecco che mimi le parole aggiornandole al vocabolario che hai formato canticchiando le parti in greco dei Rotting Christ. Quando i riff “nuovi” non arrivano a destinazione, ecco che tanto vale prendere in prestito mezzo riff dei Black Sabbath ed ecco che tiri fuori la base portante di Slaying The Spiritless Abel e ne viene fuori la traccia più melodica e metal in senso stretto del full-length. 7 minuti di riff e doppia cassa che viaggiano a braccetto insieme a linee vocali stranamente, e vagamente, accessibili.
Se teniamo conto che i Plaga giocano tutte le carte in cinque canzoni (compresa la traccia d’apertura strumentale), non possono ciurlar nel manegho, devono andare dritti al sodo e chiudere bene e lo fanno. La title-track, posta in chiusura, è una traccia di black metal moderno, con tanto di melodia, doppia cassa, riff sporchi ma non registrati nel cesso del vicino e assoli lunghi. Le ripetizioni, circolari di riff/refrain/chorus o altro, non servono altro che a rendere più ipnotica la canzone.
E Azathoth sorride sereno nel freddo oscuro dello spazio.
[Zeus]

 

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7 pensieri su “Il bello dei titoli impronunciabili: Plaga – Magia Gwiezdnej Entropii

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