Un nome un programma: Alabama Thunderpussy – Rise Again (1998)

Un paio di sere fa stavo parlando con un amico mentre rientravo da un concerto: la scena stoner/sludge nella mia provincia è rimasta un culto per moltissimi anni (diciamo fino al 2010?) e poi ha avuto un rigurgito di popolarità quasi subito finito nel dimenticatoio. Chi ascoltava stoner nei primi anni del 2000 si poteva contare sulle dita di una mano e, di conseguenza, era abbastanza probabile trovarli tutti a quei pochissimi eventi regionali dedicati al genere.
La vita era grama per chi voleva dedicare il proprio tinnitus al genere del deserto. Ma siamo metal e, detto questo, sapete che non ci siamo persi d’animo.
All’alba del 2000 conoscere band differenti dai Kyuss – ci metto dentro anche i Down per ovvie questioni di pubblicità visto che c’era dentro quel simpatico redneck ubriacone di Phil Anselmo – era un lusso riservato a pochi intenditori; citare band diverse dai classici era passabile di eresia e sguardi allucinati.
Delle fighe di tuono dell’Alabama ho sempre apprezzato River City RevivalFulton Hill mi fa salire in mente ricordi di un’epoca passata fatta di tour in Inghilterra, tentativi  riusciti di sbronza molesta e giornate passate in troppe persone in un un furgone Volkswagen che, animato dal furore sacro, non funzionava nei momenti peggiori in assoluto.
Rise Again è l’esordio del 1998 e si sente tutto: ruvido e southern, ma non stoner nel vero senso del termine. Direi che è il suono di una band statunitense che, finito di stordirsi di alcool e guardare i braccianti tirar su cotone e mais, si mette nel fienile a suonare a volume spropositato (cit.) e, arruolato un alcolista di passaggio (Johnny Throckmorton), decide di incidere su plastica 13 canzoni che esaltano l’essenza del redneck americano.
Dischi come questo, le care fighe di tuono, non li faranno più. Vuoi che era il primo disco, vuoi che le idee son tante, milioni di milioni, ma Rise Again è un unicum nella discografia e, messo davanti alle evoluzioni sonore successive, sarà sempre il fratello in salopette di jeans, cappello a tesa larga, collo bruciato e spiga fra i denti.
La differenza la farà sempre quel suono delle chitarre, sporco come non mai, e proprio l’alcolista di passaggio. Dopo Rise Again Johnny Throckmorton imparerà a cantare anche in un clean decente, tendo a credere che dopo il primo disco gli hanno consigliato di cambiare dieta e passare dal moonshine cucinato nella vasca da bagno della madre-sorella a qualcosa meno ulcerante. Ma forse è solo fantasia e, in fin dei conti, ha continuato a bruciarsi le corde vocali anche dopo, con buona pace del business di famiglia.
Rise Again è il suono southern moderno e metal, quello caldo, viscerale e che ti richiama alla mente strani show con disinibite ragazze coperte di copri-capezzoli e degli asini eccitati.
Questo mondo clandestino, conosciuto da pochi eletti e su cui ci si scambiava battute allusive (suonano come gli Alabama Thunderpussy, non credi?), terminò quando i Queens Of The Stone Age vennero eletti come gruppo rock da mainstream e la mia città divenne un covo di persone che citavano i Kyuss in ogni conversazione come fossero l’unico gruppo degno di nota.
Ma a noi, poveri e semplici, continuavano a piacere le fighe di tuono dell’Alabama.
[Zeus]

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3 pensieri su “Un nome un programma: Alabama Thunderpussy – Rise Again (1998)

  1. Pingback: L’amico ubriacone: Iron Monkey 9-13 | The Murder Inn

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