Comeback of the year? Corrosion Of Conformity – No Cross No Crown (2018)

Ci sono pochi piaceri al mondo come quello di accelerare, mettere il gomito fuori dal finestrino e ascoltarsi Albatross. Il piede, senza neanche volerlo, va giù e giù e la macchina segue il “grande serpente d’asfalto”.
Io, in queste condizioni, riuscirei a fare centinaia di chilometri senza neanche accorgermene.
Corrosion Of Conformity sono una band da macchina, uno di quei gruppi che per sonorità e capacità di condensare un certo tipo di mood nella canzone è un grande classico delle (mie) compilation da viaggio.
Sentire che si riunivano con Pepper Keenan è stata la notizia che attendevo da 13 lunghi anni. Mentre il trio Dean-Mullin-Wheaterman non hanno mai smesso di tenere alta la bandiera dei CoC, riportando indietro le lancette della band, il chitarrista era impegnato con i Down e il loro riconoscimento mondiale. Lasciare un lavoro sicuro come riffmaker per i Down per ritornare con i CoC? Non era tempo e luogo.
Con la messa in freezer dei Down (Phil Anselmo si sta concentrando sui suoi mille progetti), Pepper si è trovato per le mani molto tempo libero e quindi ecco i primi live dal vivo e poi l’ufficializzazione della reunion con la formazione a quattro.
La domanda, però, è questa: No Cross No Crown, il loro nuovo disco sotto l’egida della Nuclear Blast USA, è una becera operazione nostalgia o un LP degno di stare al fianco di capitoli eccezionali come Deliverance?
Né uno né l’altro, ad essere sinceri.
Pepper&Co sfoderano un senso del mestiere notevole e creano 15 tracce di southern metal influenzato tanto da loro stessi (il periodo richiamato è In The Arms Of God) e i classici richiami compresi fra i Black Sabbath (citati espressamente in Nothing Left To Say, forse una delle migliori canzoni), i Lynyrd Skynyrd e molto altro.
Il problema è che, a parte la succitata Nothing left to say, l’esuberante Forgive Me e poche altre tracce, non c’è niente che ti faccia saltare sulla sedia (The Luddite sembra uno scarto di una session del 2007 dei Down).


Il suono del disco è quello che aspetti, il che è un bel risultato se vogliamo, ma essere fedeli a sé stessi (o, meglio, ritrovarsi nel proprio sound) è anche un passo indietro per una band che, nel corso della sua attività, ha sempre alzato l’asticella mescolando generi e stili diversi.
Non sto dicendo che è un brutto disco, assolutamente no, solo che è un disco che ti aspetti e che non riesce, negli ascolti, a trasmetterti quel qualcosa che DeliveranceWiseblood spargevano a piene mani.
Quel qualcosa è emozione profonda.
A volte mi chiedo, nel corso degli ascolti di questo No Cross No Crown, se i CoC non abbiano tentato con troppa insistenza di essere loro stessi. Hanno guardato indietro senza mai gettare uno sguardo avanti?
Una domanda a cui saprò dare risposta unicamente fra un po’ di tempo, temo.
Forse ridurre il disco a meno canzoni, condensando meglio le idee su una decina di pezzi, avrebbe portato un notevole beneficio a No Cross No Crown.
La lunghezza, però, non è il vero problema, se mai ce ne fosse uno e, quell’uno, possiamo riassumerlo così: i Corrosion Of Conformity, nel 2018, non sono quella band che fino al 2005 ci ha emozionato con dischi di valore assoluto (Deliverance è spesso nelle liste dei dischi da ascoltare), si sono fermati, hanno messo mano al gioco ma senza l’ispirazione totale della gioventù.
Considerazione logica visto che ormai hanno 50 anni e non più venti, ma bisogna sottolineare anche questo fattore.

Quindi mi rispondo da solo alla domanda del titolo: comeback of the year? No. Disco piacevole e che farà scendere qualche lacrimuccia ai fan, ma No Cross No Crown è lontano da quello che sapevano comporre i quattro americani.
[Zeus]

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3 pensieri su “Comeback of the year? Corrosion Of Conformity – No Cross No Crown (2018)

  1. Pingback: “Drawn to the taste of broke glass”: Crowbar – Broken Glass (1996) | The Murder Inn

  2. Pingback: L’odore d’ascella al mattino. Clutch – Blast Tyrant (2004) – The Murder Inn

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