Pearl Jam – Yield (1998)

Ancora adesso mi ricordo quando mi hanno fatto sentire questo disco – mi sembra addirittura strano, visto che non riesco a ricordarmi cose importanti, ma queste sì. Memoria selettiva, credo.
Quando un compagno di classe mi ha passato il disco, Yield non l’ho apprezzato subito. Mi sembrava non avesse niente di quella carica che aveva contraddistinto i Pearl Jam. La band di Seattle era già orientata sul versante classic rock piuttosto che su quello pienamente grunge, quindi lo spostamento definitivo verso questo lido sonoro non avrebbe dovuto stupirmi troppo.
Ma l’ha fatto perché, ancora oggi, mi fa strano vedere la musica crescere con me. Vai te a sapere perché.
Rispetto al precedente No Code, forse il disco che ascolto meno in assoluto di Vedder&Co., questo Yield è un deciso passo avanti. Le canzoni sono… tali (lo dice già la doppietta iniziale come Brain Of J Faithfull) e, ad ascoltarlo bene, si sente che è un lavoro più coeso e non il solo parto della mente di Eddie Vedder – divenuto, in brevissimo tempo, elemento fondamentale per il songwriting della band.
Se vogliamo questo disco del 1998 è un’anteprima di quello che sarebbe diventato il gruppo negli anni successivi (a partire da Binaural il lato più selvaggio verrà domato e ci sarà un focus più positivo nei testi e una maggiore attenzione alla forma rock della canzone).
Detto questo, però, Yield ha dentro quei brani che ti acchiappano subito: Given To Fly, la cantilenante Wishlist, l’esuberante Do The Evolution (forse quella che più aggiorna l’idea musicale presente in un disco come Vitalogy) e una canzone che ho riscoperto solo con il live acustico alla Benaroya Hall del 2004: Low Light.
Il problema è che questo disco non riesco più ad ascoltarlo in maniera completa, estraggo qualche canzone e sono contento così (con buona probabilità quelle che ho citato nel corso dell’articolo), al contrario di quanto mi capita con i primi dischi o, per esempio, con Riot Act.
Yield è il primo segnale di rughe sul viso dei Pearl Jam o, se vogliamo, il primo accenno di “vecchiaia” e quel percorso, per noi naturale, di passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Questo passaggio è tanto logico per noi poveri umani, quanto straniante per le band che ci piacciono. L’impressione è quella che sono diventate dei dinosauri e che non hanno più niente da dirci dire.
Il problema è che, spesso, siamo diventati vecchi anche noi e viviamo nel mondo dei ricordi. Memoria selettiva, dicevo all’inizio.
[Zeus]

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