Rimestando nel calderone: Zakk Wylde – Book Of Shadows (1996)

Nel 1994, Zakk Wylde decide di uscire per un momento dall’ombra di papà Ozzy e di registrare il suo primo disco solista anche se, al tempo, aiutato dai Pride & Glory. Con questi, il chitarrista americano (non ancora barbuto e ignorante come lo conosciamo dai video recenti di facebook o altri canali) fa uscire fuori la sua vena southern e mischia le carte che lo vedono devono tanto agli Skynyrd, quanto alle divinità sacre chiamate Black Sabbath e Led Zeppelin. Dopo due anni di silenzio, ecco che Zakk ritorna in studio e si diverte a suonare quello che sarà il disco dove inserirà alcuni fra i suoi migliori pezzi elettroacustici: Book Of Shadows.
Book Of Shadows è il parto della mente del chitarrista, come tutti i dischi della Black Label Society che seguiranno, e viene inserito tutto l’amore per le sonorità più mellow del continente americano; quindi ecco il blues, il folk e le ballate che non potevano certo rientrare nelle setlist del Madman o costituire l’ossatura principale del primo disco solista di Wylde.
Una volta che lo ascolti, non puoi fare a meno di associarlo al sedersi sul balcone di casa (noi, a meno che non vivi in campagna, non abbiamo la veranda che guarda sulle coltivazioni di cotone/mais etc), con le gambe allungate sulla ringhiera, la sedia spostata indietro e una birra chiara in mano. Questo è quello che richiama questo disco: un momento di sosta meritato e una tranquillità racchiusa in 50 minuti di canzoni fatte bene, con gusto e senza caricare troppo il fattore melassa (elemento che, con il passare degli anni, ha preso la mano di Zakk e gli ha fatto pubblicare alcuni brani quasi stucchevoli e troppo sdolcinati per poter essere apprezzati appieno).
Nel recente passato il chitarrista ha fatto uscire un secondo episodio di Book Of Shadows ma, per me, questo primo disco del 1996 rimane quello definitivo di un certo tipo di intendere il concetto Zakk Waylde + musica acustica. Ci ho dato un ascolto a Book Of Shadows II ma mi annoia, non riesco a concentrarmi nella maniera dovuta, mentre quando parte Between Heaven And Hell o Throwin’ It All Away o anche solo Too Numb To Cry sento che c’è qualcosa di giusto.
La dimensione definitiva del sound che ha in mente Zakk Wylde verrà poi condensata nei Black Label Society e lo sappiamo tutti, ma Book Of Shadows, a 22 anni di distanza, continua ad emozionarmi e farmi venire la voglia di mandare tutto a fanculo tutto e mettermi in balcone, gambe distese sulla ringhiera, la testa che poggia sul muro e una birra in mano.
Vi giuro, se non avete mai sentito questa esigenza, non sapete cosa vi state perdendo.
[Zeus]

 

 

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