Guns N’Roses – Use Your Illusion I – II (1991)

A parte Appetite For Destruction, dei Guns N’Roses apprezzo poco altro. Quel disco, Appetite, aveva tiro e, anche se non è certo il mio gruppo/disco preferito, ha delle ottime  canzoni. Su Use Your Illusion (I – II), invece, la band caga fuori dal vaso e tira fuori un doppio CD che è una martellata nei coglioni. Usciti entrambi il 17 settembre 1991, a tre anni dal debutto, il doppio CD segna il culmine di popolarità e la morte della band che, dopo questa impresa titanica, scriverà ancora The Spaghetti Incident? (album di cover) e poi “ciao è stato bello” fino al 2008 con Chinese Democracy.
I doppi CD, per me, sono tipo la criptonite per Superman. Li guardo, apprezzo lo sforzo, cerco di capirci qualcosa, ma poi sono diffedente e mi avvicino guardingo a quello che la band ha fatto. Ho ragione, sia chiaro, perché la capacità di sintesi è un pregio che io apprezzo.
Use Your Illusion segue, e si basa, sull’ego ipertrofico dei Guns N’ Roses e si vede. Una buona metà delle canzoni sono mäh o solamente deboli e le altre avrebbero potuto essere riunite in un Cd onesto, da 12/13 tracce, con minutaggio decente e non gli spaventosi oltre 140 minuti di musica che gli Use Your Illusion promette.
Avere questi due dischi su casetta, come avevo io (credo fosse una BASF, al tempo mi piaceva utilizzare le BASF), significava optare per combinazioni strane, tipo due casette da 90 minuti con tanto di vuoti finale. Il che, credetemi, ti costringe a capire come spezzare i dischi e come mettere insieme qualcosa che abbia un senso, senza mangiarsi metà canzone perché sbagli a registrarci sopra. Con il tempo ho sviluppato un rapporto problematico con questi dischi, ma non penso di averli avuti da subito (mi ricordo di essermi comprato una collana con la croce di Appetite… al mercato di paese): il mio cruccio stava sempre nel superare Back Off Bitch. Dopo questa canzone, il disco diventava una noia terribile, a partire da November Rain – canzone che mi annoia come poche e che, causa passaggi insistenti su MusicBox, ho incominciato ad odiare.
Quindi oltre metà del disco 1 mi è insopportabile e, senza la divisione netta fra prime otto – ultime otto, posso dire la stessa cosa del secondo disco. Di Knockin’ On Heaven’s Door ho un ricordo che, al 200%, supera il mero valore musicale ed è legato alla partecipazione della band della scuola al Festival Studentesco (manifestazione di arti, musica etc etc organizzata in Provincia). Se poi vogliamo, introdurre un disco con una power-ballad come Civil War è azzardato, visto che stiamo parlando di una canzone che supera ampiamente i 7 minuti di lunghezza e non è proprio il singolone che ti prende in mezzo minuto senza pensare. In Civil War ci hanno messo impegno e un mix di componenti che la rendono, ancora oggi, una gran canzone. C’è poco da fare.
E poi, vorrei dire, Civil War è molto meglio di You Could Be Mine che, per quanto buona, è una tipica canzone matura dei Guns N’Roses.
Con gli Use Your Illusion, Axl&Co. diventano maturi, grandi se vogliamo (in tutti i sensi, visto che il successo post-1991 è enorme), ma se mi chiedessero quale Cd dei Guns N’ Roses salvare non avrei un solo dubbio e continueri a puntare il dito su Appetite For Destruction, con tutto il corollario di droghe, spray per capelli, serpentine di Axl e via dicendo.

[Zeus]

[Anche se attirerei le vogliose ragazze che cercano Axl nella rete, non posto November Rain per questioni di gusto personale. Che noia, ma come fa a piacere?]

Amorphis – Tales From The Thousand Lakes (1994)

Ormai questo blog ha più occhi alle sue spalle che di fronte, ma cosa volete farci: siamo dei romantici noi e non ci tiriamo indietro quando, per caso, ci casca fra le mani un disco come Tales From The Thousand Lakes degli Amorphis. Ammetto che ho un rapporto molto speciale con questo disco per molti motivi, non ultimo che gli Amorphis sono un gruppo che mai tradisce le aspettative, al massimo ti fa storcere il naso con dischi che non ti soddisfano come avresti voluto, ma brutti? No.
Dicevo, TFTTL è un disco a me caro. La prima volta che l’ho recensito era x-mila anni fa e ancora pubblicavo recensioni a due sul sito ufficiale di Themurderinn, all’epoca avevo iniziato una serie di review dei dischi degli Amorphis insieme a Shinoko – un tempo attivissima in TMI, così come nel forum italiano della band finlandese. La recensione era enorme, lunghissima, spiegata e scritta col cuore in mano. Adesso come adesso, recensioni così lunghe e articolate, non le saprei neanche più scrivere. Scrivevo descrivendo la traccia, presentando la band, cercando il substrato lirico… grandi tempi eh? Adesso scrivo quattro fregnacce, non controllo neanche se ho fatto cappelle con la grammatica, metto insieme e giustifico e via con il walzer.
Capito perché su TMI siamo anarchici? Perché ci sono recensori come me che non capiscono un cazzo e continuano a scrivere. Ma sapete cosa? C’è la passione e il gusto di trasmettere qualcosa al prossimo, a chi legge, che mi fa andare avanti.
Questo è la stessa cosa con Tales From The Thousand Lakes. Il disco ha 24 anni e, pur risentendoli nel reparto registrazione, non ne risente in fatto di emozione che ti da quando lo ascolti. Ancora oggi, e son passati anni, il disco mi emoziona. Ancora oggi, cari i miei lettori, c’è un mio amico che mi dice “quella cassettina l’ho letteralmente distrutta a forza di ascoltarla“. Ancora oggi, e ve lo posso assicurare, uno dei momenti di condivisione metallica più alta (ma che ne capite voi, se non ascoltate il genere benedetto dal Grande Capro) è stato quando, al concerto, la band ha fatto partire Black Winter Day e io e il mio socio l’abbiamo accompagnata con un growl micidiale (registrato su recorder). Ancora oggi mi viene da sorridere quando ripenso all’intervista ad Esa Holopainen per il tour di Skyforger, al quale ho detto “vorrei ringraziare Tomi perché mi alleno sul suo growl”, al che mi ha presentato l’attuale singer Tomi Joutsen… ma io volevo parlare con Tomi Koivusaari, primo e inconfondibile chitarrista/cantante della band (poi ho conosciuto anche l’altro Tomi).
Ancora oggi, ve lo dico io, l’atmosfera di Tales… è qualcosa di magico, perché ha, nel suo death metal, quei versi del Kalevala che rendono tutto particolare e senza tempo.
Tales From The Thousand Lakes è un disco che adoro, ce l’ho e lo riascolto quando ho voglia o quando il clima lo chiede… o, giusto per essere coerente, metto su Black Winter Day o Drowned Maid o Magic And Mayhem e continuo imperterrito a ruttare nella caverna per copiare il growl di Tomi.
Poi arriverà Elegy e la magia continuerà.
[Zeus]

Sweden ‘till Death #2 – Marduk (1996 – 1999)

Riprendiamo il discorso lasciato la scorsa volta con Sweden ‘till Death #1 e proseguiamo con questa (possibilmente inutile) monografia sui dischi dei Marduk. Potrei farne a meno, ve lo giuro, e con la discografia dei Marduk potrei tranquillamente campare di rendita in TheMurderInn per un po’ di tempo. Ma non lo faccio, ho una missione per conto di Satana. 
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“Rainy Night”: il primo video della band Emeral Shine

Riceviamo e pubblichiamo:

La giovane band ceca Emerald Shine, fautori di un “fantasy folk metal”, hanno fatto uscire il loro primo video ufficiale per la canzone “Rainy Night”. Il video, creato in collaborazione con Tores Production (CZ), presenta tutte le caratteristiche della band: strumenti acustici, inclusa anche l’arpa, combinati con parti metal e diversi stili di cantato.

Il video, però, presenta ancora la vecchia formazione della band. Durante la post-produzione, metà della band è andata via: i due chitarristi Mira & Ondra, Bivoj (violino) e il responsabile delle voci gutturali Štěpán.
Questo Rainy Night è, quindi, il testamento della vecchia formazione degli Emerald Shine.

Oggi la band continua con una formazione a sei e sta lavorando sul full lenght di debutto che continuerà a mischiare strumenti acustici (arpa, violino, flauto) ed elettrici, voci maschili e femminili – clean e scream, per ottenere il classico sound Emerald Shine.

L’album dovrebbe uscire in autunno 2018.

Stay tuned.

 

*ENGLISH VERSION*

Emerald Shine released video for the song Rainy Night

The young Czech „fantasy folk metal” band Emerald Shine released their first official music video. It was created for the song Rainy Night in cooperation with Tores Production (CZ). The video shows all the band’s characteristic features: acoustic instruments, including a harp, combined with metal music, and various styles of vocals.

The video was taken with the previous, eight-member-line-up of Emerald Shine. During the postproduction works, some serious problems occurred in the band which resulted in departure of half of the members shown in the video: both guitarists Mira & Ondra, violinist Bivoj and harsh vocalist Štěpán. The Rainy Night music video is therefore the last work by this older line-up of Emerald Shine.

The band now continues in a new line-up, consisting of six members, who are currently working on a debut full-length album. Although Emerald Shine has been through significant personal changes, the music produced by the band has not changed much. On the upcoming album, one can still expect to hear all those folky instruments (harp, violin, pipes) together with the metal ones, male and female singing, and even both male and female harsh vocals. So stay tuned! The band plans to release the album in the autumn 2018.

AC/DC – Ballbreaker (1995)

Sarò onesto con voi, gli AC/DC non sono stati il motore per la mia conversione al metallo. Ve lo dico conscio del fatto che la band dei fratelli Young è quanto di più semplice (nel senso ampio del termine: quindi accessibile) da sentire ed è una delle porte in cui un adolescente può entrare nel fantastico mondo del metallo pesante.

Ve lo dico io che, da figlio unico, non ho mai avuto nessuno che mi desse i propri dischi metal o hard rock da ascoltare. Tutto quello che girava, era quello che mi toccava scoprire con fatica e, vista la qualità delle cose reperibili in epoca pre-internet, molte delusioni uditive. Se poi teniamo conto che nessuno delle persone che conosc(ev)o ascoltava hard rock o metal, il gioco si faceva più difficile.
La mia porta verso gli inferi è stata grazie ai Black Sabbath e, di questo, non posso che ringraziare il Grande Capro un giorno sì e l’altro anche. E sì che io ci avevo tentato a chiedere un disco metal nella gioventù, nell’occasione era Somewhere In Time dei Maiden – che fra l’altro ha recensito il buon Skan un po’ di tempo fa-, e mi è arrivata fra capo e collo una cassetta completamente diversa: una dei Nomadi.
Mannaggia ai Nomadi e a Io Vagabondo. Non è vero, da quel punto mi sono anche appassionato ai cantautori italiani, finendo poi per limitarmi al Faber e a Guccini. Capra ero e capra sono rimasto.

Torniamo a noi e agli Ac/Dc. Detto che non mi hanno introdotto al metal, che ruolo hanno avuto e, di più, che ruolo ha avuto Ballbreaker? Ve lo dico subito e ve lo dico chiaramente: mentre tutti andavano sciacquandosi la bocca con dischi inutili sentiti per la radio, Ballbreaker è diretto, groovy (ditelo come fa Austin Powers, please) e ti fa scattare la air guitar senza neanche pensarci. Con Ballbreaker i fratelli Young giocano semplice e sparano fuori quello che hanno fatto da sempre con l’audacia e la competenza di oltre vent’anni di mestiere. Perché Ballbreaker presentava, all’epoca, il ventennale per la band australiana e loro si saranno detti “spariamo fuori le cartucce migliori, senza complicare la faccenda”.
Vi dico una cosa, hanno fatto dannatamente bene. Perché dopo questo disco, signore e signori, il sound non ha più raggiunto quel supremo mix di rock che fa di Ballbreaker quello che è. Dopo i dischi sono di mestiere e con poche vette, mentre il disco del 1995 ha, contando bene, una cosa come 11 potenziali singoli.
Undici. Potenziali. Singoli. 
Dove cazzo trovate un disco con così tante canzoni che ti rimangono addosso? Forse forse si ritorna indietro a Back In Black del 1980. Epoche preistoriche per certe generazioni.

Come detto, non posso certo ringraziare Malcom e Angus Young di avermi introdotto al metal o aver aperto il pentolone infernale, ma posso di certo ringraziare il fratelli australiani per avermi dato anni e anni di musica che, ancora oggi, mi fa venire voglia di alzarmi dalla sedia e fare un po’ di sana air-guitar.
Se non mi credete su Ballbreaker, non posso certo biasimarvi, ma posso darvi degli stronzi, no?
[Zeus]

 

Le lancette vanno indietro: Judas Priest – Angel Of Retribution (2005)

Mi sto convincendo di una cosa: più passano gli anni, più compio azioni inspiegabili. Una di queste è recensire l’heavy metal duro e puro da Defender. Da quando sono con TheMurderInn ho sempre lasciato questo compito a chi era più sul pezzo rispetto al sottoscritto.
Arrivava un album di heavy metal tonante e fumante e io: “no, grazie, passo“.
L’età, e il rincoglionimento generale, mi stanno portando a recensire dischi che, 5/10 anni fa, non avrei mai fatto. Painkiller a parte, sia chiaro.
Visto che fra un po’ mi metterò a scrivere di Firepower, il nuovo disco della band inglese, direi che è meglio portarsi avanti con qualche recensione del periodo post-reunion così da darmi modo di mettere più hyperlink possibili.
Non essendo mai stato un die-hard fan, ho ascoltato i dischi dei Judas un po’ alla cazzo di cane quando si trattava di cronologia, ma nel corso del tempo mi sono disciplinato e sono riuscito a proseguire in maniera perfetta e, quindi, a torturami l’animo con la tripletta Angel of Retribution, Nostradamus e Redeemer Of Souls.
Il primo dei tre, parto gemellare con Rob Halford di nuovo in formazione e uscito 15 anni dopo Painkiller, è un disco che mi trova moderatamente soddisfatto nella prima parte del CD e profondamente annoiato nella seconda. Sembra quasi che, pur con tonnellate di mestiere, i Judas Priest si siano incaponiti nel mettere nei primi posti canzoni gradevoli, non tutte sia chiaro – alcune hanno anche un buon tiro, mentre da Angel (irritante) in avanti è un tonfo testicolare sul pavimento. Brutta cosa gente, brutta cosa.
E vi giuro, i 13 minuti e 30 secondi di Lochness sono la summa di quello che i Priest non dovrebbero fare: essere pretenziosi oltre il possibile. Certe sonorità, certe cose non sono nelle vostre corde? Lasciatele fare ad altri! Non serve mica incaponirsi e creare, che ne so, un concept album dedicato ad una figura come Nostradamus, vero? Ops….
Angel Of Retribution è l’album che hanno chiesto i fan, i quali volevano a tutti i costi la loro formazione in studio (e per LORO formazione intendo quella con Rob, KK e Glenn a dirigere la baracca) e pretendevano un disco da quelli che si ricordavano essere una band con i controcoglioni. Non che non lo siano, sia assolutamente chiaro e limpido, ma gli anni passano e tirare indietro le lancette dell’orologio non fa mai bene a nessuno.
In Angel Of Retribution questo riavvolgere il tempo si sente, ma il plus è che l’entusiasmo di buttare fuori il disco è ancora vivo nella band (ma se già la casa discografica che non si fida troppo di un LP dei Judas Priest, uno di quei gruppi su cui puoi scommettere le royalties, è un indicatore preoccupante…) e fa sì che la baracca galleggi ancora con dignità.
Il problema è il poi/il dopo, quando i cinque signori inglesi devono fare i conti con un pesantissimo passato da onorare, un presente che è difficile e un futuro, almeno nel 2005, ancora incerto.
[Zeus]

“Drawn to the taste of broke glass”: Crowbar – Broken Glass (1996)

Per questioni di notorietà, ho fatto il processo inverso rispetto all’andamento classico: prima ho scoperto i Down, poi sono andato a capire le altre band da cui provenivano i membri dei Down. Detto dei Corrosion Of Conformity, che circolavano anche sui canali televisivi musicali più sfigati, e tralasciando i Pantera, gli unici due gruppi che evadevano le regole erano gli EyeHateGod (che continuo a ritenere un nome eccezionale) e i Crowbar. Questi ultimi erano conosciuti su MTV, visto che Beavis And Butthead pigliavano per il culo il modo di cantare di Kirk Windstein, ma io non prendevo MTV quindi io li conoscevo vagamente. Sapevo che erano un gruppo estremamente pesante, innamorato tanto dei Black Sabbath/Melvins quanto dell’hardcore, e che erano talmente influenti da aver creato un genere, lo sludge, che ancora adesso risuona negli stereo di migliaia di persone. Non potevo non ascoltarli, quindi ecco che mi sono preso Crowbar, il loro secondo disco. Il motivo principale è stata una canzone, No Quarter (cover della canzone dei Led Zeppelin), che mi esaltava al limite dell’ossessione. Da quel punto in avanti, mi sono innamorato dei Crowbar e di quel suono così pesante, nichilista, con riff eccellenti e un cantato che trasmetteva sofferenza.
Perché Kirk Windstein, prima di disintossicarsi e lasciare la via dell’alcool (?), era l’emblema di un personaggio che più dello sludge non avrebbe potuto cantare.
Broken Glass, che è il loro quarto disco, è persino più pesante dei precedenti. I suoni sono perfetti, cupi ma mai tanto da far implodere il suono della chitarra, e il mix chitarre-basso crea un continuo di pesantezza sabbathiana – per delucidazioni, sentitevi che spettacolo la parte centrale di You Know (I’ll Live Again) Nothing, ma è tutto il disco che si muove su sonorità di questo tipo – difficilmente replicabile. A complemento di questo fatto, Broken Glass viene nuovamente prodotto da Phil Anselmo (che partecipa anche come backing vocals) e ha Jimmy Bower dietro le pelli. Se teniamo conto anche di Todd Strange al basso, praticamente abbiamo un 4/5 di formazione dei Down su questo disco.
L’affiatamento ne giova e infatti Broken Glass ne esce ispirato in tutte le tracce e non ha un momento di cedimento neanche a cercarlo.

Per questioni affettive, se dovessi scegliere con la pistola puntata alla testa, prenderei il disco omonimo come CD preferito della band di New Orleans, ma Broken Glass rientra nei miei dischi di punta della formazione americana. Ma cazzo, forse tutti i dischi prima Sever The Wicked Hand (che comunque ascolto molto spesso) mi piacciono.
Alla faccia dell’imparzialità.

Vi dovessi dire da dove partire con i Crowbar, vi direi con Crowbar del 1993. Se vi dovessi dire dove arrivano alla summa del sound che li caratterizza, vi indirizzerei proprio su Broken Glass.
[Zeus]

Black Label Society – Grimmest Hits (2018)

Qualche giorno fa stavo camminando, per motivi strettamente lavorativi e quindi lucido e smerigliante come pochi, per le vie della città dove lavoro e davanti a me sono apparse due ragazze. Come potete immaginare, cari adepti del metallo, il mio sguardo nobile è caduto prima sull’essenziale (una delle due squinzie portava a tracolla un ripetitore simil-dildo della JBL) e poi sul secondario, cioè due signori culi che salutavano a destra e sinistra il mio ondulante sorriso.
Al che, visto che sono uomo di TMI, mi son trovato a pensare che ognuno, e dico ognuno, è intitolato ad ascoltare quel cazzo che vuole. Ognuno ha il proprio gusto: sfiga che il loro è un gusto di merda.
Peccato, due culi così avrebbero meritato una colonna sonora più onorevole… diciamo qualcosa come la Black Label Society.
Nel 2018 Zakk riattiva la Black Label più elettrica dopo 4 anni di tranquillità e subito capisci che c’è qualcosa di nuovo nell’aria, deodorante per il cesso a parte (l’ho cambiato e sono estremamente orgoglioso). Grimmest Hits ha il tiro che mancava a Catacombs of the Black Vatican. Perché possiamo dire tutto, ma Zakk Wylde alterna i dischi e dal 2005 (data di uscita di Mafia – concerto a cui ho assistito con notevole sudore corporale) ad oggi il trend è stato disco bello – disco mäh. Shot To Hell (disco che non mi ha mai entusiasmato) e Catacombs sono i dischi mäh, mentre Mafia e Order Of The Black sono gli highlights. Comprensibile quest’ultimo, visto l’abbandono della nave Ozzy per nuotare da solo nel mare.
Grimmest Hits non raggiunge Order Of The Black, ma ha un buon tiro sia quando pigia il piede sul distorsore (e qua entrano in gioco sonorità che rimandano ai seventies), sia quando rallenta e mette in gioco l’anima southern/folk che Zaccaria Il Selvaggio da sempre cerca di far convivere nei dischi della Black Label Society. Zakk è il tipico musicista che si impegna, ingegna e ci prova a trasporare un genere anti-radio come il metal, nelle radio. Lui ci prova sempre e lo fa con pezzi di spessore (anche se non sempre io li apprezzo, soprattutto quando virano sul “quasi lagna”).
In tutto il disco c’è un grande faro che il barbuto chitarrista segue ed è il sound dei Black SabbathLed Zeppelin e spiccioli. Quando c’è la chitarra elettrica, si sente che Zakk si ispira alla Baffuta Mano di Dio e così direi anche per le parti più mellow. Una canzone come All That Once Shine sa di cose buone e su Catacombs… sarebbe uscita più molle e così anche A Love Unreal, ai tempi di Shot To Hell si sarebbe ammosciata per qualche strana ragione spaziale. E ve lo dice uno che reputa A Love Unreal una delle “tipiche canzoni da Black Label Society”. Room of Nightmares è il primo singolo e quello con meno appeal ma, again, su dischi come Shot To Hell – Catacombs sarebbe una hit senza pari.

Quindi il 2018 si apre con Zakk Wylde di nuovo a fare da ascia per Ozzy e in forma con la Black Label Society. E poi non ditemi che quest’anno è iniziato di merda. Non ditemelo proprio perché mi girano i coglioni.

Giusto un filo meno di quanto mi sono girati i coglioni vedendo che le due ragazze dallo stupendo culo ballerino ascoltavano musica Tunz-Tunz-Tunz e parlavano come due cerebrolese che si scambiano messaggini su whatsapp con tutti i “cioè”, “bella frà” e “no, cioè, guarda…”.
Che cazzo di spreco.

Ps: ormai il lyric video, come video ufficiale, è il nuovo trend per pagare poco, ma questo di All The Once Shined è veramente figo.

 

Pist*On – Number One (1996)

A seguito di un favore fatto (avevo prestato alcuni CD contenenti la discografia completa dei Blue Oyster Cult) ad un amico che frequentava il pub dove ero solito spendere parte del mio sudato stipendio, il suddetto amico mi aveva ripagato con un DVD pieno zeppo di musica di tutti i tipi: dal black al death, dal noise al punk, dal rockabilly all’alternative. Mi mancava la zampogna del contandino montano e avevo fatto jackpot.
Dentro il supermix di gruppi e generi, c’era questo gruppo: i Pist*On. All’epoca della loro uscita sul mercato mondiale, non li conoscevo. Penso di averli scoperti circa 10 anni dopo, ma potrebbero essere addirittura 11 gli anni passati dal loro avvento sulla scena musicale mondiale e il mio sentirli.
Penso che i fattori del mio disinteresse verso Number One fossero ben chiari guardando la cover art: brutta? Direi che il giudizio di un fumetto che piscia in bocca all’altro fumetto rende perfettamente chiaro il concetto di orribile. Soprattutto perché non c’è neanche quel po’ di gnocca, che funziona sempre nelle cover brutte, che almeno risolleva la storia e ti fa dire: ok, la copertina è brutta, ma la tizia è gnocca forte.
La musica è quella che è, un mix di metal e alternative che, a metà anni 90, andava per la maggiore. La voce di Henry Font richiama molto quella di James Hetfield post-Black Album (quindi con tonalità più basse) e il suono dei Pist*On (o Piston, a seconda di quando li avete scoperti, pre o post Atlantic Records) è grasso, grosso e potente.

Su internet, non proprio il posto dove trovare l’oro colato delle affermazioni, si citano addirittura i Pist*On come “antenati” dei Disturbed.

Di tutto il disco, ancora oggi, continua a rimanermi in mente solo qualche parte di Parole, canzone che apre Number One. Il resto mi si confonde sempre nella mente, non riuscendo mai a rimanermi più di 5 secondi nell’anticamera del cervello.
Dischi paraculi e/o prescindibili ne sono usciti a badilate nel corso del tempo e Number One, forse il migliore dei due CD dei Pist*On che avevo su questo malvagissimo DVD, rientra nella seconda categoria.
Non sempre è così, ma a volte la selezione naturale discografica stronca band che non hanno granché da dire.
[Zeus]

 

 

 

Due recensioni al prezzo di una: i Black Sabbath alla fine del 1990

Non riesco a sofferarmi troppo su una pagina dolorosa nella storia dei Black Sabbath. Il fatto è che Tony Iommi e i Sabbath, nel 1990, erano in balia di una serie di rivoluzioni personali, di sound, di umore, di innamoramenti e disamori che potremmo riempire le pagine e creare una fiction televisiva. Dopo anni e anni di stabilità, oggetto di culto nella storia dei Sabbath pre-1990 visto che parliamo dell’ultimo Dio e il primo arrivo di Tony Martin, la nave-madre incomincia a ballare sotto i colpi di un mercato che non perdona.
Fra reunion riuscite male (la toccata e fuga di Ronnie James Dio) e le versioni bis- e ter- della formazione con Tony Martin alla voce, i Black Sabbath non ci capiscono più molto di quello che devono essere e di chi sono.
Prima degli ultimi singulti sulla fine degli anni ’90, il baffuto messaggero del metallo ha tempo di incidere ancora due dischi: un live e uno in studio.

Il primo è Cross Purpose Live. Uscito nel 1995, Cross Purpose Live è la necessaria prosecuzione della reunion fra Iommi e Butler dopo anni e anni di separazione. Il rapporto Tony Iommi – Tony Martin è sempre stato travagliato: il primo è un padrone crudele, il secondo un onesto cantante che, all’epoca, non brillava neanche di un grandissimo appeal sul palco. Se poi consideriamo che Iommi scaccia e riprende Martin con la facilità con cui io mi cambio le mutande, direi che definire bizzarro il rapporto fra i due Tony è dir poco.
Non ho neanche un giudizio stabile sulle prove di Martin alla voce: a volte mi sembra un R.J.Dio senza nerbo, a volte lo ritengo capace di cantare su ottimi album e di fornire prestazioni che mi soddisfano (Headless Cross, per esempio) o mi trovo a pensare che Tony Martin, pur non essendo il più carismatico (palma che va ad Ozzy) o il più dotato (qua c’è il compianto Dio), è quello che ha contribuito a dare un senso di continuità agli eterni riff del Mastermind in black Iommi.
Non ho parlato di Cross Purpose Live? Lo so. Il motivo è che risente di tutti i problemi, e dei pregi, di cui sopra. Tony Martin regge sui suoi brani, ma poi quando mette i piedi nelle composizioni dei due predecessori illustri – lasciamo stare l’era Gillan che non viene toccata per questioni più che mai ovvie – ecco che fornisce prove altalenanti.
Mi piace, non mi piace… non saprei dirlo, ma a Cross Purpose Live preferisco sempre Live Past, Reunion o Live Evil. Ci sarà pure un motivo, no?

Per compleare il crimine contro l’onnipotenza, nel 1995 esce anche Forbidden, l’ultimo album in studio dei Black Sabbath prima del ritorno eccellente con la reunion di trequarti della formazione e 13. Forbidden è, senza se e senza ma, il peggior disco dei Black Sabbath.
E sì che io, amandoli a dismisura, non riesco ad ascoltare neanche Technical Ecstasy e Never Say Die! con il buon Ozzy alla voce. Nel 1995, come detto, Iommi è allo sbando e viene abbandonato (again!) da Geezer Butler, il quale va a fornire le sue prestazioni al simpatico Ozzy.
Il lavoro sicuro è meglio di un possibile Olimpo.
Viste le condizioni precarie, Iommi fa l’unica cosa possibile: una reunion con la band che ha suonato su… rullo di tamburiTYR. Al che, cari miei, potete tranquillamente alzare un sopracciglio e capire che c’è qualcosa che non va se la Baffuta Mano di Dio si deve cercare una reunion con quelli che hanno suonato su TYR, non proprio un Master Of Reality, no? Quindi fa qualche colpo di telefono, chiama Neil Murray e Cozy Powell (che si stavano allegramente facendo i cazzi loro, il secondo addirittura scocciato dopo essere mandato a cagare da Dio durante la reunion di Dehumanizer) ed ecco a voi servito il quintetto-belle-speranze del 1995. Ma c’è un problema: i soldi son pochi, la casa discografica tentenna (bravi i Black Sabbath eh, bravissimi, ma…) e così Iommi è costretto a pregare i Body Count di Ice-T di poter registrare il disco nel loro studio.
La vita è grama se Tony Iommi deve ridursi a questo. Ma Dio non vede di buon occhio colui che lo supera per carisma, bravura etc etc.
Cosa succede quindi? I Black Sabbath vengono registrati da Ernie C dei Body Count, hanno la testa da altre parti (Powell e Murray per i cazzi loro di sicuro) e nessuno ci mette il cuore, tanto che, come amo ripetere, Tony Martin riesce a mettere insieme un compendio di linee vocali sbagliate da far paura. Bisogna dire, però, che neanche Iommi va al top e si limita a suonicchiare qualcosa.
L’album esce e, saggio e giusto com’è, lo stesso Iommi dichiara subito che non è soddisfatto di Forbidden.
Io vi chiedo: se Tony Iommi dice che questo disco non gli piace, chi siamo noi comuni mortali per obiettare? Nessuno.
Quindi il mio giudizio è esattamente quello di Mr. Tony Iommi.
[Zeus]