Forse l’ultimo album davvero grande dei Priest? Judas Priest – Jugulator (1997)

Partiamo dall’essenziale: la copertina di Jugulator, fatta con Paintbrush, fa cagare. Non il soggetto in sé, ma la realizzazione affidata ad uno che di computer non ne sapeva una fava ha partorito un’oscenità di pixel simil-anni ’80.
Il disco, invece, com’è?
Parlare dei Judas Priest è come permettersi di questionare le divinità del pantheon. Non ci son cazzi, ogni parola fuori posto, ogni opinione, è benzina sul fuoco della discussione.
I Judas Priest, nel 1997, hanno i loro cazzi: fra Painkiller e Jugulator passano sette anni e l’abbandono DEL frontman Rob Halford è un colpo che pochissime band saprebbero assorbire.  Guardate i Black Sabbath, anche loro hanno avuto non poche difficoltà a tirarsi fuori dall’abbandono di Ozzy; fortuna che al timone c’era Tony Iommi e con LUI tutto va liscio.
Nei Priest, invece, il timone lo tengono Glenn Tipton e K.K. Downing e, per ovviare all’assenza di uno dei singer meno rimpiazzabili della storia, vanno a pescare nell’anonimato e tirano fuori il jolly Tim “Ripper” Owens. La storia, romanzata in Rock Star e conferma di quanto il metal sia una questione nostra (Owens cantava in una cover band dei Judas Priest prima di essere chiamato a sostituire Halford – altro che American Dream), è il simbolo di quanto una band sia di gran lunga superiore ai membri presenti al suo interno.
L’affermazione soprastante è resa vera anche dal perdurare sulle scene artistiche dei Pink Floyd dopo l’abbandono di Roger Waters – che li aveva anche maledetti e aveva pronosticato una fine veloce dei Floyd.
Su Jugulator, però, la stampa e il pubblico si sono sbizarriti, spesso ingiustamente.
Questa era la cosa più semplice da fare. Nuovo singer, nuovo sound e, più di tutto, nuova epoca metallica. I Priest targati 1997 dovevano cambiare, questo è poco ma sicuro. Painkiller aveva fatto vedere che il sound poteva, e stava diventando, sempre più pesante, più “moderno” se vogliamo e quindi il passaggio successivo non poteva che essere il passo naturale per una band che, del progredire, aveva fatto il suo vessillo.
Se della capacità di K.K. e di Tipton di creare canzoni capaci di renderti fiero di essere metallaro non c’era neanche da discutere, è su Owens che finisce l’occhio di bue e il singer americano tiene botta e canta con tutta l’anima.
Dopo i primi x ascolti ho catechizzato che Jugulator non sarebbe mai arrivato a piacermi come mi piace Painkiller, Defenders Of The Faith o gli album precedenti. Non poteva piacermi perché ero rimasto io stesso nell’ottica vecchia dei Judas Priest.
Non lo capivo, ma l’ho capito poi. Quando mi sono messo in testa di tirar fuori questa recensione, mi sono messo nell’iPod Jugulator e l’ho ascoltato fino a ricordarmi il perché dell’affermazione che ho messo nel titolo.
Nella suprema rotazione dei dischi dei Priest, sono sempre andato a casaccio fra album post-2000 e quelli prima, giusto per dare dignità a tutte le epoche. Ma se prima del 1997 non c’è da discutere (anche se alcuni dischi mi convincono meno, ma il mio puritanesimo metallico lascia un po’ a desiderare), è la parte moderna che mi lascia sempre sorpreso & sospeso nel giudizio. Dopo c’è il mestiere, ma non ci sono più i Priest che vogliono progredire. Prima? Prima c’è Jugulator e qua dentro, cari miei, io ci trovo le ultime canzoni che ti fan venire voglia di premere l’acceleratore, di stringere il pugno e mostrarlo fieramente al cielo.
La tripletta iniziale? Eccellente. Poi, ovvio, c’è Burn In Hell e, se proprio vogliamo, è da questa traccia che il disco mette il turbo e si scatena. Poco prima di Burn In Hell c’è Decapitated con i suoi rimandi “sepultur-panteriani” (almeno così suona alle mie orecchie il riffing del brano). La chiusura, i nove minuti di Cathedral Spires, sono il sigillo di quello che i Judas Priest non saranno più.
Ve lo scrivo e sottoscrivo: su Jugulator la band inglese era ancora vorace e testarda nell’andare avanti; a partire dal successivo Demolition del 2001, a Tipton&Co. è venuto il braccino corto, ritornando sui loro passi con il sound (prima) e con il singer (dopo). Operazioni, queste, che non hanno di certo giovato alla band che, nei tre dischi con il figliol prodigo Halford, non ha brillato se non su poche canzoni e a causa della nostalgia canaglia che ti prende quando vedi la band che ami riunita sul palco.
Ma tutto questo non vi/ci deve distrarre dall’obiettivo: Jugulator rimane l’ultimo grande disco dei Priest e merita di essere ricordato così, a oltre 20 anni di distanza dalla sua pubblicazione.
[Zeus]

2 pensieri su “Forse l’ultimo album davvero grande dei Priest? Judas Priest – Jugulator (1997)

  1. Pingback: AC/DC – The Razors Edge (1990) – The Murder Inn

  2. Pingback: Judas Priest – Defenders Of The Faith (1984) – The Murder Inn

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...