The swedish way of death metal – Dark Tranquillity [1991 – 1995]

Dopo aver parlato dei Marduk, mi è venuta voglia di riprendere questa tipologia di recensione. Niente recensione singola, ma più recensioni in un contesto specifico e di una sola band: in questo caso gli svedesi Dark Tranquillity. Sono conscio del fatto che questo lavoro è già stato fatto e non c’è bisogno di una carrellata di impressioni su dischi storici e/o che hanno fatto la storia della musica.
Fortuna che me ne sbatto le palle e lo faccio comunque. Se volete smettere, QUESTO è il momento. In caso contrario, buona lettura.
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Tsaaaar Bombaaaa e far passare l’estate a perdere vertebre. Necrophobic – Mark Of The Necrogramm (2018)

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Avevo perso fiducia nei Necrophobic, vai te a capire perché (forse a causa di Womb Of Lilithu ma potrei prendere fischioni per coglioni). Un tempo, la casa discografica che ristampava le opere degli svedesi (la Hammerheart, n.d.A.) mi aveva mandato i Cd da recensire e così avevo avuto modo di rinfrescare l’operato dei Necrophobic. Salto temporale di diversi anno e li vedo headliner al Circolo Colony con Skan – maestro di cerimonia quando si parla di immolare ungulati al dio fuoco.
Scopro adesso che era il primo maggio 2015 e quindi io, che sono rincoglionito forte, mi sono accorto di aver perso 3 anni senza sapere dove. Vabbeh.
Salto temporale, cazzo mi sento quasi su un X-wing di Star Wars, ed eccoci nel 2018 e non aspettavo altro che uscisse il nuovo dei Necrophobic. Perché?
A parte il fatto che hanno tirato fuori una copertina che piace e sai che piace pure a Satana, i primi singoli che hanno fatto uscire erano sotto il nome di Tsar Bomba e Pesta. E qua permettetemi di rassicurarvi: non sempre il singolo è l’espressione peggiore del disco – succede il 70% delle volte, ma non sempre. A volte succede anche il contrario: senti il singolo figo, compri il disco a scatola chiusa e poi rimpiangi di non aver dato quei 30 Euro ad un troione impestato invece che al tuo spacciatore (di dischi) di fiducia. Ed è così che partono le maledizioni a Dio e tutta la Sacra Famiglia.
I Necrophobic tirano fuori due singoli che ti si incollano addosso come neanche la gonorrea. Li ascolti e poco dopo incominci a mandare messaggi allucinati ad amici con contenuti tipo: Pestaaaaaaaaaaa! O Tsaaaaaaaaaar Bombaaaaaaaa!
E questo è nell’intimità privata di whatsapp o telegram, il vero problema è quando giri per strada e ti ascolti Mark Of The Necrogram e stiri un ghigno idiota finché non parte il suddetto chorus e tu lo mimi con la bocca, ricevendo sguardi sciroccati dalla vecchia che sta raccogliendo escrementi formato caramella del suo chihuahua.
Perché questo è il modo che va ascoltato il nuovo dei Necrophobic, con la smorfia, la cervicale, il PorcoDemonio nel cuore e l’attitudine giusta.
E giusto per confortarvi: non pensate, però, che tutto giri sui singoli: tutto Mark Of The Necrogram è figo per come suona, per come sputa i pezzi (siano essi veloci, lenti, thrash, black-death o kebab con tutto tranne piccante, grazie!) e per come ti riduce in stato belligerante per i successivi minuti dopo l’ascolto.
Cazzo se mi mancavano i Necrophobic. Che disco ignorante. Che bel disco.
[Zeus]

 

In questo momento ne ho bisogno: Kyuss – Welcome to Sky Valley (1994)

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Certi dischi ti servono come il pane, l’acqua, il cesso e, fanculo a chi non ce l’ha, il bidé. Chi, come il sottoscritto, è un orgoglioso possessore di quello che viene chiamato bi-cesso (bidé + cesso), entra in una cerchia di fortunati che si riconoscono con lo sguardo.
Un po’ come riesci a riconoscere chi ha sentito Welcome to Sky Valley e chi, povero lui, continua a sentirsi altri gruppi loffi che ti propone la radio commerciale.
I Kyuss, per me, sono stati amore a prima vista. Ok, riformulo. I Kyuss, per me, sono stati amore a primo ascolto. Infatti il primo nickname che ho utilizzato sul forum di TheMurderinn è stato proprio kyuss e, per molti anni, mi ha contraddistinto nelle chiacchiere più eccitanti del web metallico.
Il forum di TMI era una grande cosa: c’era gente veramente interessante. Peccato che non esista più, peccato veramente.
Welcome to Sky Valley ha la proprietà di farti viaggiare senza, per forza, prendere la voglia a piene mani, sondare il web per cercare le tariffe più incredibili per voli intercontinentali e/o baracche galleggianti nell’ascella sudata del mondo.
I Kyuss, nel 1994, erano la tua Alpitour della mente. Li piazzavi nell’Hi-fi (se lo avevi o, se no, attaccavi il lettore CD alla marcissima radio e andavi – come facevo io) e ti facevi sommergere dalle tre tracce del disco. No, ok, non sono tre tracce, ma sono tre capitoli comprendenti altre sottotracce… e la rava e la fava… ma hanno un’organicità tale che ti fanno esclamare: cazzo, sono solo tre tracce!
E, intanto, sono passati 50 minuti di puro delirio sensoriale fatto di viaggi su Alpha Centauri, riunioni con il Capitano Kirk e il suo Diario Interstellare, andature a velocità smodata e Spock che si addormenta da solo con la presa vulcaniana.
Welcome to Sky Valley è questo, senza se e senza ma. L’idea è quella di portare il tuo deretano dove i quattro americani sono stati grazie all’uso di bong, cilum, pipe da crack e altre cose che erano soliti praticare nel calduccio del deserto americano.
Loro si sfasciavano i neuroni per poterti permettere di raggiungere Marte senza neanche aspettare il buon Elon Musk. E così hanno fatto anche con me che, imberbe, credevo di aver già raggiunto lontane praterie mentali grazie a Into The Void e Planet Caravan dei Black Sabbath.
I Kyuss riprendono la lezione del Mancino di Birmingham e invece che sbattergli su una mano di vernice nera e oscura, la infilano a forza nel camioncino hippy della famiglia di The House Of 1000 Corps, ti sciroccano la testa e poi via verso nuovi e incredibli universi.
Cazzo che trip.
[Zeus]

 

Unanimated – In The Forest Of The Dreaming Dead (1993)

Ci sono band che hanno raccolto molto meno di quanto avrebbero potuto: vuoi te per sfiga, per mancanza di coraggio, di tempistiche o di cosa ne so io, questi gruppi sono stati ignorati dal grande pubblico. Della categoria mi vengono in mente i Soilent Green (sfigati all’inverosimile) o i protagonisti di questa recensione: gli svedesi Unanimated.
Vista la condizione in cui versavano, due dischi in tre anni, e la pausa di decenni, ho approcciato questa band quando hanno fatto uscire In The Light Of Darkness del 2009. Prima, ahimé, non li conoscevo.

Lo so, dovrei bullarmi e dire che so tutto di tutti, ma in realtà non è così e anche io scopro le band quando cazzo ho tempo, voglia o possibilità.

Dopo aver fatto diventare In The Light Of Darkness il mio disco per scaldare la voce prima delle prove – eggià, sempre quella maledetta mania di voler fare più di quello che il Grande Capro ha deciso che io diventi -, sono andato indietro e ho recuperato Ancient God Of Evil (del 1995) e il primo In the Forest of the Dreaming Dead (disco targato 1993). Al che, potete anche capire il mio stato di costante eccitazione – sessuale e non. Questi due CD degli anni ’90 sono due perle nascoste che, a mio parere, superano anche il pur eccellente comeback del 2009 – a parte la title-track che è, e sarà, una canzone che mi sloga le vertebre ogni volta che parte -.
In the Forest… è un disco abbastanza maturo, ma ancora seminale per la band svedese. Ha il sound giusto, un mix di black-death che si avvicina alla proposta dei Dissection (anche perché gli Unanimated propendono più per il death che sul versante black metal), e ha le canzoni, quindi il songwriting, per far vedere che Bohlin, Broberg&Co. – ‘sti cazzo di nomi nanici – sanno costruire canzoni di un certo spessore.
La band non tradisce sotto l’aspetto puramente tecnico e pur non avendo “picchi d’eccellenza masturbatori“, riesce comunque ad essere pronta e preparata più, e meglio, di molti newcomers dell’epoca.
La mia domanda è: sarà stato anche il ritardo fra demo ed LP a fortificare il sound e l’attitudine?
Vai te a saperlo.
In conclusione vi dico: In The Forest Of The Dreaming Dead è un disco che, messo in moto nel lettore/mp3 player, ci rimarrà per un po’ di tempo. Questo è sicuro o così è stato per me. E poi, giusto per confermare la qualità della band, ecco che nel 1995 è uscito Ancient God of Evil… il resto, come si dice, è storia.
[Zeus]


P.s: questo disco, giusto un mesetto fa, ha compiuto 25 anni di vita!

Questo strano aprile al ritmo dei Black Sabbath: Never Say Die! (1978)

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Negli ultimi tempi sto avendo delle serissime difficoltà a staccare fra casa e lavoro: quando sono a guadagnarmi due euro in croce, mi porto dietro la sonnolenza casalinga; mentre sono a grattarmi la minchia a casa, ecco che vengo percorso da ignobili sensazioni stressanti date dal lavoro di cui sopra.
Non credo di essere l’ultimo, ma visto che ognuno è egoista, penso a me stesso.
Nella nebbia del cibo+stress mi sono risentito Never Say Die! dei Black Sabbath e, ahimé, continua a non convincermi.
Io, ogni tot, ci passo un po’ di tempo in compagnia di Never Say Die! o Technical Ecstasy e, ogni volta, mi ritrovo a pensare che l’ultimo grande disco della formazione originale è stato Sabotage. I due LP successivi, seppur suonati bene e con perizia, non mi hanno detto granché: vai te a sapere perché!
Never Say Die!, che festeggia i 40 anni quest’anno, è il testamento di una band con il fiatone e più problemi che soluzioni. A trent’anni, i membri dei Sabbath vengono reputati dei dinosauri del rock (adesso, cari lettori, a 30 anni si fa fatica ad uscire di casa e si viene considerati come giovani adulti) e le nuovissime leve dell’hard rock/metal – che hanno imparato tutto dai Sabbath stessi – si fanno belle davanti al pubblico dei nuovi giovani. Eggià, perché i giovani dei Sabbath, quei 15/20enni che si drogavano a bomba e formavano distese di corpi senza coscienza ai concerti degli inizi, sono diventati adulti e i nuovi giovani vogliono qualcosa di diverso, qualcosa che sia “primitivo” e del loro tempo.
I Sabbath perdono la rotta, Ozzy perde il padre E la brocca, la formazione incomincia a scricchiolare e le composizioni sono zoppicanti, tanto che, per sopperire ad un attacco di tossicodipendenza di Ozzy (si sa, il buon Michael “Ozzy” Osbourne aveva queste esigenze di sfasciarsi la faccia con alcool e droghe varie) tirano dentro il quartetto cetra di turno e ci piazzano dentro dei fiati al posto del Madman che canta. Visto che ci sono, mettono di nuovo Bill Ward dietro il microfono su Swinging The Chain e tutto ha un senso.
Non tutto è da buttare, sia chiaro, e neanche la traccia di Bill è brutta in sé. Never Say Die! è anche un brano divertente, diretto e che riconosci come Sabbath grazie al marchio Iommi. Junior’s Eyes, a mio parere, rende meglio nella versione di Zakk Wylde.
Io non mi sono mai fidato di questo disco, l’ho sempre guardato con diffidenza… ma tanto mi ha fregato comunque visto che mi sono comprato il DVD del tour – vaffanculo a me e alla mia coerenza. Tanto, diciamocelo, vedersi Ozzy stretto nel vestito di pelle bianca, obeso da alcool e droghe, gli occhi allucinati e con le pupille grandi come monete da 2 euro è qualcosa di eccezionale.
Se poi lo vedete saltellare e battere le mani di fianco a Iommi, capite perché come frontman non ha niente da invidiare a nessuno: tutti sono capaci di essere fighi e possenti sul palco, ma quanti dei grandi singer/leader musicali sono capaci di farti esclamare “cazzo, potrei essere io al suo posto!” o “ce la potrei fare anche io”.
La cosa più dignitosa per i Black Sabbath è stata separarsi e iniziare l’avventura con Ronnie James Dio. Fortuna, e lo dico con affetto, che l’ultimo ricordo in studio dei Sabbath con Ozzy alla voce non è stato affidato a questo Never Say Die! o alle due tracce bonus di Reunion, ma al più che dignitoso 13 – un vero comeback con i fiocchi.
[Zeus]

 

 

Fidati te delle recensioni: Soilwork – Steelbath Suicide (1998)

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Su questa band, i Soilwork, non voglio spenderci troppe parole. Ho comprato questo CD dopo aver letto recensioni eccellenti sul loro swedish death metal. Il recensore di turno aveva speso parole importanti, nomi importanti, e questo mi aveva ingolosito.
Mi son detto: se anche assomiglia a —- (inserite LP/band di gruppo) allora ho fra le mani un gioiellino.
Penso di aver ascoltato Steelbath Suicide 4 volte in tutto e poi l’ho messo nella sua confezione e l’ho lasciato al suo posto a prendere polvere. L’onda lunga dello swedish death metal, quello melodico con il marchio della grande trimurti, ha prodotto band come i Soilwork che, per quanto ci abbiano tentato, non sono mai riusciti a piacermi.
Un po’ come gli Arch Enemy, altra band che potrebbe avere le caratteristiche e i nomi giusti (Amott, Erlandsson), ma che continua inevitabilmente ad annoiarmi e/o a risultarmi incomprensibile.
Tornando a noi e al debutto dei Soilwork: fortuna che devo recensirlo una sola volta e poi basta, perché certi dischi sono realmente complicati da approcciare.
Poi c’è gente a cui la band piace, io non sono fra quelli.
[Zeus]

 

Judas Priest – Firepower (2018)

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Dopo aver trattato di tutti i dischi post-reunion dei Judas Priest – con tanto di drammi esistenziali durante l’ascolto del lunghissimo Nostradamus – arrivo finalmente a Firepower, l’ultimo disco in studio degli inglesi. Visto il mio attuale stato mentale, ho aspettato questo disco come mai avrei fatto negli anni precedenti, ormai posso fregiarmi del titolo di Defender e mettermi skinny jeans e altre cose. Non c’è derisione, sia chiaro, ormai sono oltre ogni tipologia di riprovazione o approvazione nei confronti del vestiario in generale.

Se permettono alla gente di andare in giro con i risvoltini – e noi sappiamo benissimo cheRisultati immagini per rob halford kittens shirt l’unico risvoltino concesso è quello del cazzo – allora direi che il mondo può vestirsi come pare e io non metto becco su nulla.
Al che, ricollegandomi sulla questione abbigliamento, mi viene in mente la foto di Rob Halford post-Firepower e il mondo assume un aspetto più tetro e malvagio. Per rendervi il mondo più tetro, ma anche più ironico, vi metto la foto “incriminata”, così potete bearvi di vedere il Metal God in tutta la sua pucciosa attitudine.

Ritorniamo sul qui ed ora e parliamo di Firepower e di un disco che, dopo i dubbi di Nostradamus e Redeemer Of Souls, se ne esce come un ritorno a sonorità più ispirate e, pur senza essere un copia-incolla, guarda con interesse al periodo di Painkiller (ad es. la sezione ritmica di Lightning Strike). Il resto si gioca le sue carte nei canonici 4-5 minuti e senza troppe concessioni all’epicità che, negli ultimi due episodi, mi aveva sfrangiato le palle. Se vogliamo radunano tutto il dramma nella conclusiva Sea Of Red che ti prende bene quando non sei al meglio, ma se no cerchi decisamente altre sonorità.
I toni spaziano dal thrash al heavy, con qualche puntata nell’hard rock ma senza stravolgere troppo il marchio che Halford&Co. hanno forgiato negli anni.
Parliamo poi del singer: le primavere le ha tutte sulle spalle e in Firepower, pur giocando su tonalità più basse e meno svolazzi del solito, sembra essere più ispirato e deciso rispetto ai dischi precedenti. Si è fatto carico della baracca (ormai, con Glenn in formato ridotto causa malattia e KK fuori da giochi, il leader naturale è proprio il frontman) o ha trovato in Faulkner un nuovo alleato capace di assecondare la sua voce da quasi 70enne?
Potrebbe essere l’incrocio fra le due cose, per quando mi riguarda. Ed è proprio qua che sollevi un sopracciglio chiedendoti: come mai in tutto il disco ti ricordi di più di alcuni ritornelli faciloni rispetto a riff o canzoni? Il mio pensiero è semplice: perché, nonostante il 2018 e qualcuno che, dietro il mixer, ci sa fare (vedi Tom Allom e Andy Sneap), le chitarre escono fuori un po’ leggerine e non hanno l’attacco che avevano un tempo.
Forse sono io che mi faccio seghe mentali, ma lasciatemi il dubbio.
Cali improvvisi non ne ho trovati, certi svarioni del precedente LP invece erano riconoscibili subito, ma in Firepower ci ho visto comunque tanto mestiere, qualche buona idea che hanno sviluppato, i prevedibili momenti “power” con Rising From Ruins o Children Of The Sun (inframezzate da un necessario filler strumentale – Guardians).
Se vogliamo cercare proprio l’ago nel pagliaio, rischiando l’epatite e l’HIV visto che potrebbe essere un tiro al bersaglio di Trainspottin-iana memoria, potremmo vedere in un ipotetico lato A (fino a Guardians) il meglio di Firepower e nel lato B qualche canzone inferiore per impatto (citazioni a caso: Traitor’s Gate, No Surrender e la stessa Sea of Red), ma pur sempre di una qualità quantomeno dignitosa.
Se i Judas Priest sono diventati una succursale del carisma e dell’importanza nel songwriting di Rob Halford sarà da vedere, se ci sarà, nel prossimo disco. Al momento quello che possiamo goderci è un LP che suona Judas Priest e lo fa tenendo a mente la lezione dei ninties, distanziandosi dalle pretenziosità del recente passato e che ti fa dire: non è il capolavoro dei Judas Priest e neanche fra 10 anni verrà ricordato così ma, se dovessero sciogliersi domani, lo potrò ricordare come un buon momento di musica, un testamento fedele di quello che, nel 2018, i Judas Priest sapevano proporre al mondo dell’heavy metal e della musica.

Togliendo l’epica della chiusura: Firepower non è male, l’unico dubbio che rimane è se lo è per caratteristiche sue, per confronto con il passato o perché, in un’epoca in cui le uscite loffie abbondano, ecco che dei grandi vecchi dicono “si fa così”.
Che ne so io.
[Zeus]