Sweden ‘Till Death – Marduk (2004 – 2009)

Quarto capitolo di questa serie di recensioni dedicate ai Marduk.
Il capitolo che state leggendo riprende il discorso dall’abbandono di metà formazione (Legion e B.War) e con la la band svedese alla ricerca di degni sostituti.

Il declino compositivo dei Marduk, iniziato con La Grande Danse Macabre e proseguito (seppur qua non sempre mi trovo d’accordo con i criticoni da tastiera) con Word Funeral, è un fattore che dopo 13 anni di onorata carriera sembra promettere male per il futuro della band. L’uscita dal gruppo di Legion e B.War non sono due fattori da sottovalutare: Legion è IL singer che ha aiutato la band a diventare la macchina da guerra che conosciamo e B.War, al basso, è responsabile di una sezione ritmica ferale.
Rimpiazzare due pesi massimi di questo tipo non è proprio una passeggiata.
La soluzione viene trovata nel modo più semplice: nella maniera autartica che da qui in avanti caratterizzerà il procedere della band nel mondo musicale. Al posto del carismatico singer, viene chiamato il misconosciuto Arioch/Mortuus dai Funeral Mist/Triumphator (in quest’ultimi militava anche Fredrik Andersson – batterista degli stessi Marduk dal 1994 al 2001 – e Morgan dei Marduk ha contribuito alle lyrics di una traccia del LP della band) e al basso entra Devo (chitarrista dei primi due dischi dei Marduk).

Neanche un anno dopo l’uscita di World Funeral, Morgan&Co. rientrano in studio e danno alla luce un disco che, senza nulla togliere ai precedenti due, li surclassa su tutta la linea. Plague Angel (disco del 2004) è un disco che ascolto sempre con piacere, c’è poco da fare. Furioso, violento, catartico e senza compromessi. Tutto quello che c’era di “sbagliato” nei precedenti CD, in questo sembra essere stato eliminato ed è stato tenuto il buono. Mi ricordo quando ho preso questo disco, non potevo ascoltarlo subito e così l’ho lasciato a decantare per un po’ in giro per la macchina e poi per casa. Quando finalmente ho trovato il momento giusto, ecco che mi sono goduto 45 minuti di pura malvagità. Mortuus, sconosciuto ai più ma già attivo da molti anni nella scena black metal, ci mette le palle dietro il microfono e sputa l’anima come se, dopo questo disco, non dovesse più farne uno. E questa attitudine si sente. I brani scorrono tutti e anche quando rallentano (Perish In Flames) non c’è stanchezza o mancanza di idee, solo lucida volontà di carica l’ascolto di ulteriore potenza. Al tempo Plague Angel era stato criticato, ma io lo preferisco un giorno sì e anche l’altro ad un La Grande Danse Macabre o ad un Dark Endless. Questi sono i Marduk: furiosi, potenti, senza compromessi.
Per voi che amate i trivia: collaborando con gli Arditi (band svedese che si ispira al periodo fascista italiano) nella traccia Deathmarch, Morgan&Co. non gettano certamente acqua sul fuoco delle critiche relative alle loro idee politiche (sottolineo, però, che i Marduk non sono NSBM  – cosa descritta bene anche nel libro Come Lupi Fra Le Pecore).

Nello stesso anno, i Marduk fanno uscire un EP con qualche canzone per i collezionisti. Deathmarch contiene 4 canzoni: due demo version di Throne Of Rats e di The Hangman Of Prague, una versione alternativa di Steel Inferno (la differenza rispetto alla versione uscita su Plague Angel è, forse, la maggiore rawness della traccia, forse più furiosa e meno levigata nei suoni, ma fondamentalmente non si scosta troppo dall’originale) e, infine, una canzone nuova: Tod und Vernichtung – traccia marziale e apocalittica, buona all’interno di un CD ma non tanto da giustificare la spesa per questo EP.

Per chi vuole sapere come suonano i Marduk con la nuova formazione, deve aspettare un annetto e, precisamente, dicembre 2005.
La band decide di fare uscire l’ennesimo disco dal vivo a 5 anni dal precedente e, questo, è forse il migliore dei loro live. O, almeno, quello che apprezzo di più. Quando ho visto i Marduk con Mortuus, erano in tour a supporto di Plague Angel o Rom 5:12, non mi ricordo più bene. Mi ricordo la professionalità assoluta del gruppo che, nonostante il pubblico fosse composto ormai dal sottoscritto, un mio amico, il fonico e tre altre persone, hanno suonato in maniera più che mai convincente. Mortuus, all’epoca, era ancora un po’ impacciato sul palco e non proprio brillantissimo sulle tracce veloci di Legion, ma tutto sommato non ha sfigurato. Perché dico questo? Perché Warschau è la summa di un nuovo modo di concepire il sound dei Marduk. Le vocals belluine di Mortuus e il sound grosso e possente contraddistinguono il live album e, mio parere, fanno risplendere tracce come Bleached Bones o le altre provenienti da dischi come La Grande… e World Funeral. Se dovessi consigliarvi un live dei Marduk, pur apprezzando anche quelli con Legion, io vi consiglierei Warschau e non perché mi sono preso la versione limitata…

Per la prima volta dopo molti anni, i Marduk rallentano il ritmo e aspettano tre anni prima di far uscire il successore di Plague Angel. Periodo che coincide con il rafforzamento della formazione Morgan – Devo – Mortuus come principale punto di riferimento dei Marduk, mentre il batterista (al tempo, in studio, c’era un connubio fra Emil Dragutinović e A. Gustafsson) diventerà un elemento terzo rispetto al trittico sopra detto.
Se dovessi cercare dei dischi in cui l’influenza di Mortuus si fa più pressante, citerei senza problemi Rom 5:12 e il successivo Wormwood. I Marduk, fieri paladini della bestemmia libera e utilizzata come sprone per Dio a far di più e di meglio, non hanno mai avuto quell’impotazione ortodossa che acquistano con Mortuus alla voce. Il singer svedese aveva già avuto modo di far uscire questa sua vena blasfema con il progetto Funeral Mist, band che risuonerà forte nel successivo Wormwood, ma di cui si sentono gli odori anche in Rom 5:12. Quest’ultimo ha, come impostazione, lo stesso piglio di Word Funeral. Mi spiego meglio: entrambi puntano sulla pesantezza e su ritmiche “lente” rispetto al canone Marduk e, quindi, sono considerati strani. All’inizio di questa recensione, avevo decretato di citare Rom 5:12 come il peggiore disco dei Marduk. Non è il più brillante, questo certo, e ci sono alcuni brani che non mi convincono fino in fondo (forse a causa dell’estrema lunghezza, vedasi Imago Mortis che avrebbe tranquillamente vissuto bene anche senza gli 8 minuti di durata), ma è un disco che pesca a piene mani dall’esperienza Funeral Mist. C’è poco da fare. Ritmiche, sonorità e blasfemia legata a tematiche religiose sono un classico del black, ma non erano nel range dei Marduk veloci e senza compromessi. In Rom 5:12 i compromessi ci sono, il sound è cupo ma definito e amplifica l’effetto liturgico di questo LP particolare, estraneo (quanto il suo successore) al classico sound degli svedesi.
Prendete Accuser/Opposer, la canzone non è particolarmente veloce ma l’alternarsi fra clean (fornito dal singer dei Primordial) e il growl di Mortuus sviluppano un brano che pian piano cresce e diventa infettivo. Almeno per me, sia chiaro. Persino la traccia 1651 (in collaborazione con gli Arditi), suona bene e il registro utilizzato dal Mortuus è spaventoso ma è così per tutto il CD: sembra che il singer, da un momento all’altro, soffochi nel suo stesso growl.

Rom 5:12 è un disco di rottura, dove i Marduk decidono consciamente di smettere di pestare come gli assassini per gettarsi dentro un nuovo modo di concepire sé stessi e la loro musica. Questo non significa che smetteranno i pezzi velocissimi e la blasfemia gratuita, ma il nuovo corso dei Marduk parte proprio con l’intro di Plague Angel e si concretizza con questo strano Rom 5:12.
[Zeus]

To Be Continued

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