Questo strano aprile al ritmo dei Black Sabbath: Never Say Die! (1978)

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Negli ultimi tempi sto avendo delle serissime difficoltà a staccare fra casa e lavoro: quando sono a guadagnarmi due euro in croce, mi porto dietro la sonnolenza casalinga; mentre sono a grattarmi la minchia a casa, ecco che vengo percorso da ignobili sensazioni stressanti date dal lavoro di cui sopra.
Non credo di essere l’ultimo, ma visto che ognuno è egoista, penso a me stesso.
Nella nebbia del cibo+stress mi sono risentito Never Say Die! dei Black Sabbath e, ahimé, continua a non convincermi.
Io, ogni tot, ci passo un po’ di tempo in compagnia di Never Say Die! o Technical Ecstasy e, ogni volta, mi ritrovo a pensare che l’ultimo grande disco della formazione originale è stato Sabotage. I due LP successivi, seppur suonati bene e con perizia, non mi hanno detto granché: vai te a sapere perché!
Never Say Die!, che festeggia i 40 anni quest’anno, è il testamento di una band con il fiatone e più problemi che soluzioni. A trent’anni, i membri dei Sabbath vengono reputati dei dinosauri del rock (adesso, cari lettori, a 30 anni si fa fatica ad uscire di casa e si viene considerati come giovani adulti) e le nuovissime leve dell’hard rock/metal – che hanno imparato tutto dai Sabbath stessi – si fanno belle davanti al pubblico dei nuovi giovani. Eggià, perché i giovani dei Sabbath, quei 15/20enni che si drogavano a bomba e formavano distese di corpi senza coscienza ai concerti degli inizi, sono diventati adulti e i nuovi giovani vogliono qualcosa di diverso, qualcosa che sia “primitivo” e del loro tempo.
I Sabbath perdono la rotta, Ozzy perde il padre E la brocca, la formazione incomincia a scricchiolare e le composizioni sono zoppicanti, tanto che, per sopperire ad un attacco di tossicodipendenza di Ozzy (si sa, il buon Michael “Ozzy” Osbourne aveva queste esigenze di sfasciarsi la faccia con alcool e droghe varie) tirano dentro il quartetto cetra di turno e ci piazzano dentro dei fiati al posto del Madman che canta. Visto che ci sono, mettono di nuovo Bill Ward dietro il microfono su Swinging The Chain e tutto ha un senso.
Non tutto è da buttare, sia chiaro, e neanche la traccia di Bill è brutta in sé. Never Say Die! è anche un brano divertente, diretto e che riconosci come Sabbath grazie al marchio Iommi. Junior’s Eyes, a mio parere, rende meglio nella versione di Zakk Wylde.
Io non mi sono mai fidato di questo disco, l’ho sempre guardato con diffidenza… ma tanto mi ha fregato comunque visto che mi sono comprato il DVD del tour – vaffanculo a me e alla mia coerenza. Tanto, diciamocelo, vedersi Ozzy stretto nel vestito di pelle bianca, obeso da alcool e droghe, gli occhi allucinati e con le pupille grandi come monete da 2 euro è qualcosa di eccezionale.
Se poi lo vedete saltellare e battere le mani di fianco a Iommi, capite perché come frontman non ha niente da invidiare a nessuno: tutti sono capaci di essere fighi e possenti sul palco, ma quanti dei grandi singer/leader musicali sono capaci di farti esclamare “cazzo, potrei essere io al suo posto!” o “ce la potrei fare anche io”.
La cosa più dignitosa per i Black Sabbath è stata separarsi e iniziare l’avventura con Ronnie James Dio. Fortuna, e lo dico con affetto, che l’ultimo ricordo in studio dei Sabbath con Ozzy alla voce non è stato affidato a questo Never Say Die! o alle due tracce bonus di Reunion, ma al più che dignitoso 13 – un vero comeback con i fiocchi.
[Zeus]

 

 

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