Scolliniamo e finiamo nel 1988: Ozzy Osbourne – No Rest For The Wicked

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Sono passati 30 anni da questo disco, rendetevene conto. Io me l’ero anche procurato in edizione vinile (e non ho dove ascoltarlo) e quindi sono un proud owner di una copia siffatta. Cose da vantarsi con gli amici al bar, intendiamoci.
Rispetto a The Ultimate Sin, che trovate su questo blog cliccando sul nome dell’album (nota per chi fosse appena sceso da Mercurio), No Rest For The Wicked sembra un capolavoro e, mettetelo agli atti, non lo è.
C’è Zakk Wylde, ok, ma è talmente impegnato a far fischiare la chitarra da non rendersi conto che vorresti prendere un biglietto per l’America e bruciargli il camper. Cristo, ogni mezza nota ci piazza un fischio e, maledetto sia lui, non si risparmia proprio. La differenza è che, almeno, quassù c’è un po’ di energia che nel precedente LP non c’era. Castillo mena la batteria e Zakk ha almeno dei suoni decenti di chitarra, per evitare di far figure di merda, Ozzy richiama Bob Daisley al basso – giusto per sbugiardarlo subito dopo. Povero Bob, si fida sempre di un tossico e alcolista allo stadio terminale e ci rimane col culo che brucia.
Quanti hanno incominciato, però, ad ascoltare metal con questo disco? Molti, perché comunque Ozzy crea melodie vocali che prendono e ha la carica e il groove che ti fanno passare 40 minuti di tranquillità. Se vogliamo trovare le radici di un disco come No More Tears, le dobbiamo cercare qua, in questi solchi e tracce.
In qualche modo abbiamo sentito tutti una Bloodbath in Paradise Miracle Man e, in segreto nella nostra stanza, le ascoltiamo ancora quando non dobbiamo dimostrare di cercare l’ultimo estremismo sonoro. Ozzy è una garanzia, sai dove caschi e cosa ricerchi e quindi è un punto fermo.
Penso sia questo il motivo del termine: un classico.

A parte le lacrimone da vecchio disco, dei 30 anni passati, per Ozzy e il primo disco di Zakk, No Rest For The Wicked non è il Messia dei Dischi ed è, e rimane, figlio del suo tempo: se non ve la ricordate, sentitevi la batteria enorme e i synth di Fire In The Sky e vi torna il ciuffo come Mirko dei Beehive. Il duo finale Tattooed Dancer Demon Alcohol (un tema ricorrente nella discografia di Ozzy) sono comunque due tracce veloci e piene di groove e, pur non facendo niente per innalzare il livello medio del disco, ti fanno capire che il futuro che si stava aspettando, il futuro di Ozzy, era proprio nel presente di quel disco.
[Zeus]

ps: vorrei farvi notare chi c’è al basso in questo video… 

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One With Misery, i Sentenced all’epoca di Frozen (1998)

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L’anno scorso ho passato un periodo in cui facevo girare spesso i Sentenced fra ipod e iTunes. Motivazioni? Non me ne vengono in mente, ma ho la memoria labile quindi non prendete la cosa come scritta nella pietra. Dopo quell’overdose di mestizia, depressione, melodia finnica e malessere esistenziale, ho lasciato stare la band di Mikka Tenkula (continuo a ritenerlo un nome da incorniciare) e mi sono gettato su altri lidi metallici.
Forse, e dico forse, per qualche settimana mi sono incaponito nel filone gotico per questioni anch’esse sconosciute a Satana.
Causa ventennale di Frozen, ho ritirato fuori dal cassetto (ergh, dal freezer) la band finlandese e gli ho dato un nuovo ascolto. Frozen segna il pasaggio dall’epoca death a quella più melodica, ma senza raggiungere i canoni gothic-bagnamutande dell’ultimo periodo.
Diciamolo subito: a me, come disco, piace.
Forse è il momento, forse è il tema e quella nevicata di depressione mista a esaltazione del suicidio che tirano fuori queste tracce a piacermi, ma è un disco che ha qualcosa da dire (non come il deludente The Funeral Album). Chiarisco una cosa: della produzione acchiappona, a Frozen preferisco The Cold White Light; ma anche qua, signore e signori, è una questione puramente di gusti.
Quando c’erano i forum, quella versione artigianale e molto da Pirati dei Caraibi degli odierni punti di ritrovo virtuali (aka Facebok), c’erano un X numero di sgallettate che sparavano fuori immagini di profilo extragotiche, con tonalità di nero a strati, qualche maschera e la classica rosa nera in qualche punto. Oltre a lei, c’erano altre bestie sulla foto e, di solito, erano corvi neri – che tanto rimandano a E. A. Poe e, quindi, al gotico per eccellenza. Sotto le immagini di profilo c’era sempre una frase per descrivere tutto o, in alternativa, c’era la firma (meglio la citazione) sotto i commenti.
Vi posso assicurare che buona parte avevano: a) citazioni di Poe o altro poeta dannato a caso; b) citazioni de Il Corvo; c) citazioni a cazzo; d) citazioni dei testi dei Sentenced.
E, come potete immaginare, con queste almeno c’era da discutere di qualcosa, anche solo citare “oh, mi sono ascoltato The Rain Comes Falling Down” e oltre alla canzone, sentivi scrosciare qualcosa dalle/nelle mutande della suddetta gotica.
Perché Frozen è un album così e, dopo vent’anni di vita (è uscito nel 1998), l’impressione che genera è sempre questa: tormento, malinconia, finlandesi ebbri, istigazione al suicidio per cause amoroso-esistenziali, alcune ottime canzoni e, non ultimo, ragazze gotiche che si bagnano al solo sentir nominare Ville Laihiala.
[Zeus]

Quello che erano e ci piacevano. Queens Of The Stone Age – s/t (1998)

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Per chi ama/va i Kyuss (alzo la mano), proseguire con i Queens Of The Stone Age è stato uno dei pochi atti di fede della vita del metallaro. Sapevi che non potevano essere la stessa cosa di prima, ma speravi che ci fosse qualcosa di buono, visto che Josh Homme e Alfredo Hernandez erano della partita. Questo credere senza avere tangile prova è riconducibile sotto la grande sfera della fede.
L’unica versione che mi compete è quella nel metallo, se proprio vogliamo, visto che in materia di divinità mi trovo sempre a questionare qualcosa. Tanto che un giorno mi toccherà discutere animatamente con un Testimone di Geova e cercare di ricondurlo sulla Left Hand Path – cosa che escludo, visto che sono alquanto coriacei.
I QOTSA di questo disco sono ancora la versione più vicina ai Kyuss, pur mettendo in mostra tutto il bagaglio di novità che Homme porterà nel sound della sua nuova creatura nei dischi successivi. Il sound robotico si mischia pesantemente con i riff rotondi memori (alla lontana) dei Kyuss ed è su questo concetto che parte il disco dei QOTSA; vedasi Regular John, canzone che riassume bene il concetto espresso.
Ancora adesso, quando mi nominano il s/t dei Queens… mi viene in mente una canzone (no, non If Only – che è una preview disarmante di Rated R, il secondo CD della band): Mexicola. A suo tempo avevo preso un nuovo Hi-Fi per casa, casse fatte artigianalmente e coni in alluminio per una migliore resa sonora. Ottimo impianto base, senza tutte le stronzate (dicasi le lucette) che inculano gli acquirenti da supermercato, e un lettore CD che andava alla grande. Per testare la possanza di tali casse e i watt che poteva sparare, mettevo su quella canzone e cercavo di vedere dopo quanto tremavano i vetri del mobile posto in sala da pranzo. Quando questo avveniva, sapevo che tutto era buono e il sound grasso c’era ancora.
Il fatto strano è che il s/t è la prosecuzione dei Kyuss, senza però esserne la reale conseguenza se non nella presenza di Homme come leader maximo: sentitevi Walkin’ On The Sidewalks e poi ditemi se, dietro tutto, non scorgete qualcosa dei Kyuss, ma in realtà state ascoltando tutt’altro e, per questo, rimanete un po’ sospesi. Ma fa niente, Queens Of The Stone Age (l’album) è un buon disco e sa di Desert Sessions e creatività.

Se vogliamo, il rossocrinito ha tirato fuori tre dischi ottimi con le Regine, prima di trasportare la band in una dimensione che piace a chi ormai è deluso da molte cose e che ascolta il metal con il Fedora, la giacchetta scamosciata con le toppe sui gomiti e la sciarpetta colorata al collo. Gente che si dichiara vegana e ha le scarpe in pelle. Fruttariani convinti nelle scie chimiche e altre aberrazioni evolutive.

Devo, però, fare un’ammenda: al contrario del sottoscritto, Josh Homme ci ha visto lungo e sta vendendo tonnare di dischi, mentre io continuo a scrivere su TMI e mi leggono in 3 persone quando va bene. Se devo trovare un buon momento per andare a ritirare il premio “Lo Stronzo D’Oro” questo è il caso.

Ma voi fatemi un favore, non fate come quelle sciarpette. Ascoltatevi i QOTSA degli inizi, quando erano ancora uncool ed erano conosciuti da pochi, saggi, fattoni eletti.
[Zeus]

 

 

Volbeat – Guitar Gangsters & Cadillac Blood (2008)

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Inizio con un’affermazione: pur essendo uscito 10 anni fa, Guitar Gangsters & Cadillac Blood dei danesi Volbeat continua a piacermi. Lo dico perché i rompicazzo della mia Provincia hanno la tendenza a sputare su dischi per cui fino a 10 minuti prima erano andati matti ma che adesso l’intellighentia musicale locale non ritiene più cool.
Questo atteggiamento da ritardati musicali è un processo rivoltante nell’attitudine modaiola che vogliono trasferire nel metal. Quindi, qua a TMI, ci battiamo contro questo nuovo trend e continuamo ad affermare che i dischi passati, quelli che erano belli e ne hanno mantenuto le caratteristiche, lo sono ancora.
Guitar Gangsters & Cadillac Blood si posiziona fra questi ultimi. Dei Volbeat conoscevo solo questo disco e, quando li ho visti dal vivo, mi sono ritrovato a pensare: cazzo, sono veramente un gruppo divertente. Un concerto scivolato via fra canzoni che sapevano di groove e melodia, un frontman bello ignorante e un’atmosfera generale rilassata – ah, i vecchi tempi all’UFO di Brunico, quando non arrivavano solo i Tracii Guns.
I primi due dischi hanno le stesse caratteristiche di questo, solo che sono più grezzi e sanguigni, quindi li ritengo o: a) le prove generali; b) la versione meno facilona (questo lo dico per chi pensa che GG&CB sia un disco “venduto”).
GG&CB è molto più levigato, pulito all’eccesso dietro ritornelli faciloni, melodie brillanti, passaggi che alternano metal e rock(abilly) e un’attitudine che è ancora lontana dal mestiere vero e proprio. Il disco del 2008 vive quindi su un’equilibrio che non si ripeterà più: cammina sulla corda senza mai cadere né nel troppo metal, né nel troppo lagnoso/pop e, così facendo, finisce per accontentare tutti, dai metallari ai rocker.
Nel CD ci troviamo due cover, una tracklist forse leggermente troppo lunga e un ritmo che, con qualche leggera flessione, prosegue ispirato fino all’ultimo minuto (il 48° per la precisione). A mio avviso un buon compendio di fattori.
GG&CB è l’ultimo, vero, grande disco della band danese; dopo di questo, la caduta è stata inevitabile. Il gioco non poteva reggere e cambiandolo hanno distrutto quell’illusione che avevano creato e, come pegno, ci hanno fatto sentire la terribile Evelyn.
Ricordiamoceli com’erano.
[Zeus]

Critica alla ragion pura. Discussioni intellettuali su EONIAN dei Dimmu Borgir

Se ancora non lo sapete, il 4 maggio 2018 e dopo un parto lungo quanto un Chinese Democracy qualunque, è uscito il nuovissimo disco dei Dimmu Borgir. Anticipato da un singolone che ti faceva esclamare cose strane grazie ad un testo come:

To the trained eye / There are no coincidences
The more you see / The less it makes sense
To the trained eye / There are no coincidences
If you can not see / You can not truly know

E sotto ti ci potevi immaginare una foto così – che sembra riprendere pari pari il contenuto artistico del suddetto chorus dimmuborgiano.
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Dopo averci regalato anche Council Of Wolves And Snakes, canzone che paradossalmente sembra un gioiello in confronto allo sfacelo criminale di Interdimensional Summit (puttana la malora a loro e ai loro titoli del minchia), mi sono arrischiato ad ascoltare tutto il disco. Mi son detto, un tonfo del gabinetto con Interdimensional e un 5,5 con Council ed eccoci alla verità, cosa ne tiriamo fuori?
Per questo motivo mi sono messo a chiacchierare con il Sig. Bruno, capitano di compagnia della brigata Slowtorch.

Preambolo.

Io – Ho sentito l’ultimo dei Dimmu Borgir e sto piangendo. Terribile. Veramente brutto forte.
Sig. Bruno – Sono curioso.

Dissertazione primaria (essendo in presa diretta, i concetti sono espressi senza seguire le regole lineari del tempo ma secondo una prospettiva Lovecraftiana del tempo).

Sig. Bruno – ho letto “dammi tre parole…” e stavo per pisciarmi addosso.
Io – Sole cuore amore o puzzi di sudore?
Sig. Bruno – La seconda. Comunque, mi ascolto Eonian. Sono ad 1:40 ed è ok.
Io – Le prime due sono inutili.
Sig. Bruno – 1.50 meeeeeeeeeeeeh
Io – Guarda che sotto ci sono anche degli sprazzi, nel sottofondo. Sopra senti cose becere.
Sig. Bruno – Mi mancano un po’ i cori. Non sento cori. Non ne sento. Dove sono i cori? E i violini. Vorrei tanto dei violini e dei cori.
Io – E Vortex che canta pulito. Oh, a me non piaceva.
Sig. Bruno – Tornando a far discorsi seri: una volta avevano delle chitarre, i Dimmu Borgir, se ricordo bene…
Io – Adesso hanno le Chicco.
Sig. Bruno – Ah, Vortex che cantava in pulito con della violenza sotto a me piaceva.
Io – Le Chicco fanno “squid squid” a volte
Sig. Bruno – Ah, il buon vecchio Simen. Continuo ad aspettare con ansia dei cori.
*Urlo generale di dolore*
Io – i cori ci sonooooooh
Sig. Bruno – C’è la tastierina bontempi che fa pim-pam-papapum!! Che bella!
Io – Quella è violenta. Sorry, quella ti violenta. Mi ricordo Stormblåst e quello andava alla grande [infatti mi piace un botto come disco, NdA]. Anche se inculavano le melodie all’Atari.
Sig. Bruno – (per chi legge: il Sig. Bruno sta facendo ironia sul disco Eonian) secondo me si sono trovati a casa di uno dei due e quello s’era preso la tastierina e sin son detti: dai, facciamolo, un disco. Bello, con pochi cori, niente violini e tutto chitarre violente. Eh, vecchi tempi.

Dissertazione secondaria

Io – Sti cazzo di soldi. Quando non ne hai spacchi, se no fai come i Metallica con Lulu, che faceva/fa/farà cagare il cazzo.
Sig. Bruno – mica per niente “fare la lulu” (umorismo teutonico, NdA) già prima di quel disco non prometteva niente di buono.

Dissertazione Primaria Bis

Io – Se ascolti bene, su Interdimensional Summit c’è Shagrath che canta Rihanna. Probabilemte gli è venuto un coccolone e via di canzoni pop.
Sig. Bruno – Chiudiamo il capitolo Dimmu Borgir e aspettiamo il prossimo va. Tanto qua dentro ci trovi melodie degne di Schlagerpop e i Kastelruther Spatzen (immensa band altoatesinatrombano più loro in una sera che voi in due vite e mezza, sappiatelo. NdA).
Io – Ascoltatelo, che poi mi dici cosa ne pensi.
Sig. Bruno – Ok. No. Ho abbandonato dopo aver risentito Intercultural European Festival (dicasi anche Interdimensional Summit, NdA). Passo a roba meno inquietante.
Io – Tu non hai fegato. Io per punire il Creato di questo disco, vado al cesso in ufficio e inquino l’ambiente. Almeno mi prendo una rivincita morale sul brutto.

Dissertazione Primaria Ter

Sig. Bruno – Ok, lo riascolto. Sono al minuto 19 e tengo botta. Mi sembra di sentire dei cori. E, lo ammetto, mi balla anche il piede.
Io – Qualcosa c’è. Ma discreto. Come l’odore quando entri nei cessi della stazione… quasi non senti che c’è la stazione.
Sig. Bruno – … ma i due euri li devi pagare.
Io – E ti spacca il cazzo farlo.
Sig. Bruno – Almeno l’altra volta il tizio insisteva perché pagassi. In fin dei conti manutenzione e pulizia costano. Un po’ comeper i Dimmu Borgir immagino. Comunque sarei curioso di sentire il prossimo disco – secondo me torneranno a roba più scarna… è impossibile aggiungere dell’altra roba ancora.
Io – Già. Forse tolgono tutto e fanno un disco solo di cori. Un CD dei Dimmu, senza Dimmu. Qualcosa che compreresti, come i dischi dei cori degli Alpini. Fa piacere avere a casa qualcosa che fa contenta tua nonna…
Sig. Bruno – Innovativo il disco dei Dimmu senza Dimmu. Comunque ho capito cosa mi ricorda il plim-plom-plim-plom! Ce l’avevo anche io sulla tastierina Casio.
Io – Anche io avevo quella cosa, prima di venderla ad un parente (Premio Iena 1996, NdA).

Conclusione

Diciamolo chiaro e tondo, uno dei pochi aspetti positivi di EONIAN è che ci sono 9 canzoni più finale strumentale (come da vecchia tradizione Dimmu Borgir pre-2000 e, questo finale, non ci sta neanche male nel contesto). Sono esattamente quante erano su Abrahadabra (qua la traccia strumentale era posta all’inizio, Xibir), solo che ci hanno messo più violini pacchiani, più cori ancora e, se vogliamo, una tastierina che è irritante quando incomincia a tirar fuori i plin-plin-plum. Quando parte augurerei la scagazza al poraccio che la sta suonando al momento (Shagrath o mercenari a caso).
Il fatto è che sotto la marea di minchiate si nota qualche buon passaggio, ma appena lo senti partono i cembali, le compagnie di bersaglieri, il coro SAD e tutto quello che puoi aspettarti dal circo equestre – non ultimo, ovvio, quel sentore di vogliamo fare un disco che potrebbe stare bene in una serie TV come Game Of Thrones (scovatene i passaggi, se avete il fegato). Questo è quello che fa incazzare, vi giuro. Tolti tutti gli orpelli e la merdaglieria varia, nonché eliminando di sana pianta le prime due canzoni, ci sono accorgimenti decenti e alcune idee che funzionano e rimandano al dopo Enthrone Darkness Triumphant, se il trio Shagrath, Silenoz e Zio Fester Galder si fossero degnati di non mandare tutto a troie mettendoci sopra l’Orchestrina Bronchenol. Lo sai tu e lo sanno anche loro, ma tanto la loro è l’attitudine del “cazzomene” e io 25 euro per ‘sto cazzo di CD non li spendo neanche morto.
[Zeus – con la collaborazione inconsapevole del Sig. Bruno]

Ps: ma puttana la malora 2. Non erano black metallari loro? Perché Shagrath si mette a fare il giocoliere come un cazzo di punkabbestia pulcioso?

L’odore d’ascella al mattino. Clutch – Blast Tyrant (2004)

Quanti ricordi con questo Blast Tyrant. Ricordi di ore interminabili in un furgone bianco di una nota marca tedesca, insieme a quattro tizi e diretti verso mete improbabili disposte a casaccio sullo scacchiere europeo: Italia, Austria, Germania, Olanda e Inghilterra. Perché sì, questo disco dei Clutch è stato la colonna sonora di tanti di quei chilometri in autostrada da essere diventato l’essenza stessa dell’autostrada.
Un disco che saltava fuori ogni 3×2, un po’ come le sorprese Kinder. Quando l’atmosfera nel furgone incominciava a scemare, causa ore di viaggio, noia, sbornia della serata precedente e odore penetrante d’ascella (o di brenze pestilenziali), ecco che una Promoter (of Earthbound Causes) serviva a risollevare il morale e far mimare accordi, riff e, soprattutto, la voce di Fallon. Perché l’effetto air-guitar è tutto, ma se non ci aggiungi anche un bel cantato ti togli metà del gusto. Su Blast Tyrant questo non manca di certo e fra testi demenziali e surreali, ci scappa fuori anche qualche assaggio di poesia vera e propria come The Regulator e quel verso “Dream with the feathers of angels stuffed beneath your head” che ho canticchiato più volte di quante abbia voluto.
The Regulator mi ricorda anche festival estivi in zone montane e festeggiamenti fino all’alba. Chiacchierate notturne e viaggi verso città d’arte, anche se per questo specifico caso ci sono i Corrosion of Conformity a contendersi il merito di avermi occupato il cervello nel corso del viaggio.
Non credo di riuscire a trovare un solo episodio debole su Blast Tyrant, tutti i brani sono eccezionali e hanno riff che ti restano incollati alla scatola cranica come una gomma da masticare alle suole delle scarpe.
Sarà che con l’età sono diventato un inguaribile romantico, ma Ghost continua ad emozionarmi (forse meno di The Regulator) e (Notes from the Trial of) La Curandera un ritmo che ti prende al primo ascolto, se non fossi tacciato di eresia potrei dire che ti scatena la stessa voglia di headbanging come quella di muoverti in maniera completamente scomposta – quello che noi che amiamo il metallo chiamiamo danza.

Non so che altro aggiungere, visto che non oso neanche pensare alla vostra vita senza Blast Tyrant dei Clutch. Perché ci sono vari livelli di vita da stronzi, ma questo raggiunge senza problemi la top ten. Fidatevi.

Se invece siete di quelle persone giuste e corrette che Blast Tyrant lo avete/ascoltate, allora sapete di cosa sto parlando e questo stronzo (io) può smettere di spargere lacrime e bit su carta digitale e continuare a raccontarvi storie musicali da altre parti di questo blog.
[Zeus]

Macchine che sgasano e bevute assassine. Dissection – Storm Of The Light’s Bane (1995)

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Storm Of The Light’s Bane è intimamente legato ad una gita alcolica in una provincia italiana del Nord. Dovessi posizionare questo LP, lo metterei in quel contesto anche se, quando ho effettuato questa trasferta, il disco in questione era ormai uscito da anni e i Dissection erano “morti e sepolti“. Mi ricordo di aver preso il treno e aver percorso non so quanti Km e non so quante ore, ‘sti cazzo di regionali erano (/sono) un tormento per il viaggiatore, per giungere al paesello dove avrei incontrato un po’ di vecchi amici. Potevo sospettare che la situazione si sarebbe trascinata verso il degrado assoluto quando come benvenuto sono partiti aperitivi e birre in quantità spropositata, tanto che sono arrivato a pranzo (ero ospitato in casa di un’amica) che vedevo la Madonna doppia e mi esprimevo come un Giurato qualsiasi. Non domo, e affermando baldanzoso “reggo, non preoccupatevi”, mi sono scolato un paio di birre a pranzo che mi hanno segato le gambe.
E non era finita.
Passata qualche ora, saliamo in auto (penso la mia prima, e ultima, volta su un mezzo che assomigliava ad una macchina di Fast & Furious) e mi accomodo felice come un Budda sul lato del passeggero mentre sotto tiranneggiava il rombo del motore e il death metal.
Nonostante i pregiudizi sulla guida femminile, lei guidava molto bene e io continuavo a conversare con Odino al mio fianco nel tentativo di tirarmi insieme dall’assalto frontale alcolico. Finito il primo Cd death metal, parte una canzone che, per un motivo o per l’altro, ha accompagnato il duo Fast&Furious per tutto quel weekend.
La canzone era:

Quelle chitarre, quel titolo (secondo me fighissimo nella sua semplicità – ma non è l’unica che mi intriga) e tutto l’insieme è stato così perfetto nel suo essere totalmente casuale che mi ha tormentato per tutta la serata. Infatti canticchiavo la canzone di cui sopra mentre ero alla cena e cercavo di comportarmi degnamente con il prossimo.
Il proposito, come potete immaginare, è terminato dopo la terza birra che, sussurrandomi parole di luppolo e miele, ha riattivato l’aperitivo e mi ha fatto passare lo specchio trasportandomi in una dimensione parallela.
Finita la cena, siamo rientrati sulla macchina fiammeggiante ed ecco che è riparartito Storm Of The Light’s Bane. Non riesco a spiegarmi perché mi ricordo questo particolare, sono convinto che siano stati ascoltati altri CD, ma nessuno mi è rimasto in mente come questo. Nessuna canzone di tutto quel weekend mi è rimasta in mente più di Soulreaper, Night’s Blood o Thorns Of Crimson Death. Niente da fare, c’erano i Dissection e non c’era nient’altro, tanto che nella fermata successiva continuavo a canticchiare una melodia o l’altra mentre l’alcool prendeva le redini del mio cervello e, logicamente, mi faceva parlare a vanvera e/o improvvisare danze tribali sotto il segno di una band a caso (i Pantera / altro gruppo che ha la capacità di finirmi intorno quando le birre incominciano a girare).
La serata è finita brillante, come potete capire. E per brillante, cari miei, significa che sono riuscito a infastidire molti e disgustare altri (fra cui la mia amica, che mi ospitava fra l’altro) e mi ha fatto capire che ci sono i dischi che piacciono e poi ci sono i Dissection. Gli svedesi entrano di diritto nella schiera di band elette che possono e devono essere messe in una compilation, in macchina o accompagnarti in giro mentre i fumi dell’alcool si stordiscono quando tiri un rutto.
Storm Of The Light’s Bane lo ricorderò sempre per questa serata micidiale, mentre il connubio metal + alcol prendeva la sua forma più nobile di illumunazione e pace dei sensi.
Non so che altro dirvi, anche perché spero che non debba realmente mettermi a recensire questo disco. Vero?
[Zeus]

 

 

 

Dammi tre parole: Godless Savage Garden, ovvero i Dimmu Borgir nel 1998

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Sono uno di quei pochi stronzi nel mondo che continua a ripetere che gli “scarti” delle precedenti session di registrazione dovrebbero rimanere tali e non, come è usanza nel mondo mangiatutto che conosciamo, finire in un EP. Le mirabili eccezioni alla regola ci sono e mi riservo il diritto di citarle quando sarà tempo e luogo (e, soprattutto, quando mi verranno in mente), ma come ha detto l’Università Katajuoufsyfuttur in Islanda “pubblicare un EP di scarti ti fa sentire come i Metallica dopo aver rilasciato ReLoad”. *
Su Godless Savage Garden spira l’aria del “è stato registrato nelle session di Enthrone Darkness Triumphant” e il “è il momento del passaggio”. Al che, io mi domando: non è che bisogna legittimare tutto, o sbaglio? 
Godless Savage Garden non mi ha mai attirato granché, anche se le composizioni originali risentono un po’ dell’ispirazione perfetta di ETD, ma non sono così tanto azzeccate da poter entrare sul disco, quindi mi scendono di qualche punto e mi fanno storcere il naso. Moonchild Domain Chaos Without Prophecy risentono di quella strana rilassatezza che non mi fa ricordare una canzone dall’altra e soffrono di suoni poco convincenti, mentre Raabjørn speiler draugheimens skodde mi è sempre piaciuta e la rilettura 1998 A.D. fa acquisire punti al brano.
I Dimmu Bogir non sono ancora entrati nella sbornia da futuro roseo e canzoni imbarazzanti, quindi non mettono le clean vocals (e sia ringraziato Satana per questo) e hanno ancora la capacità di tirar fuori qualche passaggio più aggressivo (Hunnerkongens sorgsvarte ferd over steppene).
Per foderare l’EP, Shagrath&Co. ci mettono dentro un paio di live che suonano come un benvenuto a Morticia Addams, conosciuta anche come Mustis.
Ovvio che, a parte Metal Heart degli Accept con Aarstad alle keyboards, i pezzi con Mustis sanno di buono e non possono essere valutati con vera oggettività: StormblåstIn Death’s Embrace hanno un voto positivo a prescindere, anche perché, con tutte le critiche che gli piovono addosso, non si può certo dire che i Dimmu Borgir siano performer scarsi.
Ripeto il concetto espresso sopra: gli EP con gli scarti delle session precedenti dovrebbero rimanere nel cassetto, anche a costo di perdersi qualche traccia decente. Poi non sono io a valutare cosa tenere o cosa buttare, ci pensa la Nuclear Blast ad operare con la cura del maiale e, quindi, non si butta via niente.
[Zeus]


* ricordiamo sempre che aggiungere un’università nordica da grande autorità alle cazzate che si scrivono o si dicono.

 

Inquisition – Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm (2010)

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Da quando Skan mi ha fatto scoprire gli Inquisition con Obscure Verse For The Multiverse, posso affermare che la percentuale di viaggioni mentali è aumentata in maniera spropositata. E gli Inquisition ci mettono il carico da novanta nel mandarti a discutere di trigonometria con i Grandi Antichi con i loro dischi.
Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm precede Obscure Verse For The Multiverse di tre anni e, francamente, reputo i due dischi una doppietta talmente eccellente da lasciarmi senza parole. Ok, sto diventando come certi siti che lodano e sbrodano bagnandosi le mutande quando arrivano i dischi.
Fanculo, inizio di nuovo.
Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm è un gran cazzo di disco. Punto. A supportare la mia affermazione vi basta schiacciare play su Astral Path To Supreme Majesties e capite che non c’è scampo, Dagon e Incubus hanno tirato fuori una traccia che vi spedisce a calci in culo a canticchiare melodie dissonanti con i Mi-Go e Azatoth. Il bello è che su tutto svetta IL RIFF, supportato da una batteria che detta tempi e impone un senso di marcia al possibile caos ancestrale causato dalle note di Dagon e dalla sua voce che, di disco in disco, smette di assomigliare ad un growl umano.
Io cito Astral Path To Supreme perché è veramente una bomba, ma poi c’è Desolate Funeral Chant che, nella sua apparente semplicità, ti piomba sul terreno e poi via a cantare Hare Krishna pelato e vestito d’arancione, tanto il cervello ormai ti è andato in culo.
Se poi arrivate alla title-track, cosa che vi consiglio di fare perché un disco degli Inquisition deve essere ascoltato tutto senza skip, allora vi troverete nella summa del  loro pensiero: riff circolari che si dilatano e poi ritornano in sede, accelerano e rallentano per creare quel tribalismo ipnotico tanto caro a Lovecraft, e poi c’è la voce inumana che intona:

Into doctrines of the cosmos
Black hole portal consumes all light
Roam through black paths in your journey
… Deep within the macrocosm

Sotto tutto, c’è Incubus che procede ferale, incurante di tutti i riti cultisti praticati dal singer.
Tiri dritto e ti pigli male con Crepuscolar Battle Hymn o, almeno, così succede a me. Il respiro ti si setta sul ritmo della chitarra e ti ritrovi a barcollare ritmicamente in mezzo al bus – il che è cosa buona e giusta per Cthulhu, ma i passeggeri potrebbero non apprezzare il tuo tentativo di far piombare il loro squallido viaggio al lavoro nel baratro del tormento e della follia.
Forse Ominous Doctrines Of The Perpetual Mystical Macrocosm è un mezzo gradino sotto il successore Obscure Verse For The Multiverse, ma solo perché quest’ultimo è un LP talmente esatto da non lasciare scampo.
[Zeus]