A Perfect Circle – Eat The Elephant (2018)

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Per alcune mattine durante la settimana, mi alzo e prendo il treno per andare al lavoro. Non sempre, ma abbastanza da farmi soppesare i pro e i contro di questo mio nuovo modo di spostarmi verso il luogo in cui dovrei guadagnare dei soldi. Viaggiare in treno mi permette di staccare il cervello, di mettere in stand-by per x minuti la mia vita esterna e concentrarmi unicamente sullo spostamento. E, visto che abito in una provincia discretamente ricca, i treni attuali sono comodi e confortevoli e non assomigliano più a degli stronzi su ruota che puzzano di freni cotti e sudore marcio – i genitori degli attuali treni a breve percorrenza provinciale-regionale.
L’andamento del treno è costante, qualche accelerata e ben pochi rallentamenti, qualche pausa e alcuni scossoni, ma fondamentalmente il percorso del treno è quello: liscio, diritto e, seppur conosciuto a memoria, piacevole da fare.
Il nuovo disco degli A Perfect Circle ricalca, in buona parte, questo andamento. Parte con un sound che mi ha ricordato i Faith No More (Eat The Elephant) ma poi muta nella stessa canzone, pur facendoti capire che qua dentro non troverai nessun grido e nessuna profondità. Mediocritas latina, se vogliamo. I singoli mi avevano fatto ben sperare, almeno Disillusioned – che a me piace parecchio -, mentre il resto risente di un sentore eighties che è quasi troppo per i miei gusti musicali attuali. Quindi ecco le batterie grosse e riverberate (Get The Lead Out) o quel mix di sensazioni Puscifer-meets-Eighties-meets-Douglas Adams di So Long, And Thanks For All The Fish.
Quest’ultima è strana, ve lo dico: a priori non dovrebbe piacere, il sound, il testo o qualcosa non dovrebbe essere pane per i vostri/nostri denti, ma poi incominci a canticchiarla e non ti esce più dalla testa. Il che, al sottoscritto, da anche particolarmente fastidio, ma significa che la componente pop della canzone è talmente alto da essere al limite del perfetto (sentitevi il ritornello e capite cosa intendo).
Se proprio vogliamo le tracce “meno forti” del disco le troviamo in Feathers Hourglass, mentre l’ultima e già citata Get The Lead Out mi intriga per alcuni motivi che, adesso, non so ancora spiegare bene.
Gli A Perfect Circle, però, mi hanno abituato a qualche scossa e potevano inserire qualche emozione in più in questo disco. La levigatezza generale e i testi intelligenti sono elementi che ti fanno esclamare “complimenti!“, ma non ti fanno spellare le mani, non ti fanno risentire una The Noose o Judith/The Hollow un x-numero di volte perché ha quel non so che.
Eat The Elephant non può avere la carica di Mer De Noms o l’aura di Thirteen Step perché sono passati, rispettivamente, 18 e 15 anni dai due dischi. Non possiamo richiederlo a Howerdel e Keenan, perché ormai hanno 50 anni e tutto muta, tutto viene rielaborato in base a delle esperienze compiute nel corso degli anni.
Di certo non posso aspettarmi che il nuovo LP della band sia impattante come quello che li ha introdotti nel mercato discografico: non ne ha il carisma e non ha le stellette da poterselo permettere. Non è un dramma neanche questo, però.
Quindi cosa si può dire? Che Eat The Elephant è un buon disco e scorre bene, senza troppe altalene emotive e senza grandi strappi. Il nuovo LP è un disco nuovo, profondamente del nostro tempo e, nello stesso momento, retrò. Vista la descrizione, alcuni lo definirebbero “senza tempo”, io non mi spingerei così distante.
Questo è un disco degli A Perfect Circle nel 2018, li descrive alla perfezione per quello che sono ora e che hanno in mente di offrire al pubblico: cosa che va bene e che suona coerente alla loro storia.
Onestamente non potevo pretendere altro da una band come questa.
[Zeus]

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