Suicidal Tendencies – The Art Of Rebellion (1992)

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Mentre il popolo stava smaltendo la sbornia incredibile post-Black Album e post-esplosione del grunge, le band incomiciavano a fare i conti con il periodo più complicato della loro storia musicale. Le aspettative, adesso, non erano più quelle pre-1990, non c’era più l’underground che andava bene… adesso, dopo la svolta dei Metallica e l’arrivo (con conseguente deflagrazione) di una schiera di band underground, le case discografiche volevano il botto. Senza mezzi termini.
I Suicidal Tendencies, nel 1992, sono in preda ad un cambiamento iniziato con il precedente Lights…Camera…Revolution: l’arrivo di Trujillo al basso aveva portato un feeling funk che non poteva non emergere nel corso del songwriting e, fiutando il periodo, anche il resto della band ci si mette e immette nel sound della band americana scorie punk, alternative, progressive e, oddio (!), anche elementi pop.
Questo melting-pot di influenze crea un disco diverso da tutto quello che c’era prima e, come è logico che sia per un prodotto così particolare nella discografia di una band, da tutto quello che seguirà il 1992. The Art Of Rebellion è proprio questo, una mosca bianca, un disco che ho comprato a scatola chiusa (qualche anno dopo il 1992) e che non ho apprezzato molto. Non so quanto tempo ci ho messo a rimettermi tranquillo, con le cuffie nelle orecchie, a risentirmi Can’t Stop, Nobody Hear o We Call This Mutha Revenge. Non mi aspettavo un disco così e forse, al tempo, non ero pronto a questo genere di sonorità – cercavo altro.
Poi l’ho riascoltato, ovvio, e non mi sono pentito di aver acquistato il disco che ha contribuito a far conoscere al grande pubblico i Suicidal Tendencies e, ironicamente, li ha presi per mano e mandati a suicidarsi (lo split del 1995). Suicidio voluto da Mike Muir, infelice della popolarità (!) e desideroso di riportare la band nell’underground (!!). Cosa che poi è riuscito a fare con pazienza e costanza.
Quando li ho rivisti anni fa al festival di Radio Onda d’Urto, mi sono esaltato. La band spaccava e il groove che facevano uscire dalle casse era talmente poderoso che, in segno di rispetto per quello che avevo visto, mi sono comprato subito la maglietta. Un segno tangibile di riconoscenza e, forse lo ammetto adesso, un atto di scusa per aver sottovalutato per molti anni The Art Of Rebellion.
Non so se, adesso nel 2018, comprerei ancora questo disco a scatola chiusa. Il mondo gira veloce, i singoli si sentono ovunque, ci sono mille recensioni pre-pubblicazione e, forse, leggere tutti i generi che ci hanno piazzato dentro, senza sentirlo prima, mi avrebbe fatto storcere il naso.
Al tempo no, l’ho comprato per la copertina e perché erano i Suicidal Tendencies e tanto basta.
[Zeus]

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Non tutto il funk passa dai RHCP. Infectious Grooves – Groove Family Cyco (1994)

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Mentre molti degli/delle adolescenti si stava chiedendo che fine avesse fatto Kurt Cobain e il suo peregrinare extra-fatto e completamente rincoglionito per Seattle e i Red Hot Chili Peppers stavano per effettuare il primo grande cambio di sound, gli Infectious Grooves facevano uscire il loro terzo disco Groove Family Cyco.
Per chi non li conoscesse, gli Infectious Grooves sono un side-project di Mike Muir dei Suicidal Tendencies e, al tempo, di Robert Trujillo (adesso fermamente intenzionato a restarsene a vivere di cose belle con i Metallica). Non avevo sentito molto della band, forse qualcosina del primo disco (dicasi, avevo sentito Punk It Up per qualche motivo che non ricordo adesso), quindi non mi potevo certo definire un esperto della band di Muir e, men che meno, di funk-metal; quello che però potevo fare era cercare, qua e là, se c’era un loro CD a prezzo-merda, così da potermi sentire con calma il disco e avere idea di cosa facessero “nel complesso”. Risultati immagini per lettore cd portatile 1999
Satana, che tutti accusano di non fare mai i coperti, però mi vuole bene e quindi mi fa trovare Groove Family Cyco ad un prezzo al limite del ridicolo. Prendo il CD ringraziando il Grande Capro e lo metto nel lettore CD.
Per chi fosse nato nel tempo delle grandi rivoluzioni tecnologiche, il lettore CD è questa struttura qua di fianco.
Portarsi appresso questo pezzo di plastica era complicato e, a guardare indietro, capisci perché al tempo c’era uno spopolamento dei merdosissimi marsupi. Comunque sia, il CD finisce nel lettore e mi parte Violent & Funky. Non c’è molto da dire su una canzone che mantiene esattamente quello promette nel titolo: funkettone, hard rock e metal mescolati con un briciolo di vaga follia.
Toccato questo range di sonorità, l’ascoltatore medio dei RHCP abiurava il suo credo per la band californiana e si convertiva al credo di questa band di Venice – California.
Perché il funk furoreggia e la voce di Muir fa da ponte fra chi ama i Suicidal Tendencies e vuole prendersi una vacanza dal loro thrash e chi arriva da altre latitudini sonore e vuole qualcosa che non sappia “di pappa pronta e riscaldata”.
Gli Infectious Grooves, pur non rientrando nei miei ascolti quotidiani, non mi annoiano come i Rage Against The Machine o non mi hanno deluso come i RHCP post-Blood Sugar Sex Magik (disco che mi piace). Questo, per me, è una grande cosa: sono un gruppo con pochi fronzoli e molto sound e, quando partono, hanno un ritmo micidiale – complice ovviamente una sezione ritmica che padroneggia in maniera perfetta il verbo musicale del funk (e del metal).
Strano a ripensarci, non avevo sentito questo CD da epoche storiche (l’ho lasciato a casa dei miei perché a casa mia non ci entrava più niente) e adesso che sto sfruttando YouTube mi dico: era un’epoca passata, ma il sound è ancora quello che ti fa venir voglia di bermuda, canottiere XL (possibilmente di qualche squadra di basket NBA), calzettone bianco alto, Converse e una birra fredda in mano.
[Zeus]

Amorphis – Queen Of Time (2018)

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Questa è la recensione più difficile da molto tempo a questa parte, vuoi te perché gli Amorphis sono una band che adoro, vuoi perché la recensione dell’ultimo disco l’ho scritta sul sentimento del momento – sentimento che poi mi sono rimangiato, considerando Under The Red Cloud un buon compendio di quello che la band finnica può offrire al pubblico nuovo (soprattutto) e vecchio.
Voglio evitare l’errore di acclamare/stroncare questo Queen Of Time, per poi trovarmi ad abiurare quello che ho scritto e scartare tutto.
Gli Amorphis, vecchi furboni, hanno fatto uscire due singoli per preparare la truppa al nuovo LP in studio e, quindi, hanno piazzato prima The Bee e poi Wrong Direction. La prima continuo a reputarla la miglior canzone del disco, mentre la seconda ha un qualcosa di particolarmente moscio, che non riesce a prenderti – forse per l’eccessiva pulizia/debolezza del songwriting, ma qualcosa non funziona al 100%.
Il resto del disco si posiziona esattamente nel mezzo di questo spettro: le parti death, seppur pulite e levigate, esplodono grazie ad una produzione luccicante, così come i momenti, abbondanti, in cui gli Amorphis scartano dal loro folk/death metal ed entrano a piè pari in un mondo fatto di commistione fra accenni hard rock, progressive ed ampie spruzzate di gothic raffinato. Se vogliamo essere sinceri, questa mistura non è niente di nuovo, essendo un mix che Esa&Co. ci stanno proponendo senza sosta dal 2006 con Eclipse. Squadra che vince non cambia, dicono i fanatici dello sport, ma in ambito musicale questa “illuminata stagnazione” cozza leggermente con il nome stesso della band. Sottigliezze e pippe mentali del sottoscritto, ma è un punto che mi sento di sottolineare.
Già con il precedente Under The Red Cloud il comparto guest era ricco, ma in questo Queen Of Time si sfocia nella compagnia teatrale. La quantità di persone che hanno prestato voce/strumento o altro è enorme e il prodotto finale è estremamente ricco di particolarità (sentite, ad esempio, The Golden Elk. La canzone rischia pericolosamente di allontanarsi dalla raffinatezza degli Amorphis più gothic-folk per gettarsi a capofitto in un territorio in cui c’è troppo da masticare).
Personalmente non  trovo affascinanti i chorus che, in Message In The Amber, arrivano quasi al Dimmu Borgismo.
Detto di Wrong Direction, il disco riparte da Heart Of The Giant per accompagnarci nella parte finale del disco. Le poche comparsate dei guest rendono il brano meno pesante e quindi la formula Amorphis funziona meglio, anche se ritornano i ripescaggi di soluzioni azzeccate una volta (vedi il simil-rappato in Death Of A King ripreso anche su questa canzone).
Quello che io am(av)o degli Amorphis, era la loro capacità di creare atmosfere epiche e paesaggi mentali senza dover per forza usufruire di mille ammennicoli e 50.000 guest star: i finnici avevano i riff, le canzoni e le tastiere e tanto bastava (discorso che posso continuare a fare con i Rotting Christ – ci mettono dentro guest vocals, ma il fulcro del brano rimane sempre l’epicità con poche azzeccate soluzioni). Da un po’ di tempo a questa parte, Santeri Kallio e Esa Holopainen (i due principali compositori del gruppo) hanno puntato troppo sul resto mantenendo ferma la struttura della canzone. Sicuramente è uno degli espedienti corretti, ma all’ascolto si viene dapprima deliziati dalla marea di particolari che ci sono dentro la canzone, finché non si incomincia a desiderare di meno e si vuole che l’epico e l’atmosfera te la crei un accordion o un sitar elettrico e stop.
Altro punto dubbioso, insieme a Wrong Direction, è Among The Stars. Questo brano, pur facendo leva sul mio innato amore verso Anneke Van Giersbergen – cosa che mi fa sempre brillare l’occhio e addolcire il voto -, non è altro che un gothic-pop-metal targato Nuclear Blast che strizza l’occhio alla radio e, a mio parere, lo classifica fra le peggiori canzoni di Queen Of Time.

C’è un punto vagamente ironico in questa recensione: ho sentito la versione deluxe e le due canzoni inserite come bonus tracks sono più interessanti di alcune di quelle presenti sulla versione base – meglio di Wrong Direction Among The Stars senza ombra di dubbio.
[Zeus]

Un tocco di dolore con Turn Loose The Swans dei My Dying Bride (1993)

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C’è stato un momento che non riuscivo ad ascoltare altro che doom-death metal lento, ossessivo, agonizzante e quanto mai depresso. Ad un certo punto, in qualche pomeriggio assolato, mi sono trovato ad ascoltare My Dying Bride, Shape Of Dispair, Thergothon e altri. Quando sono partite le ultime note di una queste band sopracitate, ho capito che ancora un po’ e mi trovavano a vagare per le vie della città con tuniche scure, mantelli dello stesso tenebroso colore e cilindri ottocenteschi. Come passatempo mi sarei trovato quello di ripercorrere le gesta di Jack Lo Squartatore.
Preso atto del terribile stato in cui ero riverso, ho spento il Pc e sono uscito di casa.
Questo è il vero scopo del doom-death (o funeral se vogliamo): farti passare la voglia di vivere nella società.
I My Dying Bride dell’epoca, ma ancora adesso anche se non li seguo praticamente più, erano dediti a questa mirabile forma di misantropia dolorosa, dolente e romantica. Come è logico immaginare, il romanticismo di cui si nutre Stainthorpe è quello decadente e con nessun lieto fine. Stiamo entrando a pié pari nel territorio gotico ed è così che può essere descritto Turn Loose The Swans: gotico, con le radici del death metal e nel doom.
Se vogliamo, nell’insieme di un disco che funziona sotto molti punti di vista, uno degli elementi che risaltano è il violino di Powell – per me l’elemento che trasporta i My Dying Bride di questo disco in un’atmosfera diversa, qualcosa che funziona allora (e stiamo parlando del 1993) come adesso, 25 anni dopo. Devo ammettere una cosa, se penso ad uno dei tratti caratteristici dei MDB che più mi prendono è proprio quel violino. Ci sono elementi così in una band, parti che riescono ad imprimersi nella memoria perché o diverse o, come il sax/l’accordion/sitar negli Amorphis, talmente particolari nel contesto che risaltano e te le fanno apprezzare.
Non penso sia necessario dire che i MDB, e con essi il qui presente Turn Loose The Swans, sono fatti per le serene giornate primaverili. La band inglese è l’essenza della nebbia, della disperazione e quel sentimento miserevole che ti si appiccica sulla pelle. Vanno ascoltati con cura, così da evitare di trasformarsi in un folle proto-serial killer londinese per le vie della propria città.
[Zeus]

 

Il resto mancia # 1

Visto che di questi due dischi ho poco da dire e ancora meno battute da fare, gli accomuno in un grande contenitore e via con uno spezzatino misto. Perché questo è il fondamento dello spezzatino o di tutti quei prodotti “poveri” nati dalla tradizione popolare: mettere sul fuoco una pentola, buttarci dentro un po’ di verdure per fare il soffritto e poi incominciare a versarci dentro della carne. Tagli non pregiati, sia chiaro, perché nel caso dello spezzatino o della cottura in padella (brasati etc) è la lentezza che fornisce quel qualcosa in più che li rende teneri e succosi. Mettersi a cuocere in maniera brutale un taglio molto innervato, non fa altro che renderlo duro e non permette ai legamenti, tendini etc di sciogliersi e formare una pappa molliccia che poi irrorerà di gusto il muscolo. A saperci fare con i tagli poveri, lasciati in disparte dagli amanti del filettino e dei pezzi pregiati, si riescono a ricavare delle prelibatezze che non hanno niente da invidiare ai piatti fatti con selezioni più “di rango”. La questione, come detto in precedenza, è tutta una questione di somme: carne + liquido + calore + pentola + tempo.
Non mi piace buttare via niente, ma mi pare brutto dedicare troppo spazio a due dischi che non mi ricordo molto e che mi hanno influenzato solo in maniera “tangente”, quindi molto molto di striscio e unicamente perché, come dicevano i latini e poi hanno ripreso anche i Dark Funeral, repetita iuvant. E io, certe canzoni di Fallen degli Evanescence e di Americana degli Offspring le ho sentite talmente tante volte su Music Box da farmi cadere dalla sedia.
Risultati immagini per offspring americanaPretty Fly (for a white guy) degli Offspring la si sentiva in maniera continuativa e, mi stupisco ancora adesso, riesco a ricordarmi il motivetto e mezzo video – e sono circa 20 anni che non ascolto più quella canzone. Forse l’ho sentita in radio, ma dubito che fosse un programma recente. Gli Offspring erano abbastanza in in quel periodo, forse anche per il revival del punk rock melodico o perché era giusto così, anche loro dovevano avere lo “smash hit” e l’hanno avuto. Più di questo, e di qualche altra canzone, non mi ricordo. Mi dispiace. Ho rimosso così tanti brani dal mio cervello che, adesso, mi ritrovo spesso e volentieri a non ricordarmi le cose. O, forse, è che il punk e il punk rock non mi hanno mai preso troppo, se non nella forma dei Social Distortion e, sentiti questi, mi sono detto: per me va bene, Mike Ness&Co. mi piacciono e questo genere di punk rock melodico, così influenzato dal rock e dal rockabilly, mi sta bene (tanto che ho tutti i dischi della band di Ness).

Gli Evanescence del 2003, invece, sono dall’altro lato dello spettro. Anche loro eranoRisultati immagini per evanescence fallen sempre presenti su MusicBox e, logico, con due canzoni: Bring Me To Life e My Immortal. La prima era un mischione che univa i rigurgiti gothic di Amy Lee con le parti nu metal di Ben Moody creando quello che poi è diventato un grande inno delle adolescenti gothic-eggianti del periodo; la seconda, My Immortal, garantiva fiumi di lacrime et altro da parte delle suddette signorine. Questa seconda canzone è una ballatona strappamutande che ti può piacere se hai 15 anni e, in qualche modo, hai il malessere esistenziale di 15enne.
Forse mi è uscita male, visto che ascolto musica disagiata da troppo tempo.
My Immortal è melensa, melodica, ballatona che prende e fa sognare le ragazzine che, pur cercando il principe azzurro, in verità vorrebbero essere schiaffeggiate sul culo dal tamarro grizzly che le tratta male ma che, in lui, vedono qualcuno da redimere.
Non so se ci ho azzeccato nella descrizione, ma facciamo che dico il giusto visto che qua, in TMI, governo con pugno di ferro e testa di legno.
Dopo questo disco ne hanno fatti altri, che ho tutti su Pc non per merito mio sia chiaro, ma ci hanno messo circa 3 anni per riprendersi dalla sbornia del successo. Tre lunghi anni in cui ci hanno piazzato dentro singoli, dischi dal vivo e anche una separazione artistica fra Amy Lee (generale dell’armata Evanescence) e Ben Moody (luogotenente della stessa), con il risultato che Amy Lee ha continuato con la band (con cui ha fatto uscire dischi con risultati commerciali ben lontani da Fallen) e il buon Moody è finito in un mezzo dimenticatoio. In fin dei conti, povero Moody, non era altro che il chitarrista della band.
[Zeus]

Gli ometti verdi. Hypocrisy – The Final Chapter (1997)

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Mentre il mondo si sfasciava le cornee cercando di seguire gli eventi contenuti in  X Files e/o cercava di sopravvivere all’invasione di una corrente americana di rockettino all’acqua di rose (vedasi i Third Eye Blind per illustri paragoni-  gruppo che molti dei miei compagni di scuola apprezzavano e utilizzavano per sentirsi come i tizi delle serie USA sui giovani biricchini), Peter Tägtgren e gli Hypocrisy se ne uscivano con The Final Chapter. Potete leggerlo ovunque, e se non siete proprio lenti di comprendonio riuscite a capirlo anche dal titolo, The Final Chapter doveva essere il “ciao e saluti a casa” del trio svedese. I fan sono insorti e così, a distanza di più di vent’anni, siamo ancora capaci di trovarci gli Hypocrisy sul palco.
Potere al popolo, giusto?
Dentro questo disco ci sono alcune canzoni che, ancora oggi, mi fanno impazzire (A Coming Race, Adjusting The Sun, The Final Chapter giusto per dirne alcune) – risentite nel live a Sofia mi hanno scaldato il cuore. Perchè è proprio quello il momento in cui si sente se un brano ha quel qualcosa in più, quel quid che ti sfracella la faccia durante un concerto. Se dal vivo risulta floscio come il cazzo di un vecchio, allora possiamo mettere la mano sul fuoco che la potenza che si sentiva su disco era tutta merito del chirurgo dietro il mixer.
The Final Chapter è bello incazzato e lo mette subito in chiaro con Inseminated Adoption, brano che scorre alla grande in un torrente di furente death metal. Genere, questo, che si mischia alla grande con le paranoie extraterrestri, l’ufologia spinta, i misteri che “Voyager spostati” e tutto un mix di passioni per territori lontani nascosti dietro le sopracciglia di Peter Tägtgren.
Quello che mi piace è che The Final Chapter non fa prigionieri, prosegue ferale fino alla fine e non si limita al compitino di sfornare solo mid-tempo (cosa che, in certi momenti successivi, il buon Peter ha pensato fosse il modo giusto per valorizzare la sua creatura). Ci sono episodi “più tranquilli” (tipo Inquire Whitin con l’intro simil-Sitar o il nuovo vestito di Request Denied), ma quello che si ricava dall’ascolto è che in questo LP gli svedesi pestano, accellerano e le chitarre fischiano di goduria – Through The Window Of Time – mentre ci si lancia dietro all’ennesima scoperta fantascientifica.

A mio parere, non serve che aggiungo altro per un disco del 1997.
Mettere altre parole sarebbe inconcludente, soprattutto perché stiamo parlando di un disco che doveva chiudere l’avventura degli Hypocrisy e, invece, ne ha prolungato la vita di oltre vent’anni.
Non male, no?
[Zeus]

Polonia again. Odraza – Esperalem tkane (2014)

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Gli Odraza, da Cracow, hanno fatto uscire un disco (questo Esperalem tkane) e poi un live di una traccia (Kir) e sono striciati di nuovo nell’oscurità dei Massemord da dove provengono sia Priest che Stawrogin. Cosa ne ricaviamo? Che gli Odraza sono un progettino tanto per fare, al cazzeggio e discount?
In realtà no. Gli Odraza arrivano, mettono insieme sette tracce (sei più una strumentale), e colpiscono con un mix stranissimo di raw black metal, quel post-black metal tanto in voga nelle nuove leve polacche e, vorrei sottilinearlo, con incursioni frenquenti nel blues e nel jazz americano.
Avete letto bene: una band di black metal che non si limita ad inserire un banjio in una canzone (peraltro per pochi minuti), ma mescola parti di black metal intransigente o commistionato con caustiche venature hardcore/punk con le assolate sonorità americane. Giusto per darvi un’idea, buttate un’occhio a Tam, gdzie nas nie spotkamy e venite voi a capo di un nuovo genere musicale che potrebbe essere il country-post black metal? Che cazzo ne so io.
Probabilmente questa varietà assurda di cose che ci mettono dentro è il loro punto di forza e, per i puristi del genere, il loro più grande peccato originale. I secondi, ve lo dico con il cuore, non si dovrebbero avvicinare a questo LP, non lo apprezzerebbero e non troverebbero quelle insane vibrazioni d’odio assoluto che cercano.
Ma…
Sì, c’è un ma. Perché un conto è la musica, un conto è riuscire ad abbinarci dei testi marci, depressi e misantropi (non per niente, Odraza significa disgusto in polacco) che ne veicolino il messaggio in maniera rotonda. Sia chiaro, per capirci qualcosa dei testi mi sono dovuto affidare all’inaffidabile Google Translate, ma un senso generale della sporcizia e disillusione dei testi me l’ha data.
Debutto forte, coraggioso oserei dire, quello dei polacchi. Non essendo una band alle prime armi, aveva dalla sua esperienza e abilità di songwriting che molti newcomers non maneggiano con cura, ma l’arroganza di fondere due generi/tradizioni musicali così distanti in un disco black metal è stata un’intuizione interessante; farle coesistere in maniera decente è stato un plus che il sottoscritto non può ignorare.

Aspetto il nuovo disco, giusto per vedere se quello che ci hanno proposto in questo LP di debutto era un fuoco di paglia o la volontà di sperimentare, ben presente nel retroterra polacco moderno, è un gene che gli Odraza si portano dietro come vessillo.
Staremo a vedere.

Per la barba di Odino. Amon Amarth – Once Sent From The Golden Hall (1998)

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Prima di riciclarsi all’infinito, prima di tutto quindi, gli Amon Amarth hanno fatto uscire questo disco: Once Sent From The Golden Hall. Riconosciuto unanimemente come il loro miglior disco (!?), per me è quello che più rappresenta la band nella sua forma iniziale: un branco di svedesi alcolizzati che giocano con il death metal e con l’immaginario vichingo. E lo dico con tutto il rispetto possibile, i recenti sviluppi della loro forma comunicativa – dicasi le aggiunte di gadget, navi vichinghe, rappresentazioni sul palco… – sono solo fumo negli occhi, paccottaglia che serve a vendere un prodotto che si sta tirando avanti e, per qualcuno, alle lunghe.
Il problema, secondo me, non è neanche nella riproposizione della stessa canzone (lungi da me), ma è proprio il fatto che Johan Hegg ha incominciato a crederci di essere un vichingo. Questo è il dramma totale: un conto è farsi due risate, mettersi nei panni dei normanni invasori e fare un degheio totale palco; un conto è credersi vichinghi. Vorrei aggiungere, a scanso di equivoci, che la mia tirata è anche contro chi crede gli Amon Amarth come degli emissari dei vichinghi.
Once Sent From The Golden Hall è ancora acerbo, inizia forte e ci mette tutta la carica e la grinta di una band che sta pubblicando il primo LP dopo 5 anni dalla sua fondazione. Questo disco, rispetto a quelli successivi che incominciano a fossilizzarsi su un certo tipo di format, ha ancora una vena death metal che ribolle e, di conseguenza, il ritmo e l’esuberanza del disco ne risentono.
Non ho molto da aggiungere sul primo della band svedese, vi giuro. Non è che lo ascolto moltissimo e, pur piacendomi il suo essere death metal, quando mi capita di riascoltarli li prendo nella versione più melodica, giusto da fornirmi una buona soundtrack mentre faccio i lavori in casa.
E sì che visti dal vivo ci sanno fare a tenere il palco, il problema è tutto nella qualità dei dischi che stanno facendo uscire da oltre un decennio.

Orange Goblin – Back From The Abyss (2014)

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L’anno scorso ho fatto uscire un articolo dedicato al ventennale di Frequencies from Planet Ten e, visto che domani, il 15.06, esce il prossimo disco (The Wolf Bites Back), direi che è ora e tempo di dare una rinfrescata all’ultimo LP in studio degli inglesi. Presentare il loro sound o quello che hanno fatto negli ultimi 20 anni, direi che è stupido e, per voi che leggete, noioso, quindi non lo farò.
Back From The Abyss vi offre esattamente quello che vi aspettate dalla band di Ward&Co: quindi groove a badilate, suoni caldi, ottime melodie e la giusta dose di aggressività (ma senza snaturne il sound originale e trasformare gli Orange Goblin in un gruppo sludge come gli Iron Monkey).

Mi permetto di divagare, ma solo perché ci sta con la musica che amiamo.
Mentre stavo riprendendo in mano questo disco per recensirlo, mi sono domandato come mai la mia memoria mi diceva “sto disco spacca, ha un groove eccezionale”, mentre il mio udito sentiva un suono loffio e inconcludente. Questo pensiero l’ho tenuto per qualche ascolto, poi ho capito che stavo sentendo il CD a volume merda e non andava. Back From The Abyss ha bisogno di volume per esprimersi, ha la necessità di ricevere Watt per potersi esprimere come vuole, in caso contrario vi sembrerà di guidare una Ferrari a 30Km all’ora e con la paura dei vigili sdraiati. B.F.T.A è un disco che deve essere messo nel lettore della macchina e va sentito a volume spropositato.

Ci sono dischi che a basse temperature non funzionano e questo è uno di quelli. Non puoi goderti gli Orange Goblin come se fossi al Buddha Bar, è una bestialità che potrebbero concepire solo quelli che credono alle scie chimiche. L’affermazione ha un senso perché Back From The Abyss beve dalla fonte del Dio con i baffi e lo fa con rispetto, sia quando mastica le imponenti note sabbathiane, sia quando getta nella mischia svaghi psichedelici o carbura il motore musicale con vaghi sentori Motorheadiani. Quello che però rimane immutabile è il tiro che hanno le canzoni e la voce di Ben Ward (sono giorni che non riesco a togliermi di testa la melodia vocale di Heavy Lies The Crown).
Se vogliamo aggiungere una nota di colore, ci sono rimandi incrociati per tutto il corso dell’LP e l’atmosfera Lovecraftiana è sottocutanea e molto, molto, azzeccata.
13 tracce in totale, di cui due strumentali (fra cui la chiusura The Shadow Over Innsmouth), sono la quantità giusta: tredici tracce mettono in mostra tutto quello che c’è da sapere e non arrivi alla fine del disco con il fiatone.
Mentre finisco questa recensione, ascolto Sabbath Hex e canticchio Do What Thou Wilt… e, chissà per quale motivo, tutto ha un senso.
[Zeus]

La noia mortale. Korn – Follow The Leader (1998)

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Nel torbido 1998, per chi non aveva MTV, c’erano ben poche possibilità di vedere musica diversa da quella proposta dalle radio/televisioni commerciali. Io, ovviamente, ero in una conca fetida che non mi faceva prendere MTV neanche a tirar giù cristi, quindi avevo televisioni come All Music, VideoMusic, Music Box etc che sparavano video musicali a caso (dicasi 300.000 di Mr. Manson, The Unforvigen II dei Metallica etc etc) e nessuna vera, grande novità. Ormai non riesco a risentire The Unforgiven II senza che mi venga un coccolone al ricordo delle superiori.
Uno dei video che girava, sporadico, era quello dei KORN e, per la precisione Freak On The Leash. Una, due, tre volte e ancora. La programmazione sembrava essersi sintonizzata su questi brani e non accennava a smettere – e io, da completo rincoglionito, non mi sono staccato da quella televisione.
Il problema è che i Korn, a me, non sono mai piaciuti particolarmente. Non mi hanno mai attratto e così anche il fenomeno del nu metal (o come cazzo si chiama in realtà). Non mi piace il rap e il ghetto style, quindi se lo mescolate al metal non elevate il genere musica suddetto, ma mi abbassate lo stimolo di liberazione che mi fornisce il metallo pesante. Ve lo dico conscio del fatto che anche i Black Sabbath hanno piazzato un pezzo rappato nel loro ultimo, drastico, disco.
I Korn rappresentano tutto questo: ritmiche percussive, vocals mezzo torturate-mezzo rappate e tutto l’insieme che, sul finire degli anni ’90, tiranneggiava nei negozi musicali e su certe radio.
Quando li ho visti dal vivo al Gods Of Metal, c’è da sorbirsi di tutto in questi festival, ho preferito sedermi nell’erba a mangiarmi un panino con la salamazza piuttosto che sorbirmi un’ora di concerto. Bisogna dare delle priorità nella vita.
Detto questo, però, bisogna anche ammettere che Freak On The Leash deve aver cambiato l’opinione di molta gente nei confronti del metal e/o aver avvicinato molti giovani alla musica del demonio. Questo non è un fattore secondario, intendiamoci. Anzi, posso persino dare il mio importantissimo sigillo di bontà se, dopo aver ascoltato Freak On The Leash, i giovani di cui sopra sono passati ad altro.
Perché, e qui lo dico e NON lo nego, da qualche parte bisogna pur partire
[Zeus]