Eliminare l’imbarazzo del mullet con i Rammstein: Herzeleid (1995)

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Non è la prima volta che parlo dei Rammstein su questo blog, l’ultima occasione era per festeggiare il ventennale di Sehnsucht. Visto che non sono certo del 2025, potrebbe essere un’abile mossa di marketing delle corporazioni mondiali per farci credere ad un futuro, mi getto a parlare (a vanvera) di questo disco, il primo dei Rammstein.
Se ci penso adesso, a distanza di così tanto tempo, mi accorgo che nella mia formazione si sono scontrate due visioni del mondo tedesco: quella reale di tutti i giorni e quella artefatta dalla visione di film, pellicole e VHS compromettenti.
La prima mi dipingeva un mondo in cui mi sono sempre trovato, fra alti e bassi fisiologici, bene; la seconda, invece, descriveva una realtà parallela in cui l’alta presenza di baffi (caratteristica tipo del tedesco medio degli anni 80) e di mullet orribili mi causava degli orribili sensi di colpa. Lo scontro fra queste due idee di mondo tetesko sono state sublimate in modo molto netto con l’arrivo dei Rammstein (e altre considerazioni, logico, ma visto che siamo un blog di musica e non la Posta del Cuore, direi che parlo di musica e non dei cazzi e mazzi della mia Provincia).
Sia chiaro, non erano il primo gruppo todesco (scritto così) a far breccia nel mercato, i grandi del thrash teutonico e il power metal avevano già ampiamente spianato la strada e reso colline le panze; ma i Rammstein hanno mischiato l’industrial e quella componente da il più brutto club di Berlino finendo per tirar fuori il cilindro dal coniglio con il termine tanzmetal.
E vi posso assicurare che è un assunto provato e testato dall’Univerità di Stoccolma, quando mischi un genere (a caso) alla dance/techno, il mondo teutonico si esalta a livelli che neanche… vabbeh, non riesco a trovare paragoni calzanti.
Herzeleid è marziale, procede diretto come un tank e ha il beat, necessario come l’ossigeno per un gruppo come il loro. Poche melodie, ma buone. Nessun imbarazzante mullet sulla copertina e neanche altre riprovevoli trovate del mondo dello stinco e della birra. Lindemann, al tempo, scriveva meglio di quanto cantava – cosa che si capisce in circa 2 secondi netti, visto che declama e parla più di cantare nel vero senso della parola.
All’inizio, Herzeleid non mi piaceva troppo e lo relegavo in seconda schiera insieme a Rosenrot, poi ho incominciato a capirlo. Ascoltarlo veramente e capirlo.
Ho compreso che lo scarno era buono, il tunz-unz che faceva “ciao ciao” da dietro i riff quadrati e la batteria marziale era interessante e così ho abbracciato in maniera netta la mia componente teutonica acquisita per osmosi. Era il 1997 ed era appena uscito Sehnsucht e io, giovane altoatesino in terra altoatesina, avevo incontrato la band che mi aveva fatto ritrovare la fede nel Sacro Romano Impero e nella Germania in generale. C’era anche Falco, ma questa è una questione di trashosità insita negli ascolti quotidiani dell’epoca.

Ps: vaffanculo, Der Kommissar mi fa sbellicare e, ancora oggi, quando parte non cambio mai, e dico mai, canale.