L’ultima cena prima dell’ultima cena: Black Sabbath – Reunion (1998)

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Non penso sia necessario spiegare al mondo quanto i Black Sabbath abbiano dato al sottoscritto. Se dovessi dire quale gruppo mi ha cambiato profondamente, solo uno, direi Black Sabbath e non tornerei sulla mia posizione.
Il tira e molla con Ozzy, ancora oggi la miglior incarnazione dei Sabbath (almeno nei primi cinque dischi), durava ormai da troppo tempo; si sapeva che ad un certo punto lo storico monicker sarebbe ricomparso su un disco ufficiale e non solo nei concerti dell’Ozzfest. L’occasione è proprio quella di Reunion, tour con la formazione storica – con tanto di Vinny Appice in versione “ruota di scorta” – e celebrativo di una carriera lunga 30 lunghi anni. Come tutti i live con Ozzy, non c’è spazio per niente oltre al parto discografico dei primi sette LP. Dopo Never Say Die!, per il Madman, c’è l’hic sunt leones.
Quindi Reunion è un best of, con grandissimi brani e un recupero azzeccato (Dirty Women), i suoni sono spaventosi, metallici e possenti, talmente tanto che ogni volta che li sento mi sembra siano artefatti all’inverosimile.

Nota a margine: io non so se è un problema del mio doppio CD o è generalizzato (ho sentito qualche brano in mp3 e/o youtube), ma il suono è completamente sballato e quasi mono invece che stereo.

Non mi viene in mente niente da aggiungere a quanto è stato detto nel passato.
Non mi sento di parlare della capacità vocale di Ozzy e del fatto che spara fuori più “fuck” che note o della sua capacità di creare un’atmosfera incredibile con quel coro che mima la chitarra su War Pigs.  Non sapete quante volte mi sono trovato a cantare da solo, come uno scemo qualsiasi, immaginandomi davanti al quartetto di Birmingham. Quando poi è avvenuto a Verona, seppur in versione terzetto, quel coro unanime, sentito, bellissimo, mi ha scaldato il cuore in maniera indecorosa per essere un brutto metallaro. Mi ha fatto sentire dentro una comunità, una grande famiglia che cantava insieme al papà Ozzy e la banda. Fossi stato meno sobrio, probabilmente due lacrime le avrei lasciate sulla calda pietra dell’Arena.
Perché voi non sapete cosa significa sentire il cuore che scoppia mentre parte Into The Void o l’emozione che ti prende il corpo appena parte il riff immortale di Paranoid. Non lo sapete.

Per aggiungere un po’ di merceria al Cd, la band ha inserito anche due prove in studio: le prime da Never Say Die!. Psycho Man e Selling My Soul sono due tentativi di trovare di nuovo il sound sabbathiano ma non riescono a venirne fuori alla grande. Sono due prove ma non è c’è niente dell’imponenza espressa in 13. Io la dico, poi potete anche sputarmi addosso: son contento che ci abbiano provato e “fallito”; sono contento di aver aspettato altri anni prima di risentire i Black Sabbath in studio perché con 13 ho avuto la possibilità di salutare una band in salute e non un gruppo che, per monetizzare, tira fuori il CD paraculo e arraffasoldi.
[Zeus]

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