Orange Goblin – Back From The Abyss (2014)

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L’anno scorso ho fatto uscire un articolo dedicato al ventennale di Frequencies from Planet Ten e, visto che domani, il 15.06, esce il prossimo disco (The Wolf Bites Back), direi che è ora e tempo di dare una rinfrescata all’ultimo LP in studio degli inglesi. Presentare il loro sound o quello che hanno fatto negli ultimi 20 anni, direi che è stupido e, per voi che leggete, noioso, quindi non lo farò.
Back From The Abyss vi offre esattamente quello che vi aspettate dalla band di Ward&Co: quindi groove a badilate, suoni caldi, ottime melodie e la giusta dose di aggressività (ma senza snaturne il sound originale e trasformare gli Orange Goblin in un gruppo sludge come gli Iron Monkey).

Mi permetto di divagare, ma solo perché ci sta con la musica che amiamo.
Mentre stavo riprendendo in mano questo disco per recensirlo, mi sono domandato come mai la mia memoria mi diceva “sto disco spacca, ha un groove eccezionale”, mentre il mio udito sentiva un suono loffio e inconcludente. Questo pensiero l’ho tenuto per qualche ascolto, poi ho capito che stavo sentendo il CD a volume merda e non andava. Back From The Abyss ha bisogno di volume per esprimersi, ha la necessità di ricevere Watt per potersi esprimere come vuole, in caso contrario vi sembrerà di guidare una Ferrari a 30Km all’ora e con la paura dei vigili sdraiati. B.F.T.A è un disco che deve essere messo nel lettore della macchina e va sentito a volume spropositato.

Ci sono dischi che a basse temperature non funzionano e questo è uno di quelli. Non puoi goderti gli Orange Goblin come se fossi al Buddha Bar, è una bestialità che potrebbero concepire solo quelli che credono alle scie chimiche. L’affermazione ha un senso perché Back From The Abyss beve dalla fonte del Dio con i baffi e lo fa con rispetto, sia quando mastica le imponenti note sabbathiane, sia quando getta nella mischia svaghi psichedelici o carbura il motore musicale con vaghi sentori Motorheadiani. Quello che però rimane immutabile è il tiro che hanno le canzoni e la voce di Ben Ward (sono giorni che non riesco a togliermi di testa la melodia vocale di Heavy Lies The Crown).
Se vogliamo aggiungere una nota di colore, ci sono rimandi incrociati per tutto il corso dell’LP e l’atmosfera Lovecraftiana è sottocutanea e molto, molto, azzeccata.
13 tracce in totale, di cui due strumentali (fra cui la chiusura The Shadow Over Innsmouth), sono la quantità giusta: tredici tracce mettono in mostra tutto quello che c’è da sapere e non arrivi alla fine del disco con il fiatone.
Mentre finisco questa recensione, ascolto Sabbath Hex e canticchio Do What Thou Wilt… e, chissà per quale motivo, tutto ha un senso.
[Zeus]

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