Per la barba di Odino. Amon Amarth – Once Sent From The Golden Hall (1998)

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Prima di riciclarsi all’infinito, prima di tutto quindi, gli Amon Amarth hanno fatto uscire questo disco: Once Sent From The Golden Hall. Riconosciuto unanimemente come il loro miglior disco (!?), per me è quello che più rappresenta la band nella sua forma iniziale: un branco di svedesi alcolizzati che giocano con il death metal e con l’immaginario vichingo. E lo dico con tutto il rispetto possibile, i recenti sviluppi della loro forma comunicativa – dicasi le aggiunte di gadget, navi vichinghe, rappresentazioni sul palco… – sono solo fumo negli occhi, paccottaglia che serve a vendere un prodotto che si sta tirando avanti e, per qualcuno, alle lunghe.
Il problema, secondo me, non è neanche nella riproposizione della stessa canzone (lungi da me), ma è proprio il fatto che Johan Hegg ha incominciato a crederci di essere un vichingo. Questo è il dramma totale: un conto è farsi due risate, mettersi nei panni dei normanni invasori e fare un degheio totale palco; un conto è credersi vichinghi. Vorrei aggiungere, a scanso di equivoci, che la mia tirata è anche contro chi crede gli Amon Amarth come degli emissari dei vichinghi.
Once Sent From The Golden Hall è ancora acerbo, inizia forte e ci mette tutta la carica e la grinta di una band che sta pubblicando il primo LP dopo 5 anni dalla sua fondazione. Questo disco, rispetto a quelli successivi che incominciano a fossilizzarsi su un certo tipo di format, ha ancora una vena death metal che ribolle e, di conseguenza, il ritmo e l’esuberanza del disco ne risentono.
Non ho molto da aggiungere sul primo della band svedese, vi giuro. Non è che lo ascolto moltissimo e, pur piacendomi il suo essere death metal, quando mi capita di riascoltarli li prendo nella versione più melodica, giusto da fornirmi una buona soundtrack mentre faccio i lavori in casa.
E sì che visti dal vivo ci sanno fare a tenere il palco, il problema è tutto nella qualità dei dischi che stanno facendo uscire da oltre un decennio.

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