Gli ometti verdi. Hypocrisy – The Final Chapter (1997)

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Mentre il mondo si sfasciava le cornee cercando di seguire gli eventi contenuti in  X Files e/o cercava di sopravvivere all’invasione di una corrente americana di rockettino all’acqua di rose (vedasi i Third Eye Blind per illustri paragoni-  gruppo che molti dei miei compagni di scuola apprezzavano e utilizzavano per sentirsi come i tizi delle serie USA sui giovani biricchini), Peter Tägtgren e gli Hypocrisy se ne uscivano con The Final Chapter. Potete leggerlo ovunque, e se non siete proprio lenti di comprendonio riuscite a capirlo anche dal titolo, The Final Chapter doveva essere il “ciao e saluti a casa” del trio svedese. I fan sono insorti e così, a distanza di più di vent’anni, siamo ancora capaci di trovarci gli Hypocrisy sul palco.
Potere al popolo, giusto?
Dentro questo disco ci sono alcune canzoni che, ancora oggi, mi fanno impazzire (A Coming Race, Adjusting The Sun, The Final Chapter giusto per dirne alcune) – risentite nel live a Sofia mi hanno scaldato il cuore. Perchè è proprio quello il momento in cui si sente se un brano ha quel qualcosa in più, quel quid che ti sfracella la faccia durante un concerto. Se dal vivo risulta floscio come il cazzo di un vecchio, allora possiamo mettere la mano sul fuoco che la potenza che si sentiva su disco era tutta merito del chirurgo dietro il mixer.
The Final Chapter è bello incazzato e lo mette subito in chiaro con Inseminated Adoption, brano che scorre alla grande in un torrente di furente death metal. Genere, questo, che si mischia alla grande con le paranoie extraterrestri, l’ufologia spinta, i misteri che “Voyager spostati” e tutto un mix di passioni per territori lontani nascosti dietro le sopracciglia di Peter Tägtgren.
Quello che mi piace è che The Final Chapter non fa prigionieri, prosegue ferale fino alla fine e non si limita al compitino di sfornare solo mid-tempo (cosa che, in certi momenti successivi, il buon Peter ha pensato fosse il modo giusto per valorizzare la sua creatura). Ci sono episodi “più tranquilli” (tipo Inquire Whitin con l’intro simil-Sitar o il nuovo vestito di Request Denied), ma quello che si ricava dall’ascolto è che in questo LP gli svedesi pestano, accellerano e le chitarre fischiano di goduria – Through The Window Of Time – mentre ci si lancia dietro all’ennesima scoperta fantascientifica.

A mio parere, non serve che aggiungo altro per un disco del 1997.
Mettere altre parole sarebbe inconcludente, soprattutto perché stiamo parlando di un disco che doveva chiudere l’avventura degli Hypocrisy e, invece, ne ha prolungato la vita di oltre vent’anni.
Non male, no?
[Zeus]