Suicidal Tendencies – The Art Of Rebellion (1992)

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Mentre il popolo stava smaltendo la sbornia incredibile post-Black Album e post-esplosione del grunge, le band incomiciavano a fare i conti con il periodo più complicato della loro storia musicale. Le aspettative, adesso, non erano più quelle pre-1990, non c’era più l’underground che andava bene… adesso, dopo la svolta dei Metallica e l’arrivo (con conseguente deflagrazione) di una schiera di band underground, le case discografiche volevano il botto. Senza mezzi termini.
I Suicidal Tendencies, nel 1992, sono in preda ad un cambiamento iniziato con il precedente Lights…Camera…Revolution: l’arrivo di Trujillo al basso aveva portato un feeling funk che non poteva non emergere nel corso del songwriting e, fiutando il periodo, anche il resto della band ci si mette e immette nel sound della band americana scorie punk, alternative, progressive e, oddio (!), anche elementi pop.
Questo melting-pot di influenze crea un disco diverso da tutto quello che c’era prima e, come è logico che sia per un prodotto così particolare nella discografia di una band, da tutto quello che seguirà il 1992. The Art Of Rebellion è proprio questo, una mosca bianca, un disco che ho comprato a scatola chiusa (qualche anno dopo il 1992) e che non ho apprezzato molto. Non so quanto tempo ci ho messo a rimettermi tranquillo, con le cuffie nelle orecchie, a risentirmi Can’t Stop, Nobody Hear o We Call This Mutha Revenge. Non mi aspettavo un disco così e forse, al tempo, non ero pronto a questo genere di sonorità – cercavo altro.
Poi l’ho riascoltato, ovvio, e non mi sono pentito di aver acquistato il disco che ha contribuito a far conoscere al grande pubblico i Suicidal Tendencies e, ironicamente, li ha presi per mano e mandati a suicidarsi (lo split del 1995). Suicidio voluto da Mike Muir, infelice della popolarità (!) e desideroso di riportare la band nell’underground (!!). Cosa che poi è riuscito a fare con pazienza e costanza.
Quando li ho rivisti anni fa al festival di Radio Onda d’Urto, mi sono esaltato. La band spaccava e il groove che facevano uscire dalle casse era talmente poderoso che, in segno di rispetto per quello che avevo visto, mi sono comprato subito la maglietta. Un segno tangibile di riconoscenza e, forse lo ammetto adesso, un atto di scusa per aver sottovalutato per molti anni The Art Of Rebellion.
Non so se, adesso nel 2018, comprerei ancora questo disco a scatola chiusa. Il mondo gira veloce, i singoli si sentono ovunque, ci sono mille recensioni pre-pubblicazione e, forse, leggere tutti i generi che ci hanno piazzato dentro, senza sentirlo prima, mi avrebbe fatto storcere il naso.
Al tempo no, l’ho comprato per la copertina e perché erano i Suicidal Tendencies e tanto basta.
[Zeus]