Foo Fighters – The Colour and the Shape (1997)

Risultati immagini per foo fighters the colour and the shape

Durante l’estate ero un frequentatore assiduo della Germania per scopi di vacanza-studio. Ho sempre amato quel posto, quella capacità di arrivare, non imparare un cazzo di tedesco e di ritornare in Italia con lauree ad honorem su alcolismo e derivati molesti. L’alcolismo, fatevene una ragione voi benpensanti, è la prima forma di interazione sociale: bevi e parli. Quindi bevi, e così via fino alla distruzione assoluta delle cellule del fegato e dei neuroni cerebrali.
Quella era l’estate in cui i compagni di viaggio in Germania canticchiavano i Savage Garden (puttanalamalora loro) o Eminem (porcodemoniocanerabbioso) o diocristo le Spice Girl (utili, nei momenti di crisi, come Spritzplakat). Fanculo alla malora, che musica di merda che mi circondava, fortuna che le ampie birre fra le tette delle cameriere mi riempiva l’animo di una gioia insperata e che mi trasmetteva quella voglia di lodare il Grande Capro. Il problema è che i gruppi che ho descritto erano i più frequentati dalla compagnia (ex compagnia, visto che non ne vedo uno da epoche immemori – probabilmente ci sarà qualche santino votivo con la mia faccia, un paio di baffi e la scritta “coglione” sulla fronte, vai te a sapere) e il livello medio della musica mi produceva delle imbarazzanti perdite anali che io, da saggio frequentatore di bar, curavo con ampie dosi di luppolo e kebab.
Che poi diciamolo, tutti ad incensare la gente che ascolta quelle rivoltanti produzioni di letame sottolineando lo spessore umano e morale che contraddistingue questi individui; il paragone con chi ascolta rock/metal è dietro l’angolo. Se poi sapessero le scene degradanti che ho visto (e, ammetto, partecipato – ma i ricordi sono vaghi) che coinvolgevano sia i suddetti italici ascoltatori di musica dimmerda che dei nordici stranieri ascoltatori di musica della fogna, l’equazione “gente che ascolta pop/dance è uguale a gente perbene” cadrebbe.
Puttana la miseria se non mi sono ritrovato ad inalare merda e rifiuti cotti per tutto il giorno al sole cercando di scappare da un rave party dalla zona industriale poco distante da dove dormivo. Il tutto, ovvio, perché il mio coinquilino svedese aveva la fissa di andare ai rave per… che cazzo ne so… tirarsi su bomboloni di MDMA e abbracciare gli alberi, sicuramente non chiavare. Al che, quando in lontananza si sono viste le prime luci della polizia tedesca (gente che è meglio evitare di indisporre a prescindere), mi sono ritrovato bello che disteso sotto un cassonetto. Fortuna che la serata è finita bene, io sono rientrato barcollante, ho distrutto il vetro della cantina per entrare e, per condire il tutto di ulteriore degrado, mi sono trovato a conversare con la signora della casa dove dormire… e lei era ubriaca come un cazzo di barbone alcolizzato. Stupendo, mi sono sentito meglio con me stesso e potevo continuare a non fregarmene un cazzo del pensiero generale e potevo perseverare nel mio scopo ultimo: la conquista della Polonia.
Un mesetto prima della partenza era uscito questo disco dei Foo Fighters. Dave Grohl mi è sempre stato simpatico, in fin dei conti è un cazzone che si è trovato al comando di una baracca lussuosa e con il lancio pubblicitario dato da un colpo di fucile nel 1994. Non sono certo io a fargli ramanzine o dirgli che sta cavalcando, da 23 anni suonati, un successo altamente ingiustificato. Che cazzo, signori. Certo, a casa dei miei ho lasciato imbarazzaro diversi album dei Foo Fighters (regalati dai parenti perché sapevano che, all’epoca d’oro del grunge, ascoltavo i Nirvana, quindi 1+1=2). Certo, i video sono divertenti. Ma niente, tu ci tenti a trovare una scossa vera nella musica dei Foo Fighters e invece non trovi realmente niente. Sono un gruppo che scorre leggero, senza niente da dire, senza il minimo accenno polemico, di sfida o che altro. My Hero o Everlong sono carine e non cambi canale quando le senti, ma l’unica cosa che ti viene da pensare è: sono neutrali.
Nonostante questo, non gli vuoi male a Dave Grohl. Non ce la fai, perché lui ci mette l’anima e si vede che si diverte a fare quello che fa. Non si nasconde dietro stronzate, è riverito e adorato e se la gusta ‘sta situazione. Non puoi volergliene male e, sulla stessa onda, non puoi definire schifo un disco come The Colour and the Shape (copertina a parte), ma neanche definirlo un CD da avere a tutti i costi.
Io non ce l’avevo neanche con il mio coinquilino svedese, poraccio, nonostante mi abbia messo in varie situazioni evitabili. Lui ci tentava ad essere a posto, andava a ‘sti cazzo di rave per divertirsi ma poi, per un motivo o per l’altro, finiva sempre per scappare con le gambe levate o finiva leso sulle panchine del parco.
L’alcool è uno sport che non fa prigionieri.
[Zeus]

Annunci

Quando parlare di depressione mi fa sorridere. Down – NOLA (1995)

Immagine correlata

Prima di essere il gran cazzo di disco che è, NOLA è l’esempio supremo dell’affanno supremo di raggiungere qualcosa: la gnocca, l’illuminazione, una sbronza coi fiocchi e, ultimo ma non per importanza, il primo disco dei DOWN. Dovete sapere che questo è il disco che ho rincorso per anni, non trovandolo mai né ai concerti, né nei negozi di dischi della mia (ir)ridente regione. Ci ho tentato, o cazzo se ci ho tentato, ma niente. Sembrava sfuggirmi sempre. Scrutavo nelle enormi distese di CD ai concerti e vedevo di tutto, tranne quella cover nera, semplice, con il fleur-de-lis stampato in bianco.
Questo, ovviamente, finché non sono arrivato ad un concerto con il buon Bruno degli Slowtorch. Al tempo stavamo cercando entrambi questo LP e, visto che Satana ci vuole bene ma Dio ci odia in maniera profonda, ho trovato solo una copia nello scatolone dei CD. Imbarazzo totale, chi cazzo la prende? Dicevo, però, che Satana ci ama perché siamo riusciti a trovare una seconda copia del disco e questo, cari i miei lettori, crea una fratellanza metallica difficile da distruggere – anche dopo anni e/o alti e bassi.

Risultati immagini per down band
da web

Raccontare cosa significa NOLA è raccontare le calate dei Down in Italia (quattro per me, perché una, da coglione patenteato quale sono, me la sono persa).
La prima in un caldissimo Gods Of Metal, con un caldo che ti spaccava il culo e livelli di birra importanti già a metà pomeriggio – inevitabilmente sudati in mezzo secondo -. Loro sul palco, con un Phil Anselmo ubriaco cotto, e per la prima volta in Italia. Delirio assoluto sotto il palco, con il sottoscritto e il buon Bruno Slowtorch a tirare porchi e fare headbanging in preda all’estasi totale. Perché c’è poco da fare, quando parte una Bury me in smoke o Eyes Of The South allora tutto è perfetto.
Essere un BROES (acronimo di Brotherhood of the eternal sleep) significa prendersi la macchina, mettersi in moto da soli, spararsi oltre 300Km e andarseli a vedere a Milano in occasione del “An Evening With Down” (penso nel 2008). Aspettare ore in prima linea, distrutto sulla balaustra, e poi concedersi il gusto di vederseli a pochi metri. E chi cazzo se ne frega del sound non propriamente pulitissimo, tanto che ci importa se poi ecco che ti fatto Jail in acustico. E tu sei lì che sei contento di essere metallaro e di essere presente, perché chi era assente, quella sera, si è perso un Signor Concerto.
O ricordarsi, ad un Gods Of Metal di due anni dopo e in compagnia con TheCrazyJester, che il concerto può riservarti delle sorprese immense anche quando non sei davanti a tutti, col caldo che ti massacra, l’odore fetido dei cessi che ti intasa le narici, e Phil che ha la voce di uno che si è ingoiato un procione vivo e raglia le canzoni di Down III: Over The Under. Lo sai tu e forse anche altra gente ma poi ti piazzano una Hail The Leaf e tutto quello che poteva farti storcere il naso è rinchiuso nella cartella “sticazzi” e tu continui a sbracciarti, a fare headbanging fino a farti salire il pranzo nel cervello e poi ancora di più.
Non ultimo, significa prendere la macchina insieme al buon Skan e andare verso il festival a Majano a vedere i Down, gratis (puttana miseria, gratis!!!!), per la quarta volta. Quel concerto era caldo africano e l’odore di frico per tutto il piazzale, una tempesta d’acqua da farti invocare Satana, fango a fiumi e gente (eroi del metallo) fermi sotto secchiate di acqua gelida a vedere la nuova versione dei Down (con Bruders e Landgraf a rimpiazzare Brown&Windstein) con indosso mantelle con più buchi che plastica, sacchi dell’immondizia addosso e un’umidità corporea da livelli equatoriali. Ma fondamentalmente te sbatti il cazzo, perché tanto prima o poi ti faranno la tua canzone, quella per cui hai fatto chilometri, ti sei preso acqua, fango e per cui la schiena ti uccide. Prima o poi ti faranno Stone The Crow e tu sai che sarà un grandissimo momento e sarai felice. Ti dimenticherai del lavoro, dei cazzo di problemi e di tutto quello che la vita ti getta in faccia.

Risultati immagini per down band
Da web

 

Vi giuro, non so come potete stare ancora al PC senza correre a mettere su il disco o aprire YouTube e far partire NOLA. Ma cosa cazzo avete per la testa? Forza!

So che essere parte della BROES è una questione di pura fede, seconda solo al credo assoluto e incrollabile in Tony Iommi e nei Black Sabbath.
Per me NOLA è un disco perfetto e non replicabile. Svago e convinzione pura, adorazione della sacra trinità droga-Lynyrd Skynyrd-Black Sabbath e capacità di riassumere in pochi minuti una concezione di vita.

Questo è NOLA per me e, se mi permettete, adesso vaffanculo e smetto di scrivere, che devo recuperare i cocci dopo una serata di macello con la truppa degli Slowtorch.
[Zeus]

From Sweden to… – In Flames (1993 – 1997)

Non si può certo dire che gli In Flames siano una band che ama fossilizzarsi su un certo sound. Dal giorno uno della loro vita musicale, la band svedese ha avuto il vizietto di trasformare la propria proposta musicale costringendo i fan a seguirli in direzioni che nessuno avrebbe predetto. Scelta giusta, coraggiosa o insensata?
A vedere i dati di vendita e i tour sempre più grandi, la scelta di cambiare costantemente il proprio stile, pur rimanendo sempre In Flames, ha giovato e anche molto. La popolarità attuale è incredibile e, cavalcando/anticipando/fiutando il trend, la band di Fridén ha raccolto molti nuovi fan – molto probabilmente nelle nuove leve del metal, quelle abituate ad un sound diverso, cresciute con il metalcore e un certo sound americano del death metal melodico.
I vecchi fan? Stanno ancora discutendo se si sentono traditi dalla band o se seguirli ancora. La scelta è difficile, soprattutto visti gli ultimi parti musicali.
Ma tutto è iniziato in maniera più tradizionale, anche se di tradizionale, nella storia degli In Flames, c’è poco.
Immagine correlataDopo il demo del 1993 (intitolato, guarda un po’, Demo ’93), la band di Jesper Strömblad fa uscire il primo disco: Lunar Strain. All’epoca gli In Flames non erano quasi una band, visto che l’unico membro fisso era Jesper e il cantante non era Anders Fridén ma Mikael Stanne dei Dark Tranquillity. Su Lunar Strain è proprio l’ex chitarrista svedese (ora singer) a prestare l’ugola e il prodotto finale è quello che più si avvicina ad un certo ideale di disco degli In Flames. Intendiamoci, non è la realizzazione completa del sound della band, ma presenta tutti i crismi che contraddistinguono il gruppo: melodie cristalline (Everlost [Part II]), parti death metal melodiche, folk nordico (Hårgalåten) e un’attitudine da primo disco in studio. Lunar Strain è affascinante, qualcosa che ti ascolti come reliquia di un passato che non ritornerà mai più; tutti sappiamo però che il vero botto lo faranno dopo e questo è solo l’inizio dell’avventura.

La natura inquieta della band si vede già nell’EP che segue Lunar Strain.
Risultati immagini per in flames subterraneanSubterranean è il primo disco/EP che ho sentito in maniera conscia degli In Flames. Ne avevo sentito parlare bene e, alla prova dei fatti, è un EP onesto e dal tocco smaccatamente svedese. Subterranean è il passaggio naturale dal sound irrequieto e ancora non focalizzato di Lunar Strain a quello superbo di The Jester Race. Gli In Flames, anche in questo caso, non sono una band a tutti gli effetti: i cantanti variano (Henke Forss e Af Gravf, ex Marduk) e così anche i batteristi, ma il prodotto finale è un mix di sonorità che rimandano tanto al folk nordico quanto al death melodico, seppur ci sentano già elementi di metal classico. Gli inserti acustici (il finale di Everdying è semplicemente perfetto) e melodici (ad esempio Timeless) rimarranno ancora per poco nel suono della band, ma finché ci saranno la proposta sarà di assoluto livello.

Il ritmo di registrazione di Jesper è elevatissimo, tanto che nel 1996 fa uscire il secondo LP in studio e, finalmente, la formazione si stabilizza con un cantante (Anders Fridén uscito dai Dark Tranquillity) e Björn Gelotte (dietro le pelli). Larsson e Glenn Ljungström completano la line up.
Risultati immagini per in flames the jester race

The Jester Race coincide anche con il cambio di etichetta (da Wrong Again Records a Nuclear Blast) e la novità innegabile. Due dischi sono imprescindibili se si vuole amare la band svedese: Whoracle e questo disco. Non ci sono cazzi. Già solo la chitarra iniziale di Moonshield ti fa capire che la musica sta cambiando e che gli In Flames hanno cambiato marcia rendendo il sound più organico e strutturando il disco su un mix raffinato, ma pur sempre vivace e lontano mille miglia dalla patina artefatta di prodotti analoghi della Nuclear Blast, di elementi folk/acustici, inserti di metal classico e il classico swedish death metal melodico tipico della zona di Gothenburg. Non credo si possano scoprire punti deboli in The Jester Race, ogni canzone è perfetta e, oserei dire, quasi tutto il disco potrebbe uscire come singolo – strumentali a parte (giusto perché non tirerebbero come singolo in radio). Non nascondiamoci, in The Jester Race gli In Flames svoltano e creano la prima versione del loro “trademark” e la melodia non è un elemento di cui si vergognano, anzi! Nonostante questo, però, il disco del 1996 rimane ruvido e death metal, cosa che te lo fa apprezzare sia quando necessiti della “botta death melodica” sia quando hai voglia di metallo ma vuoi qualcosa di più “leggero”.

Dopo The Jester Race, i cinque svedesi fanno uscire un nuovo EP: Black-Ash Inheritance. Uscito qualche mese primRisultati immagini per in flames black ash inheritancea dell’LP Whoracle e con la formazione del precedente disco, le cinque quattro tracce sono una nuova canzone (Goliaths Disarm Their David – fortemente influenzata dal nuovo corso sonoro della band svedese), l’anteprima di un brano di Whoracle, Gyroscope e per finire un medley acustico e una traccia live.
I completisti lo cercheranno sicuramente, ma visto che adesso c’è la possibilità di usare quello strano aggeggio chiamato YouTube, direi che per una sola canzone originale (Goliaths…), la spesa è quasi inutile.

Il ritmo è indiavolato e a distanza di un anno da The Jester Race, la band svedese fa uscire un nuovo disco di canzoni originali (più una cover – Everything Count dei DepecheRisultati immagini per in flames whoracle Mode). La formazione fissa permette al gruppo di spostare i paletti del proprio sound ancora un po’ più in là, esplorando in maniera compiuta la miscela NWOBHM-death svedese-melodie folkeggianti che contraddistinguono gli In Flames. Whoracle è un disco che spacca gli ascoltatori: troppo melodico e per alcuni, ancora troppo death per altri. Quello che possiamo dire è che Whoracle è un disco dove le chitarre contano e anche tanto. Gli scambi sono innumerevoli, perfetti e le armonizzazioni fra le due sei corde creano melodie e riff incredibili. Questo disco del 1997 viaggia su un equilibrio sottilissimo, in cui la voce sembra “quasi non starci” da tanto sono pulite le chitarre ma, in realtà, è l’unica voce che si adatta (Anders Fridén all’ultima prova onesta in studio, prima di passare a clean, mille tracce per dare corpo/effetto alla voce etc). Questo fragile equilibrio si basa tutto su pezzi che viaggiano a mille, dove forse Morphing Into Primal è l’elemento più “normale” stretto com’è fra Jester Script Transfigured World Within The Margin. Whoracle suona talmente bene che persino la cover dei Depeche Mode calza a pennello, riletta secondo lo stile degli svedesi, e non stona nel contesto di un disco come questo.
Da questo momento in avanti l’irrequietezza, la voglia di esplorare i confini del proprio sound ha portato gli In Flames in direzioni sempre più “estreme” – e, in questo caso, non nel senso di brutal.
[Zeus]

To Be Continued

Deep Sabbath ovvero Born Again 35 anni dopo (1983)

SabbathBorn.jpg

Cristo quanto è brutta la copertina. Questo è stato il mio primo pensiero quando ho preso in mano Born Again e, sia maledetto tutto il circo equestre paradiasico, mi son caduti gli occhi su questo obbrobrio rosso-blu-giallo che è la cover art del disco dei Black Sabbath del 1983.
A 35 anni di distanza, e con un pelo tanto sullo stomaco, posso ripetere che quella qua sopra è una cover oscena, seppur malvagia. Perché un capolavoro siffatto non può che provenire da gente cattiva e che cucina i gattini nel microonde.
Invece no, Cristo di un Dio!, non è così. Dietro tutto c’è il nome Black Sabbath e, seppur in procinto di scendere negli abissi di un periodo travagliato, hanno ancora una cazzo di gran reputazione, tanto da coinvolgere Ian Gillan a diventarne il cantante per questo progetto.
Spero che sappiate la storia ufficiale e che avete riconosciuto la stronzata che ho detto: l’alcolismo è la spinta principale che ha portato l’ex screamer dei Deep Purple a prestare l’ugola al nuovo disco dei Black Sabbath. Un matrimonio destinato a fallire subito, come quando esci con una ragazza e dopo 20 minuti ti accorgi che non funziona, perché lei, fra l’altro, ama gli 883 e tu vagheggi sui Pig Destroyer; ma tu comunque ti ci metti insieme, fate un po’ di sano sesso e ci rimani invischiato, con tutto il rancore che ti porti dentro fino a far esplodere tutto in alcolismo esasperato e comportamenti turpi.
Loro ci hanno creduto, a metà. Sapevano che non funzionava (i tre moschettieri vestiti di pelle e con il sound più lento e pesante e il singer in giubbotto di jeans, i vestiti colorati e i testi che parlano di sesso e altre amenità), ma sono andati avanti a testa bassa e così è uscito Born Again. Date le premesse, permettetemi di dirlo, poteva uscire molto, molto peggio.
Quello che abbiamo davanti è invece una registrazione che non doveva portare il nome dei Sabbath, masterizzato da un babbuino ubriaco, disfatto dagli ego enormi dei personaggi che si portava appresso, ma che cazzo ha dei pezzi che sono di una pesantezza e di una metallicità da far ricredere del Metallo anche chi, dalla retta via, si è scostato da un po’.
Il lato A è bestiale: Trashed e Disturbing The Priest (l’inizio è qualcosa che risuona maligno e deviato, quindi Black Sabbath) sono buone canzoni che ti fanno testare subito il lato strano di questo Born Again, ma è con Zero The Hero che arriva la mattonata nei denti. Ancora adesso, 35 cazzo di anni dopo (!), il riffone è talmente Iommi, talmente pesante e ossessivo che ti prende e ti fa capire che c’è un solo Dio su questa terra e risiede a Birmingham e benedice il mondo senza due falangi.
Che poi, porca puttana, che cazzo gli servono a Iommi due falangi? Tanto è Dio e, quando mette il plettro sulla chitarra, tira fuori riff da capogiro con la velocità con cui io rutto dopo una birra.
Il lato B è forse meno convincente o, per lo meno, mi ha preso di meno. Paradossalmente la title track ha un substrato bluesy che non avrei detto, il resto non mi ha mai preso al 100%. Sarò io, sia chiaro. Però il trittico Digital Bitch, Hot Line e Keep It Warm non lo riesco mai a ricordare, non mi salta mai in mente quando devo citare un brano del periodo intermedio dei Sabbath. Qualcosa vorrà pur dire, o no?
Non mi soffermo neanche sul ridicolo tour a supporto del disco (con Stonehenge in scala 1:1 sul palco), la sbronza permanente che mette fuori causa Bill Ward, i problemi che fanno scappare Geezer Butler, Smoke on the water suonata al rallenty e brutalizzata in versione Sabbath o Gillan che ci tenta ma in fin dei conti lui è nei Deep Purple.
Non dico niente, perché tanto lo sapete già. Possiamo dire, però, che c’è Tony Iommi che tira fuori, nel 1983, un disco cazzutissimo e metal (almeno per una buona metà) e poi vede la sua creatura sgretolarsi come neve al sole e tenersi in piedi solo grazie alle capacità paranormali del baffuto chitarrista inglese.
[Zeus]

Mentre il mondo gira, i R.E.M. pubblicano UP (1998)

The album cover has a series of squares

Siamo nel 1998, quindi in un momento particolare in cui la radio è invasa da gruppi come Savage Garden, i The Cardigans e molti altri gruppetti di questo tipo. I giovani incominciano a farsi le pippe, a vicenda, ascoltando lo smielato sound di cui sopra ed è tutto un rincorrersi fra chi trova la band più melodica, zuccherosa e, alla fine, irritante (non da ultimo, l’anno precedente, erano usciti i Sixpence None The Richer e Torn di Natalie Imbruglia – video che ha fatto più danni che altro nell’esperienza sessuale dell’adolescente medio, tanto da creare questo strano concetto di ragazza che poi, alla prova dei fatti e “della strada”, era vera come scoparsi un termosifone riempito di carne macinata).
Torniamo a noi e lasciamo stare quanti danni ha fatto Natalie Imbruglia all’adolescenza.
I R.E.M., se vogliamo, hanno sempre avuto un pass particolare in diversi ambienti: hipster prima che questo divenisse moda, melodici prima che divenisse moda, strani prima che… avete capito. Quindi il pass era d’obbligo, anche perché la qualità della musica di Out Of Time, Automatic For The People o New Adventures In Hi-Fi erano innegabili anche a chi, di quel genere, era all’oscuro. Up è arrivato che ero quasi alla fine del mio percorso scolastico nelle superiori e, in quel momento, certe sonorità mi graffiavano i nervi in maniera particolare: quelle proposte dai R.E.M. in questo disco rientravano proprio in quella strana fascia d’insofferenza.
Forse è dato dal fatto che Lotus e Daysleeper erano in televisione ogni momento o, forse, perché a 17 anni non riuscivo più ad accettare un certo modo di intendere la musica. E sì che i R.E.M. a me piacciono, ma Up mi è sempre stato indigesto e così anche Daysleeper. Il fatto è che, per molto tempo, parlare male di un disco dei R.E.M. signficava non capirci un cazzo di musica.
Ci ho messo molti anni a capire questo concetto fondamentale, sapete? Io, ancora adesso nel 2018, non ci capisco una beneamata minchia di musica, ma UP non mi prende comunque e, solo ora, posso dirlo senza sentirmi in velata posizione di sfavore nella discussione – situazione che potrei esemplificare con: quando discuti con il tuo capo che ha le risposte (anche se sbagliate), ma è comunque in una posizione di dirti che il tuo parere è un puro parere, il suo no.
Up è anche il primo disco senza il batterista storico e il cambio si è fatto sentire, non c’è ombra di dubbio. Poi si riprenderanno e assesteranno un crescendo di ritrovata ispirazione che li porterà, come la nave vichinga in fiamme, verso un fine gloriosa e, speriamo per la coerenza di Stipe&Co., definitiva.
Dopo anni di considerazioni, posso finalmente esprimere il mio pensiero e dire che, quando ho sentito UP, ho sperato nello scioglimento dei R.E.M. Una fine immediata e priva di strascichi. Fortuna che non mi hanno dato ascolto, ma questo non cambia il fatto che Daysleeper è una delle canzoni che, per molti motivi, elimino sempre dalle playlist d’ascolto.
[Zeus]

Varathron – Patriarchs Of Evil (2018)

Risultati immagini per varathron patriarchs of evil

Avevo visto questo nuovo disco dei Varathron su un sito di metal e, mio malgrado, non l’avevo neanche cagato. Questione di mille impegni vari ed eventuali, di disattenzione o mettete voi la scusa che vi piace di più, ma il risultato è stato questo: io da una parte e i Varathron dall’altra.
Almeno finché non è intervenuto il buon Skan a rimettermi in carreggiata e, con un ceffone via cellulare, mi ha intimato di sentirmi Patriarchs Of Evil.
Così ho fatto, a Skan non si discute.
Da quel momento non è più uscito dalle cuffie: Patriarchs of Evil, non Skan. La band greca ha l’insieme di fattori che ti fanno amare i gruppi di questo tipo: il sound, i riff (ce ne sono dentro di veramente fighi, seppur niente di nuovo, come Hellwitch o Saturnian Sect, giusto per citarne alcuni), le melodie che ti rimangono nella mente (Tenebrous è quello che si chiama un buon pezzo d’apertura) o che, cari miei, ti rifanno sentire giovane e imberbe nella Grecia blackmetallara di inizio anni ’90. Perché c’è poco da fare, pur mantenendo una cifra stilistica assolutamente identitaria, alcuni riff, alcune melodie e certi passaggi non possono che richiamarti alla mente i Rotting Christ della premiata ditta Tolis. Altra band che salta fuori come paragone ideale, e mi sono stupito da solo di riconoscerla perché non è che l’abbia seguita poi così tanto (ho sentito solo i dischi del 2012 e del 2016), sono i Kawir. Questi ultimi stanno ritornando alla grande, due CD in due anni, e il rimando ideale ci sta – forse è ideale, visto che Necroabyssious è stato leader dei Kawir agli inizi, ma io l’ho sentito forte e chiaro.
Non c’è molto altro da dire: otto canzoni, 45 minuti di durata, nessun filler smaccatamente privo di idee, buoni riff e un sapore di Grecia 1993/1994 che ti fa star bene, che ti piace.
Direi che va bene così, ci sta questo risultato.
Fra poco anche i Varathron festeggiano i 30 anni dal primo demo e, seppur con ampie pause (1995 – 2004; 2009 – 2014), questo è il meglio che potevano tirar fuori senza sembrare una parodia di sé stessi o la copia sbiadita dei Rotting Christ – cosa che, ve lo dico chiaramente, non sarebbe giusto nei confronti di un buon disco come Patriarchs of Evil.
[Zeus]

Di nuovo al fronte, fratelli. Marduk – VIKTORIA (2018)

Risultati immagini per marduk viktoria

Dopo una stagione ricca di problemi, fra cui quelli con i gruppi Anti-fa americani e show cancellati e poi riprogrammati in location segrete a Stoccolma, i Marduk ritornano al fronte e fanno un nuovo disco dedicato alla Seconda Guerra Mondiale.
Vorrei sottolineare per i più sbadati fra di voi, che i Morgan&Co. flirtano con l’immaginario nazista (e in questo contesto ci si mettono l’artwork rigoroso e pulito e l’utilizzo di pezzi di propaganda del periodo) e si inzuppano le galosce con le battaglie del secondo conflitto mondiale, ma non sono un gruppo NSBM.
Poi saranno liberi di smentirmi, ma per il momento la situazione è questa. A noi piacciono i Marduk che parlano di guerra, delle truppe tedesche, di cristi squartati e suore che pregano nel loro piscio. Ci si accontenta di poco in questo mondo difficile.
Cosa differenzia questo dai precedenti? La prima, grande, differenza è che non viene citato Reinhold Heydrich (di cui hanno parlato su Plague Angel “The Hangman Of Prague“, Wormwood “Funeral Dawn” e anche in Frontschwein “The Blond Beast“), e poi ci sono Werwolf Silent Night. La prima è un black metal punkettone, con i cori schizzati e un Mortuus isterico che sembra in preda a carenza di trielina. Silent Night è forse la traccia più lenta mai suonata dai Marduk e con i 4.02 chiude il disco nella stessa, strana, maniera con cui la band ha iniziato Viktoria. Lasciandoti la voglia di riprendere il discorso e riascoltare tutto il CD, perché i 33 minuti passano in un lampo.

Risultati immagini per marduk viktoria

Il resto del CD è un compendio sonoro di quanto prodotto dalla band svedese negli ultimi anni: velocità assassina, lyrics dedicate alla guerra (e vi giuro che i temi/termini si ripetono un po’, ma vi siete mai preoccupati di questo particolare quando parlate di Marduk?) e addirittura un arrangiamento che mette insieme una parte veloce e una lenta: Viktoria – Devo ci ha addirittura piazzato un solo di basso -.
Sapete cosa c’è che, in un disco come questo, piazza il colpo vincente? I chorus. Li hanno studiato veramente bene stavolta, hanno messo giù le carte e moltissimi hanno l’appeal da essere canticchiati (Werwolf, Viktoria, se vogliamo anche Equestrian Bloodlust o quel stupendo: hammering – keep hammering di Narva).
Non credo che serva aggiungere altro.
Sentitelo e capite cosa sto dicendo: il disco scorre alla grande e si fa (ri-)ascoltare.
Tutte le polemiche stanno facendo marciare Morgan&Co. sull’onda di una sana ispirazione, che Satana li porti in gloria.
[Zeus]

Con ancora i buchi delle siringhe fra le dita. Alice in Chains – Dirt (1992)

Dirt (Alice in Chains album - cover art).jpg

Certi album ti prendono male e lo fanno sempre. Dirt è l’equivalente musicale di quello che ha raccontato Nikki Sixx nei Diari dell’eroina: è la storia di un fallimento umano. Troppo umano, quindi c’è la possibilità di raccontarlo e metterlo in musica. Anticipa di molti anni un’altro disco dedito al fallimento, all’eroina e alla dipendenza da droghe e alcool: The Great Southern Trendkill.
Quelli che ascoltano sognanti Down In A Hole non hanno capito un cazzo, in generale si intende. Lo stesso dicasi per chi fa scorrere questo parto doloroso come se fosse un CD da sottofondo, non ci siamo e, con buona probabilità, vi meritate anche un Young Signorino a casa a fare dei vocalizzi. Rain When I Die mi ricorda una ragazza, dai capelli rosso fuoco – rosso fragola, che avevo conosciuto su internet – molto probabilmente in una di quelle putride chat che andavano alla grande durante i pionieristici primi anni di internet e del 56K (ve lo ricordate, vero?). Questa ragazza, italiana ma proveniente da un racchissimo cantone della Svizzera, era in fissa con ‘sta canzone qua e io, da galantuomo quale sono, ce l’avevo su PC – una delle mie prime incursioni nell’ascolto su computer della musica. Non ci ho guadagnato niente di più di un sentito ringraziamento (figuriamoci lo scorcio di una tetta, in controluce, velata da mano e paintbrush), quindi non posso certo essere accusato di averci lucrato sopra. In compenso, e qua sta l’ironia, mi ricordo che nelle interviste del tempo (non di quando ho mandato il file, ma di quando è uscito Dirt), gli Alice in Chains parlavano di questa Rain When I Die come di una canzone dedicata ad una ragazza. Ci sta come cosa.
Sono certo che loro, rockstar qual’erano, la scopata l’hanno rimediata.
E poi un tempo, per chi non era in fissa con il binomio Nirvana – Pearl Jam, c’era sempre la possibilità di canticchiare Them Bones o Would? e fare la figura di chi ne sapeva. Poi citavi gli Screaming Trees e finivi per essere lasciato in disparte perché, all’epoca, la band di Mark Lanegan (adesso venerato da schiere di hipster barbuti, con i risvoltini, il tatuaggio giusto e l’occhiale perfetto) era schifata e non la conoscevano se non in tre persone tre. Ma, se vogliamo, anche gli Alice in Chains erano una bestia a sé stante nel panorama musicale grunge dell’epoca: troppo duri e metallici per essere grunge, troppo morbidi e tormentati per essere realmente metal (si ricordano ancora gli sputi, porchi e madonne quando hanno fatto il tour con gli Slayer). Reietti musicali e reietti come persone, tutti alle prese con dipendenze da alcool, antidepressivi o, nel caso di Layne Staley, a giocare con il fuoco con l’eroina – gioco che, come sapete tutti, ha vinto quest’ultima per sfinimento del suddetto singer americano nel 2002. Sicuramente non poteva essere passato inosservato il grido di dolore che proveniva dai solchi di Dirt e il messaggio contenuto in Junkhead o God Smack non era certo quello di una persona che stava bene.
Dirt è un disco glorioso e lucido proprio perché è così disperato da essere capibile anche da chi, nella vita di tutti i giorni, non si inietta bruna messicana fra le dita dei piedi. Quando sentite Dirt, vi accorgete subito che dentro c’è tutta la sporcizia, il dolore, il male e la depressione di una persona/band. Avrebbero potuto alzare la mano, direi il proprio nome e parlare alle sedie in tondo in una delle riunioni della A.A. che tanto vanno di moda in America, invece l’hanno messa in forma canzone.
Alla fine l’eroina ha vinto e ha reclamato il corpo di Layne Staley, non più la rockstar milionaria e riverita dai fan di tutto il mondo, ma così simile ai tossici persi immersi in una pozza di vomito e sangue nel sottopassaggio vicino alla mia scuola.
[Zeus]

Iron Maiden – Seventh Son Of A Seventh Son (1988)

Risultati immagini per iron maiden seventh son of a seventh son
Un tempo avevo un amico che non sapeva una fava fiorita di calcio. Non si interessava di quello che succedeva sul rettangolo verde più conosciuto in tutti i bar (dopo quello del biliardo, ovvio) e così rimaneva fuori dalle discussioni, ardite, su chi fosse il miglior attaccante della stagione o che schema utilizzare per vincere la Coppa dei Campioni (si nota già il riferimento passato?). Quando si attaccava a parlare di calcio, ecco che su di lui scendeva la depressione totale e non metteva fuori la testa dal carapace e rimaneva a guardare il vuoto con lo sguardo fisso che hanno le mucche quando passa il treno.
Volevate torturarlo? Tirate fuori la Serie A e andate avanti per più di 30 minuti e lo potevate vedere morire sotto i colpi della noia più lurida.
Volevate farvi beffe di lui? Bastava invitarlo a casa a guardare la partita.
Ad un certo punto, probabilmente a causa di un persistente problema scrotale, ha incominciato a informarsi di calcio e di tutto quello che fanno i 22 in campo. Ci ha dato dentro leggendo libri, buttandosi anima e cuore nel capire cosa stava succedendo sul campo e perché tutti, no esagero molti, andavano fuori di testa per questo sport nazional-popolare.
Dopo un po’ di tempo e sofferenze, credo, ha incominciato a parlare di calcio come un normale appassionato: dicasi, dicendo amene stronzate ad ogni pié sospinto e cacciando fuori il “tuttologo” che risiede in ciascuno di noi. Questi due elementi sono fondamentali per parlare di calcio e questo amico aveva messo su le stellette da generale delle stronzate. Adesso, credo, tiene simposi alcolizzati nei bar di qualche provincia italiana che non ho assolutamente voglia di ricordare.
Penso di aver lo stesso problema con gli Iron Maiden (potete mandarmi a fanculo subito, dopo o quando desiderate). Ho cercato di avvicinarmi alla band quando ero poco più che capace di intendere e volere (all’epoca di Somewhere Back In Time avevo chiesto questa cassetta ai miei, ricevendone in cambio un live dei Nomadi…), ma il fato ha voluto che la mia fede non andasse nel NWOBHM ma nei Black Sabbath, quindi non ci ho perso più di tanto. Questo per dire che, quando mi trovo a parlare di Iron Maiden, mi trovo in condizione svantaggiate e ho bisogno delle rotelle per pedalare sicuro. Conosco le canzoni, ma non sono mai stato un loro grandissimo fan, quindi parlo da estraneo e parlo con quell’oggettività ignorante che solo un non-adepto può avere.
All’epoca di Seventh Son of a Seventh Son, i Maiden avevano fatto già uscire 6 dischi in poco più di 7 anni, quindi ad un ritmo impressionante. Il sound era mutato con loro, così come anche la volontà di inserire i synth nelle canzoni. Come il buon Skan a suo tempo, anche io sono sempre dubbioso quando si inseriscono i synth, mannaggia a loro. Se usati un po’ così, finiscono per darti un sound che non ti tira fuori un briciolo di energia neanche a morire. O ti tocca pulire troppo il sound generale per farli sentire e apprezzare. Questo secondo fattore è quello che “penalizza” SSoaSS: un sound pulito, troppo leggero e quasi rivolto al pubblico della radio più che al fan dello stadio.
Io vi dico, se Moonchild e la title-track sono ottime canzoni che ci mostrano che i Maiden, nel 1988, sono lontani dall’essere bolliti, i dubbi funestano brani come Infinite Dreams o la leggerissima accoppiata Can I Play With Madness – Only The Good Die Young (anche se i chorus di entrambe funzionano allo stadio). Se vogliamo poi trovare altri punti un po’ zoppicanti, li possiamo riscontrare in The Prophecy (molto loffia nei punti in cui si ostina a rallentare) e, seppur mi ispiri dal punto di vista delle lyrics, non possiamo certo parlare di masterpiece quando citiamo The Clairvoyant o The Evil That Men Do.
Seventh Son of a Seventh Son è un album importante soprattutto se lo guardiamo adesso: segna lo spartiacque fra il prima con album spettacolari e cardini di un sound in continua evoluzione, e il dopo con la discesa post-1990 (iniziata proprio con No Prayer for the Dying). Nel 1988, i Maiden tirano fuori un album che ha più lati positivi che oscuri, ma se ci togliamo dagli occhi lo scintillio del nome, dell’importanza storica dell’album, della copertina fantastica e da quello che Moonchild o la title-track dicono ai fan (e non!) della band, scopriamo che SSoaSS poteva essere meglio.
O, almeno, così credo io.

E adesso potete incominciare a sputare addosso alla webzine, dire che non capiamo un cazzo (è vero, ma di questo me ne prendo solo io la responsabilità) e che i veri fan del metallo… etc etc.
Tutto vero, ma sticazzi.
[Zeus]

The swedish way of Death Metal – Dark Tranquillity (2006 – 2016)

Dopo Character, i Dark Tranquillity iniziano il classico filone di concerti a supporto del disco e rientrano in studio nel 2006. La formazione è, per l’ultima volta, quella che ci ha regalato i dischi a partire da Haven. Dopo ci saranno costanti cambi di formazione di cui la band non beneficia in nessun modo.
Risultati immagini per dark tranquillity fictionNel 2007 esce Fiction e, pur non essendo un capolavoro, ha comunque qualche elemento di maggiore appeal rispetto a Character. Il precedente disco in studio era un LP aggressivo, molto più di Damage Done ma, a mio parere, la sua più grande pecca era che le canzoni erano interscambiabili. La formula D.T. era al massimo livello, ma come tutte le formule serve per rendere un concetto standard e facilmente eseguibile. Con Fiction, Stanne&Co. riportano nel centro del discorso anche un discorso di maggiore melodia e l’elettronica supporta l’aggressione (moderata) delle chitarre. Ritornano le voci pulite e ritornano anche le guest femminili, tanto per ricollegare mentalmente questo disco con Projector (ad esempio). Ma, diciamolo subito, il risultato finale è molto distante dalla sperimentazione di quel disco e assomiglia ad un compendio fra le ultime anime degli svedesi riunite in un disco. Sembra ironico, ma Fiction, pur essendo un paio di spanne sotto ad un Damage Done o un Haven, è il miglior disco dei Dark Tranquillity degli ultimi 12 anni.

Passano tre anni prima del nuovo album in studio, fra il precedente e questo, però, c’è spazio per un live Where Death Is Most Alive (datato 2009) registrato a Milano. Dopo la sequela di concerti, la band subisce il primo cambio di line-up e il bassista Nicklasson va Risultati immagini per dark tranquillity we are the voidvia ed entra Daniel Antonsson. La nuova formazione si mette al lavoro e partorisce il successore di Fiction: We Are The Void. Questo è probabilmente l’album più stroncato degli svedesi. Io, sfortunatamente, non riesco a fare la voce fuori dal cuore. We Are The Void è un disco in cui i Dark Tranquillity non ci capiscono niente: tentano qualche soluzione per rinfrescare la formula, ma non riescono a cavarci niente dal buco. Sundin e compagni sanno suonare e ci sono alcuni passaggi che piacciono e, con buona probabilità, alcune canzoni singole non sono male… il problema sta tutto nella complessità del disco. Ascoltare i 47 minuti del CD è un’impresa, in cui si stenta a ricordarsi bene le canzoni che hanno appena fatto suonato e si hanno perplessità sulla resa generale: troppo melodiche con growl, troppo aggressive senza scopo, troppa elettronica e via dicendo. I dubbi si sommano e non ti lasciano in pace. Dopo un disco come questo, non potevano rimanere uguali e, infatti, dal successivo LP le modifiche saranno ancora più evidenti.

Per il successivo disco in studio, uscito con cadenza triennale, la modifica più evidente è che la posizione di bassista è nuovamente vacante: Antonsson non dura che lo spazio di Risultati immagini per dark tranquillity constructun disco. In studio, è di nuovo Martin Henriksson ad occuparsi delle parti di basso, così come quelle di chitarra. Dal vivo, per rendere la cosa ancora più paradossale, i Dark Tranquillity si presenteranno in formazione a cinque con basso pre-registrato o avranno musicisti solo per il live.
Construct risente di tutti i cambi e delle incertezze di We Are The Void e, anche in questo caso, il disco ne esce fuori un po’ zoppo. Quando l’ho sentito per la prima volta, mi sono ritrovato a pensare che era finalmente un disco degno dei Dark Tranquillity dopo la precedente prova in studio. A riascoltarlo a distanza di tempo, mi accorgo che ci sono molti punti che lo rendono un CD poco avvincente. Stanne&Co. sembrano aver scelto di suonare tutte le canzoni con un tempo e hanno quel feeling quadrato che i D.T. non hanno mai avuto. Forse è suggestione, ma sicuramente uno dei cambi più influenti è stato il passaggio di consegne nel songwriting da Henriksson al duo Brändström/Jivarp (e Sundin). Il tentativo di cambiare c’è, ma non c’è modo per la band di “uscire dalla propria pelle” e quindi anche Construct si rivela una rilettura di quello che è stato fatto negli anni passati e risente addirittura del confronto con album come Fiction. Nonostante questo, a me la canzone Immemorial piace molto e ci sono alcuni spunti interessanti per una band che, nel 2013, ha festeggiato i 20 anni dal primo disco pubblicato.

Nel 2016, i Dark Tranquillity affrontano un nuovo cambio di line-up e, questa volta, incide moltissimo, soprattutto nell’immaginario dei fan della prima ora: Henriksson lascia la band perché ha perso la voglia di suonare. Di nuovo, la band svedese si Atoma album cover.jpgraggruppa e lavora in una formazione a quattro (anche se poi verrà portato dentro Anders Iwers, ex Ceremonial Oath/In Flames etc). Il songwriting di Atoma è stabilmente nelle mani di Brändström & Jivarp, con l’aiuto di Sundin (seppur in misura minore a causa delle recente paternità che lo terrà fuori anche per i successivi live). Le composizioni riflettono questo approccio e, vi posso giurare, avevo intuito questo cambio anche senza leggere le notizie su Wikipedia. Le chitarre non sono al centro della composizione come, invece, sono le parti ritmiche ed elettroniche. Rispetto ai precedenti due dischi è un passo avanti, cercando un cambio e un’evoluzione del suono. Mi accorgo, però, che non è uno dei dischi dei D.T. che ascolto di più, gli manca quel qualcosa per essere un disco di rottura (in positivo) e questo lo frena. Il mood è oscuro, ma senza essere opprimente come su We Are The Void e le composizioni, pur privilegiando l’accento melodico, riescono comunque a farti ricordare qualche cosa di Fiction (Neutrality), album che è diventato il punto di paragone per gli sviluppi della band. Se dovessi puntare sul futuro sconosciuto, probabilmente è questo l’album da cui Stanne&Co. dovrebbero ripartire, ripensando ad alcune proporzioni fra elettronica-chitarre elettriche e poi fare il salto verso quello che diventeranno i Dark Tranquillity 2.0.