Iron Maiden – Seventh Son Of A Seventh Son (1988)

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Un tempo avevo un amico che non sapeva una fava fiorita di calcio. Non si interessava di quello che succedeva sul rettangolo verde più conosciuto in tutti i bar (dopo quello del biliardo, ovvio) e così rimaneva fuori dalle discussioni, ardite, su chi fosse il miglior attaccante della stagione o che schema utilizzare per vincere la Coppa dei Campioni (si nota già il riferimento passato?). Quando si attaccava a parlare di calcio, ecco che su di lui scendeva la depressione totale e non metteva fuori la testa dal carapace e rimaneva a guardare il vuoto con lo sguardo fisso che hanno le mucche quando passa il treno.
Volevate torturarlo? Tirate fuori la Serie A e andate avanti per più di 30 minuti e lo potevate vedere morire sotto i colpi della noia più lurida.
Volevate farvi beffe di lui? Bastava invitarlo a casa a guardare la partita.
Ad un certo punto, probabilmente a causa di un persistente problema scrotale, ha incominciato a informarsi di calcio e di tutto quello che fanno i 22 in campo. Ci ha dato dentro leggendo libri, buttandosi anima e cuore nel capire cosa stava succedendo sul campo e perché tutti, no esagero molti, andavano fuori di testa per questo sport nazional-popolare.
Dopo un po’ di tempo e sofferenze, credo, ha incominciato a parlare di calcio come un normale appassionato: dicasi, dicendo amene stronzate ad ogni pié sospinto e cacciando fuori il “tuttologo” che risiede in ciascuno di noi. Questi due elementi sono fondamentali per parlare di calcio e questo amico aveva messo su le stellette da generale delle stronzate. Adesso, credo, tiene simposi alcolizzati nei bar di qualche provincia italiana che non ho assolutamente voglia di ricordare.
Penso di aver lo stesso problema con gli Iron Maiden (potete mandarmi a fanculo subito, dopo o quando desiderate). Ho cercato di avvicinarmi alla band quando ero poco più che capace di intendere e volere (all’epoca di Somewhere Back In Time avevo chiesto questa cassetta ai miei, ricevendone in cambio un live dei Nomadi…), ma il fato ha voluto che la mia fede non andasse nel NWOBHM ma nei Black Sabbath, quindi non ci ho perso più di tanto. Questo per dire che, quando mi trovo a parlare di Iron Maiden, mi trovo in condizione svantaggiate e ho bisogno delle rotelle per pedalare sicuro. Conosco le canzoni, ma non sono mai stato un loro grandissimo fan, quindi parlo da estraneo e parlo con quell’oggettività ignorante che solo un non-adepto può avere.
All’epoca di Seventh Son of a Seventh Son, i Maiden avevano fatto già uscire 6 dischi in poco più di 7 anni, quindi ad un ritmo impressionante. Il sound era mutato con loro, così come anche la volontà di inserire i synth nelle canzoni. Come il buon Skan a suo tempo, anche io sono sempre dubbioso quando si inseriscono i synth, mannaggia a loro. Se usati un po’ così, finiscono per darti un sound che non ti tira fuori un briciolo di energia neanche a morire. O ti tocca pulire troppo il sound generale per farli sentire e apprezzare. Questo secondo fattore è quello che “penalizza” SSoaSS: un sound pulito, troppo leggero e quasi rivolto al pubblico della radio più che al fan dello stadio.
Io vi dico, se Moonchild e la title-track sono ottime canzoni che ci mostrano che i Maiden, nel 1988, sono lontani dall’essere bolliti, i dubbi funestano brani come Infinite Dreams o la leggerissima accoppiata Can I Play With Madness – Only The Good Die Young (anche se i chorus di entrambe funzionano allo stadio). Se vogliamo poi trovare altri punti un po’ zoppicanti, li possiamo riscontrare in The Prophecy (molto loffia nei punti in cui si ostina a rallentare) e, seppur mi ispiri dal punto di vista delle lyrics, non possiamo certo parlare di masterpiece quando citiamo The Clairvoyant o The Evil That Men Do.
Seventh Son of a Seventh Son è un album importante soprattutto se lo guardiamo adesso: segna lo spartiacque fra il prima con album spettacolari e cardini di un sound in continua evoluzione, e il dopo con la discesa post-1990 (iniziata proprio con No Prayer for the Dying). Nel 1988, i Maiden tirano fuori un album che ha più lati positivi che oscuri, ma se ci togliamo dagli occhi lo scintillio del nome, dell’importanza storica dell’album, della copertina fantastica e da quello che Moonchild o la title-track dicono ai fan (e non!) della band, scopriamo che SSoaSS poteva essere meglio.
O, almeno, così credo io.

E adesso potete incominciare a sputare addosso alla webzine, dire che non capiamo un cazzo (è vero, ma di questo me ne prendo solo io la responsabilità) e che i veri fan del metallo… etc etc.
Tutto vero, ma sticazzi.
[Zeus]

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3 pensieri su “Iron Maiden – Seventh Son Of A Seventh Son (1988)

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