Con ancora i buchi delle siringhe fra le dita. Alice in Chains – Dirt (1992)

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Certi album ti prendono male e lo fanno sempre. Dirt è l’equivalente musicale di quello che ha raccontato Nikki Sixx nei Diari dell’eroina: è la storia di un fallimento umano. Troppo umano, quindi c’è la possibilità di raccontarlo e metterlo in musica. Anticipa di molti anni un’altro disco dedito al fallimento, all’eroina e alla dipendenza da droghe e alcool: The Great Southern Trendkill.
Quelli che ascoltano sognanti Down In A Hole non hanno capito un cazzo, in generale si intende. Lo stesso dicasi per chi fa scorrere questo parto doloroso come se fosse un CD da sottofondo, non ci siamo e, con buona probabilità, vi meritate anche un Young Signorino a casa a fare dei vocalizzi. Rain When I Die mi ricorda una ragazza, dai capelli rosso fuoco – rosso fragola, che avevo conosciuto su internet – molto probabilmente in una di quelle putride chat che andavano alla grande durante i pionieristici primi anni di internet e del 56K (ve lo ricordate, vero?). Questa ragazza, italiana ma proveniente da un racchissimo cantone della Svizzera, era in fissa con ‘sta canzone qua e io, da galantuomo quale sono, ce l’avevo su PC – una delle mie prime incursioni nell’ascolto su computer della musica. Non ci ho guadagnato niente di più di un sentito ringraziamento (figuriamoci lo scorcio di una tetta, in controluce, velata da mano e paintbrush), quindi non posso certo essere accusato di averci lucrato sopra. In compenso, e qua sta l’ironia, mi ricordo che nelle interviste del tempo (non di quando ho mandato il file, ma di quando è uscito Dirt), gli Alice in Chains parlavano di questa Rain When I Die come di una canzone dedicata ad una ragazza. Ci sta come cosa.
Sono certo che loro, rockstar qual’erano, la scopata l’hanno rimediata.
E poi un tempo, per chi non era in fissa con il binomio Nirvana – Pearl Jam, c’era sempre la possibilità di canticchiare Them Bones o Would? e fare la figura di chi ne sapeva. Poi citavi gli Screaming Trees e finivi per essere lasciato in disparte perché, all’epoca, la band di Mark Lanegan (adesso venerato da schiere di hipster barbuti, con i risvoltini, il tatuaggio giusto e l’occhiale perfetto) era schifata e non la conoscevano se non in tre persone tre. Ma, se vogliamo, anche gli Alice in Chains erano una bestia a sé stante nel panorama musicale grunge dell’epoca: troppo duri e metallici per essere grunge, troppo morbidi e tormentati per essere realmente metal (si ricordano ancora gli sputi, porchi e madonne quando hanno fatto il tour con gli Slayer). Reietti musicali e reietti come persone, tutti alle prese con dipendenze da alcool, antidepressivi o, nel caso di Layne Staley, a giocare con il fuoco con l’eroina – gioco che, come sapete tutti, ha vinto quest’ultima per sfinimento del suddetto singer americano nel 2002. Sicuramente non poteva essere passato inosservato il grido di dolore che proveniva dai solchi di Dirt e il messaggio contenuto in Junkhead o God Smack non era certo quello di una persona che stava bene.
Dirt è un disco glorioso e lucido proprio perché è così disperato da essere capibile anche da chi, nella vita di tutti i giorni, non si inietta bruna messicana fra le dita dei piedi. Quando sentite Dirt, vi accorgete subito che dentro c’è tutta la sporcizia, il dolore, il male e la depressione di una persona/band. Avrebbero potuto alzare la mano, direi il proprio nome e parlare alle sedie in tondo in una delle riunioni della A.A. che tanto vanno di moda in America, invece l’hanno messa in forma canzone.
Alla fine l’eroina ha vinto e ha reclamato il corpo di Layne Staley, non più la rockstar milionaria e riverita dai fan di tutto il mondo, ma così simile ai tossici persi immersi in una pozza di vomito e sangue nel sottopassaggio vicino alla mia scuola.
[Zeus]

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6 pensieri su “Con ancora i buchi delle siringhe fra le dita. Alice in Chains – Dirt (1992)

  1. io li amo, li ho ascoltati molto. layne staley aveva una voce favolosa e con tutte le armonie vocali di cantrell venivano fuori canti di profonda disperazione e dipendenza, ma anche grande catarsi. o almeno questo ci trovavo io

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    1. Ciao Paolo, grazie mille per il tuo commento.
      La voce di Layne è sicuramente molto particolare, adatta ai brani degli AIC (o nei Mad Season) e le armonie di Cantrell facevano il resto per trasmettere quel senso di disperazione e catarsi che dici giustamente.
      I due Unplugged (Nirvana e AIC, giusto per citare due big del grunge) sono più un testamento che un’esibizione. Profumano di morte ad ogni nota.

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  2. Pingback: Alice in Chains – Black Gives Way To Blue (2009) – The Murder Inn

  3. Pingback: Prima di tutti i mali, Alice in Chains – Facelift (1990) – The Murder Inn

  4. Pingback: Mark Lanegan – Scraps at Midnight (1998) – The Murder Inn

  5. Pingback: Reunion di classe senza sugo. Silverchair – Neon Ballroom (1999) – The Murder Inn

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