Mentre il mondo gira, i R.E.M. pubblicano UP (1998)

The album cover has a series of squares

Siamo nel 1998, quindi in un momento particolare in cui la radio è invasa da gruppi come Savage Garden, i The Cardigans e molti altri gruppetti di questo tipo. I giovani incominciano a farsi le pippe, a vicenda, ascoltando lo smielato sound di cui sopra ed è tutto un rincorrersi fra chi trova la band più melodica, zuccherosa e, alla fine, irritante (non da ultimo, l’anno precedente, erano usciti i Sixpence None The Richer e Torn di Natalie Imbruglia – video che ha fatto più danni che altro nell’esperienza sessuale dell’adolescente medio, tanto da creare questo strano concetto di ragazza che poi, alla prova dei fatti e “della strada”, era vera come scoparsi un termosifone riempito di carne macinata).
Torniamo a noi e lasciamo stare quanti danni ha fatto Natalie Imbruglia all’adolescenza.
I R.E.M., se vogliamo, hanno sempre avuto un pass particolare in diversi ambienti: hipster prima che questo divenisse moda, melodici prima che divenisse moda, strani prima che… avete capito. Quindi il pass era d’obbligo, anche perché la qualità della musica di Out Of Time, Automatic For The People o New Adventures In Hi-Fi erano innegabili anche a chi, di quel genere, era all’oscuro. Up è arrivato che ero quasi alla fine del mio percorso scolastico nelle superiori e, in quel momento, certe sonorità mi graffiavano i nervi in maniera particolare: quelle proposte dai R.E.M. in questo disco rientravano proprio in quella strana fascia d’insofferenza.
Forse è dato dal fatto che Lotus e Daysleeper erano in televisione ogni momento o, forse, perché a 17 anni non riuscivo più ad accettare un certo modo di intendere la musica. E sì che i R.E.M. a me piacciono, ma Up mi è sempre stato indigesto e così anche Daysleeper. Il fatto è che, per molto tempo, parlare male di un disco dei R.E.M. signficava non capirci un cazzo di musica.
Ci ho messo molti anni a capire questo concetto fondamentale, sapete? Io, ancora adesso nel 2018, non ci capisco una beneamata minchia di musica, ma UP non mi prende comunque e, solo ora, posso dirlo senza sentirmi in velata posizione di sfavore nella discussione – situazione che potrei esemplificare con: quando discuti con il tuo capo che ha le risposte (anche se sbagliate), ma è comunque in una posizione di dirti che il tuo parere è un puro parere, il suo no.
Up è anche il primo disco senza il batterista storico e il cambio si è fatto sentire, non c’è ombra di dubbio. Poi si riprenderanno e assesteranno un crescendo di ritrovata ispirazione che li porterà, come la nave vichinga in fiamme, verso un fine gloriosa e, speriamo per la coerenza di Stipe&Co., definitiva.
Dopo anni di considerazioni, posso finalmente esprimere il mio pensiero e dire che, quando ho sentito UP, ho sperato nello scioglimento dei R.E.M. Una fine immediata e priva di strascichi. Fortuna che non mi hanno dato ascolto, ma questo non cambia il fatto che Daysleeper è una delle canzoni che, per molti motivi, elimino sempre dalle playlist d’ascolto.
[Zeus]

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