Deep Sabbath ovvero Born Again 35 anni dopo (1983)

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Cristo quanto è brutta la copertina. Questo è stato il mio primo pensiero quando ho preso in mano Born Again e, sia maledetto tutto il circo equestre paradiasico, mi son caduti gli occhi su questo obbrobrio rosso-blu-giallo che è la cover art del disco dei Black Sabbath del 1983.
A 35 anni di distanza, e con un pelo tanto sullo stomaco, posso ripetere che quella qua sopra è una cover oscena, seppur malvagia. Perché un capolavoro siffatto non può che provenire da gente cattiva e che cucina i gattini nel microonde.
Invece no, Cristo di un Dio!, non è così. Dietro tutto c’è il nome Black Sabbath e, seppur in procinto di scendere negli abissi di un periodo travagliato, hanno ancora una cazzo di gran reputazione, tanto da coinvolgere Ian Gillan a diventarne il cantante per questo progetto.
Spero che sappiate la storia ufficiale e che avete riconosciuto la stronzata che ho detto: l’alcolismo è la spinta principale che ha portato l’ex screamer dei Deep Purple a prestare l’ugola al nuovo disco dei Black Sabbath. Un matrimonio destinato a fallire subito, come quando esci con una ragazza e dopo 20 minuti ti accorgi che non funziona, perché lei, fra l’altro, ama gli 883 e tu vagheggi sui Pig Destroyer; ma tu comunque ti ci metti insieme, fate un po’ di sano sesso e ci rimani invischiato, con tutto il rancore che ti porti dentro fino a far esplodere tutto in alcolismo esasperato e comportamenti turpi.
Loro ci hanno creduto, a metà. Sapevano che non funzionava (i tre moschettieri vestiti di pelle e con il sound più lento e pesante e il singer in giubbotto di jeans, i vestiti colorati e i testi che parlano di sesso e altre amenità), ma sono andati avanti a testa bassa e così è uscito Born Again. Date le premesse, permettetemi di dirlo, poteva uscire molto, molto peggio.
Quello che abbiamo davanti è invece una registrazione che non doveva portare il nome dei Sabbath, masterizzato da un babbuino ubriaco, disfatto dagli ego enormi dei personaggi che si portava appresso, ma che cazzo ha dei pezzi che sono di una pesantezza e di una metallicità da far ricredere del Metallo anche chi, dalla retta via, si è scostato da un po’.
Il lato A è bestiale: Trashed e Disturbing The Priest (l’inizio è qualcosa che risuona maligno e deviato, quindi Black Sabbath) sono buone canzoni che ti fanno testare subito il lato strano di questo Born Again, ma è con Zero The Hero che arriva la mattonata nei denti. Ancora adesso, 35 cazzo di anni dopo (!), il riffone è talmente Iommi, talmente pesante e ossessivo che ti prende e ti fa capire che c’è un solo Dio su questa terra e risiede a Birmingham e benedice il mondo senza due falangi.
Che poi, porca puttana, che cazzo gli servono a Iommi due falangi? Tanto è Dio e, quando mette il plettro sulla chitarra, tira fuori riff da capogiro con la velocità con cui io rutto dopo una birra.
Il lato B è forse meno convincente o, per lo meno, mi ha preso di meno. Paradossalmente la title track ha un substrato bluesy che non avrei detto, il resto non mi ha mai preso al 100%. Sarò io, sia chiaro. Però il trittico Digital Bitch, Hot Line e Keep It Warm non lo riesco mai a ricordare, non mi salta mai in mente quando devo citare un brano del periodo intermedio dei Sabbath. Qualcosa vorrà pur dire, o no?
Non mi soffermo neanche sul ridicolo tour a supporto del disco (con Stonehenge in scala 1:1 sul palco), la sbronza permanente che mette fuori causa Bill Ward, i problemi che fanno scappare Geezer Butler, Smoke on the water suonata al rallenty e brutalizzata in versione Sabbath o Gillan che ci tenta ma in fin dei conti lui è nei Deep Purple.
Non dico niente, perché tanto lo sapete già. Possiamo dire, però, che c’è Tony Iommi che tira fuori, nel 1983, un disco cazzutissimo e metal (almeno per una buona metà) e poi vede la sua creatura sgretolarsi come neve al sole e tenersi in piedi solo grazie alle capacità paranormali del baffuto chitarrista inglese.
[Zeus]