Foo Fighters – The Colour and the Shape (1997)

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Durante l’estate ero un frequentatore assiduo della Germania per scopi di vacanza-studio. Ho sempre amato quel posto, quella capacità di arrivare, non imparare un cazzo di tedesco e di ritornare in Italia con lauree ad honorem su alcolismo e derivati molesti. L’alcolismo, fatevene una ragione voi benpensanti, è la prima forma di interazione sociale: bevi e parli. Quindi bevi, e così via fino alla distruzione assoluta delle cellule del fegato e dei neuroni cerebrali.
Quella era l’estate in cui i compagni di viaggio in Germania canticchiavano i Savage Garden (puttanalamalora loro) o Eminem (porcodemoniocanerabbioso) o diocristo le Spice Girl (utili, nei momenti di crisi, come Spritzplakat). Fanculo alla malora, che musica di merda che mi circondava, fortuna che le ampie birre fra le tette delle cameriere mi riempiva l’animo di una gioia insperata e che mi trasmetteva quella voglia di lodare il Grande Capro. Il problema è che i gruppi che ho descritto erano i più frequentati dalla compagnia (ex compagnia, visto che non ne vedo uno da epoche immemori – probabilmente ci sarà qualche santino votivo con la mia faccia, un paio di baffi e la scritta “coglione” sulla fronte, vai te a sapere) e il livello medio della musica mi produceva delle imbarazzanti perdite anali che io, da saggio frequentatore di bar, curavo con ampie dosi di luppolo e kebab.
Che poi diciamolo, tutti ad incensare la gente che ascolta quelle rivoltanti produzioni di letame sottolineando lo spessore umano e morale che contraddistingue questi individui; il paragone con chi ascolta rock/metal è dietro l’angolo. Se poi sapessero le scene degradanti che ho visto (e, ammetto, partecipato – ma i ricordi sono vaghi) che coinvolgevano sia i suddetti italici ascoltatori di musica dimmerda che dei nordici stranieri ascoltatori di musica della fogna, l’equazione “gente che ascolta pop/dance è uguale a gente perbene” cadrebbe.
Puttana la miseria se non mi sono ritrovato ad inalare merda e rifiuti cotti per tutto il giorno al sole cercando di scappare da un rave party dalla zona industriale poco distante da dove dormivo. Il tutto, ovvio, perché il mio coinquilino svedese aveva la fissa di andare ai rave per… che cazzo ne so… tirarsi su bomboloni di MDMA e abbracciare gli alberi, sicuramente non chiavare. Al che, quando in lontananza si sono viste le prime luci della polizia tedesca (gente che è meglio evitare di indisporre a prescindere), mi sono ritrovato bello che disteso sotto un cassonetto. Fortuna che la serata è finita bene, io sono rientrato barcollante, ho distrutto il vetro della cantina per entrare e, per condire il tutto di ulteriore degrado, mi sono trovato a conversare con la signora della casa dove dormire… e lei era ubriaca come un cazzo di barbone alcolizzato. Stupendo, mi sono sentito meglio con me stesso e potevo continuare a non fregarmene un cazzo del pensiero generale e potevo perseverare nel mio scopo ultimo: la conquista della Polonia.
Un mesetto prima della partenza era uscito questo disco dei Foo Fighters. Dave Grohl mi è sempre stato simpatico, in fin dei conti è un cazzone che si è trovato al comando di una baracca lussuosa e con il lancio pubblicitario dato da un colpo di fucile nel 1994. Non sono certo io a fargli ramanzine o dirgli che sta cavalcando, da 23 anni suonati, un successo altamente ingiustificato. Che cazzo, signori. Certo, a casa dei miei ho lasciato imbarazzaro diversi album dei Foo Fighters (regalati dai parenti perché sapevano che, all’epoca d’oro del grunge, ascoltavo i Nirvana, quindi 1+1=2). Certo, i video sono divertenti. Ma niente, tu ci tenti a trovare una scossa vera nella musica dei Foo Fighters e invece non trovi realmente niente. Sono un gruppo che scorre leggero, senza niente da dire, senza il minimo accenno polemico, di sfida o che altro. My Hero o Everlong sono carine e non cambi canale quando le senti, ma l’unica cosa che ti viene da pensare è: sono neutrali.
Nonostante questo, non gli vuoi male a Dave Grohl. Non ce la fai, perché lui ci mette l’anima e si vede che si diverte a fare quello che fa. Non si nasconde dietro stronzate, è riverito e adorato e se la gusta ‘sta situazione. Non puoi volergliene male e, sulla stessa onda, non puoi definire schifo un disco come The Colour and the Shape (copertina a parte), ma neanche definirlo un CD da avere a tutti i costi.
Io non ce l’avevo neanche con il mio coinquilino svedese, poraccio, nonostante mi abbia messo in varie situazioni evitabili. Lui ci tentava ad essere a posto, andava a ‘sti cazzo di rave per divertirsi ma poi, per un motivo o per l’altro, finiva sempre per scappare con le gambe levate o finiva leso sulle panchine del parco.
L’alcool è uno sport che non fa prigionieri.
[Zeus]

8 pensieri su “Foo Fighters – The Colour and the Shape (1997)

      1. Forse sono musicalmente facili ( attenzione: prendere il “musicalmente” come una parola inserita a casaccio, ho la dignità tipica di chi fa la distinzione binaria tra quello che mi piace e quello che no…)

        "Mi piace"

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