Funeral Mist – Maranatha (2009)

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Prima di passare a recensire il nuovo Hekatomb (uscito nove anni dopo questo disco e, stranamente, quasi in contemporanea con il nuovo Viktoria dei Marduk), voglio rigettarmi nelle braccia di questo Maranatha, secondo disco in studio di Arioch (aka come Mortuus quando canta nella Panzer Division Marduk).
Ho sempre sostenuto un fatto, l’entrata di Mortuus nei blackster svedesi è stato il momento in cui i Marduk sono cambiati e hanno incominciato a produrre dischi sempre più convincenti in studio. Forse in pochi se ne sono accorti, accecati com’erano dall’abbandono di Legion, ma Plague Angel è un disco ferale, veloce e brutale come pochi. Quello che il singer/compositore svedese ha portato con sé è un certo modo di intendere il black metal: spesso adagiato su ritmi più lenti, con parti declamate e torturate che si alternano a rabbiosi episodi di violenza cieca e assoluta. Il black metal dei Marduk, dal post-World Funeral ad oggi, sono questo e Rom 5:12 o Wormwood sono l’esempio lampante del ruolo di Mortuus nel nuovo sound.
Il pieno dispiego dell’idea di black metal che ha Arioch, però, è formalizzata nel progetto Funeral Mist. Attivi dal 1995 con vari demo, arrivano al primo disco nel 2003 (Salvation) e poi, con sei anni di pausa, ecco che esce Maranatha. Questo disco è un tripudio di bestialità assortite, in cui si mescolano influenze disparate (colonne sonore, musica tradizionale balcanica, parti declamate, momenti di puro black metal ad altri più contaminati sempre nella sfera estrema) e un messaggio religioso imperante, stravolto da una visione che, di salvifico, non ha niente. Questo è l’elemento disturbante: si leggono le lyrics e si ha l’impressione di un afflato religioso, ma sopra tutto c’è la lente sfigurante di una credenza satanica forte e corrosiva. Il messaggio che ne esce è bestiale e la voce di Arioch, blasfema e sfinente, è perfetta per raggiungere lo scopo che si è prefissa: farti compiere l’ultimo passaggio dell’equazione Religion = Shit.
I Funeral Mist, di cui continuo a parlare al plurale, ma è da Salvation che sono un progetto solista di Arioch/Mortuus, masticano e sputano (cit. casuale) un filone black metal lungo 30 anni e lo modellano secondo il proprio credo spirituale.
La prima volta che li ho sentiti mi hanno stupito, mi aspettavo qualcosa di similare ai Triumphator (band in cui è presente lo stesso Arioch – ma la cui velocità d’esecuzione è decisamente più elevata) o, al massimo, ad alcuni episodi dei Marduk stessi. Avevo l’erronea concezione che i Funeral Mist/Arioch fossero necessariamente stati influenzati dalla permanenza del loro leader nei metaller svedesi stupracristiani. Invece l’errore era palese al primo ascolto: il contributo ai nuovi Marduk da parte di Mortuus è enorme, tanto da pareggiare, a mio parere, il songwriting di Morgan.
Se i Marduk post-Legion hanno ritrovato un sound e una visione d’insieme, è anche merito di Arioch e della sua creatura Funeral Mist.
[Zeus]

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You Suffer. Napalm Death – Scum (1987)

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Se vogliamo, possiamo anche non parlare di questo CD. Tanto, chi più, chi meno, lo conoscete. Conoscete i Napalm Death, conoscete Scum e non avete problemi a reperire le informazioni su questa band. Vero?
Quello che vorrei sottolineare sono due fattori e il primo è relativo alla straordinaria apertura mentale di John Peel, il quale dagli anni ’70 in avanti ha portato in radio band che, adesso nel 2018, non passerebbero neanche su radio pirata. Questo è pensare avanti, mettere un piede fuori dall’ordinario e creare qualcosa dal nulla. Cosa che, ovviamente, hanno fatto gli stessi Napalm Death che, con Scum, hanno aperto la porta a quello che poi noi chiameremo GRIND. Vorrei proprio dirlo: chi metterebbe in onda, adesso, un disco/un live grind? Pressoché nessuno.
Io mi emoziono ancora quando, nelle rarissime volte che ascolto la radio, mi riesco a sentire Stairway To Heaven senza la falciatura finale. O, stesso discorso, una canzone dei Pink Floyd. Figuriamoci, una volta sono riuscito a sentire addirittura War Pigs dei Black Sabbath. Quindi, se tanto mi da tanto, riuscire a sentirsi una canzone dei Napalm Death rientra nell’ambito dell’improbabile, se non impossibile.
Giusto per darvi l’idea della cosa, in quella straordinaria prova live il quartetto Embury/Dorrian/Steer/Harris,solo in parte quello che aveva registrato Scum, visto che Embury, all’epoca, non era della partita, ha suonato per poco più di 5 minuti tirando fuori 12 canzoni (inseriti nell’EP The Peel Sessions del 1987).
Il secondo fattore esula completamente dal disco. Mi “ricordo” un concerto dei Napalm Death in Trentino (internet mi informa che era il 2006 – la memoria cede inesorabile). A memoria di molti, quel Metaldays Festival, è stato uno dei più devastanti in assoluto. Vi posso assicurare: c’era gente incredibile e tutti i metallari erano presenti in un modo nell’altro, fra cui gente che non conoscevo e che, negli anni successivi, sarebbe diventata parte della cerchia di amici.
Come headliner di giornata c’erano i Napalm Death. La band aveva da poco pubblicato The Code Is Red… Long Live The Code e da lì a qualche mese sarebbe uscito Smear Campaign. Stiamo quindi parlando di una band che, all’epoca, aveva oltre 20 anni di attività, 11 album (e innumerevoli EP etc) e tanti chilometri e concerti sulle spalle. Li ho visti arrivare in furgone, smontarsi le cose, essere disponibili e cordiali e poi, con furia cieca, distruggere il palco. Non mi ricordo molto del concerto in sé, il livello di devastazione aveva raggiunto ormai vette assolute, ma mi ricordo questo fattore: impegno, dedizione, umiltà e caparbietà. Mi ricordo che ero rimasto stupefatto dal cachet che chiedevano per suonare (stiamo parlando di poche migliaia di euro) e del loro essere con i piedi per terra. Ragazzi come noi che, per il tempo di un concerto, salivano sul palco e ti facevano fuori a calci in faccia.
L’efficacia della loro proposta, c’erano sicuramente estratti anche da questo SCUM, si poteva contare dal numero di scarpe rimaste sul terreno polveroso davanti al palco. E dalla gente che, sfinita, bruciata dal sole e con lividi grandi come pompelmi, ritornava mesta verso gli stand della birra o dove c’erano le tende.
Forse è questo che mi ricorda SCUM: la devastazione e il divertimento. La dedizione, senza sentirsi STOCAZZO, facendo quello che si sa fare bene: suonare canzoni veloci, brutali e impegnate.
Ma, soprattutto, mi ricordano che c’è un solo, grande, interrogativo che mi percorre la mente in certi giorni e lo potrei riassumere così

[Zeus]

Queen – Innuendo (1991)

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Oggi ho voglia di staccarmi dalla classica routine e mi ficco nel tunnel dei ricordi per parlare dei Queen. Se vogliamo, la band di Freddie Mercury non è neanche troppo distante dal concetto di hard rock che sosteniamo qua a TheMurderInn (seppur ci fregiamo di supportare maggiormente i generi più estremi).
Se dovessi cercare un disco che ho preso subito, questo è IL disco. All’epoca dell’uscita, come è logico, ho dovuto aspettare paghette mensili e regali dai parenti per poter avere un po’ di sane Lire da parte e comprarmi la casettina di Innuendo dei Queen.
Non avevo molte cassette a casa, sicuramente non tantissime di quella musica “dura” che tanto spaventava la gente comune, ma mi stavo informando nella maniera migliore: andavo dal mio vicino di appartamento, più grande di me di qualche anno, e mi facevo copiare su delle cassettine marcissime i dischi che aveva lui. Il primo che mi ricordo, non il primo in assoluto ma quello che mi ricordo per il numero di volte che ho sentito, era quello dei Dire Straits. Penso di aver sentito da lui i Queen o, forse, era un argomento di cui si parlava alle elementari (già, questo particolare mi è rimasto in mente).
Detto questo, mi sono comprato Innuendo e, ne sono quasi certo, il motivo principale era la cover art (strana) e poi per le canzoni che, in quel momento, spaziavano fra tanti generi e sottogeneri che facevano di Innuendo un viaggio molto particolare. Passavi da Innuendo alla melodia di These Are The Days Of Our Lives o I’m Going Slighty Mad e passavi anche all’hard rock di Headlong (una delle canzoni che, insieme a I Want It All, ha rinforzato in me i geni del mio percorso verso la musica del demonio).
Sapevi che però c’era qualcosa di particolare, perché altre canzoni che avevi sentito avevano più energia/esplosività e meno riflessività o uno strano senso di arresa (?) – fragilità (?) – finalità (?). Quando ho sentito questo disco, non sapevo assolutamente quello che stava succedendo all’istrionico cantante e quindi, nella mia ignoranza da bambino, sentivo solo belle canzoni e quella strana sensazione di non-allegria (perché non è un disco triste, ma…). Al tempo, grazie al Demonio, c’era più riservatezza sulle condizioni di vita delle persone e, visto che non c’era Wikipedia ad aggiornarti su tutto quello che succedeva nelle vite delle rockstar, i Queen avevano tenuto il massimo riserbo sulla malattia di Mercury.
Ho ascoltato questo disco per molto tempo, diciamo dalla sua uscita (circa) fino alla fine del 1991. Nel mentre avevo ampliato la mia collezione di BASF copiate e ci avevo aggiunto anche Greatest Hits II, con dentro quella I Want It All che mi emozionava e mi caricava. Quella era la fine di ottobre.
Il 24 novembre 1991 il giornale riportava la notizia che Freddie Mercury era morto e io non sono più riuscito a sentire Innuendo con le stesse orecchie di prima. Mi sono ostinato a prendere anche Made In Heaven, più per ringraziamento alla band che per una vera ed innata volontà di scavare nel torbido della memoria e del lutto musicale.
Ho tenuto Innuendo su cassetta e non l’ho mai ripreso su CD, nonostante gli abbia dato mille ascolti prima del 24.11.1991. Credo che debba restare così.
[Zeus]

Ghost – Prequelle (2018)

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Con cadenza quasi annuale, ci troviamo a parlare dei Ghost, la band di Tobias Forge. Dopo aver pubblicato un EP (Popestar) e poi un live (Ceremony And Devotion), era tempo di far uscire un LP. Stavo parlando con Mr. Bruno Slowtorch del fenomeno Ghost durante una gita fuori porta e abbiamo concordato su un fattore: prima o poi, Forge sarà costretto a cambiare qualcosa. La formula che ha trovato per i Ghost ha un numero limitato di riproposizioni, a mio parere, prima di diventare qualcosa di suonato benissimo ma di maniera. Il motivo sta tutto in un paio di fattori: Tobias Forge è l’unica mente dietro il progetto Ghost (fattore 1) e, quindi, prima o poi riciclerà riff o finirà le idee per adattare la musica al suo cantato (fattore 2). Ma non siamo ancora a questi livelli, infatti Prequelle è un disco che si fa ascoltare e, più di tutti, è un LP paraculo al massimo. Non poteva essere altrimenti, sia chiaro, visto che con Meliora avevano fatto il botto e appesantire la proposta, con chitarroni più metal, avrebbe costretto Cardinal Copia, la nuova versione del frontman, ad modificare l’approccio canoro e snaturare leggermente la creatura Ghost. Quindi ecco che “la band” prende a mani basse dal periodo anni ’80 per riuscire a costruire il sound che vuole per Prequelle, quel suono grosso, da stadio, con i riffoni spessi ma lisci lisci e la batteria che tuona e dal suono perfetto. Una miscela che più anni ’80 – arena rock non poteva essere.
Otto tracce (più due strumentali) ed ecco che il concept sulla peste bubbonica diventa una hit negli stadi e, vista la tipologia di musica, potenzialmente anche nelle radio – passa Bon Jovi, allora perché non i Ghost che, da parte loro, non suonano assolutamente più pesanti o inaccessibili rispetto ad una rock band del 1980?
Se vogliamo, la traccia più pesante e prog è Miasma, canzone strumentale che spezza il ritmo fra la prima parte del disco e le easy-listening Dance Macabre Witch Image (smaccatamente anni ’80) e Pro Memoria.
Come ho detto all’inizio, i Ghost non potevano uscire fuori con un disco diverso da Prequelle. Era connaturato nel DNA della band (aka di Tobias Forge) quello di tirarsi via dal rischio di fare un Meliora part Two, non potevano permetterselo. Ecco perché Prequelle è il disco extra-orecchiabile, paraculo, anni ’80 e adattissimo ai teatri che ci troviamo in mano. Il nuovo CD dei Ghost è il segnale che Tobias Forge ha delle cartucce da giocarsi e che la causa con i Nameless Ghost non ha intaccato il suo songwriting. Questo dovrà cambiare, prima o poi, perché le parole buone su LP similari (seppur diversi sotto diversi aspetti) possono finire.
Non in questo caso, però. Prequelle è buono anche per chi ha amato la svolta più hard rock del precedente LP.
[Zeus]

Gang Band Festival 2018 (Baselga di Piné)

Lo dico subito, per il buon Skan e il sottoscritto non è stata una scelta semplice e venire a questo festival è stato un processo decisionale che ha escluso il più grande Rock The Castle. Ma ormai siamo vecchi e il pensiero di restare inchiodati sotto il sole cocente, da veri TRVE metaller, non ci attirava minimamente e così, visto l’headliner di giornata (i Nanowar Of Steel), la foto della location (vicino al lago di Piné in Trentino) e il totale relax che traspariva dalle foto, ci siamo decisi per il Gang Band Festival.
La realtà dei fatti ha pareggiato l’aspettativa e il leggero venticello che soffiava riusciva a non farti rimpiangere la scelta mentre stavamo aspettando la sera. Ma il fatto di avere 5/6 gradi in meno rispetto a Bolzano, cari miei, era già una manna dal cielo.
Il posto è buono, bel prato, ombra e visto che non si aspettavano le folle oceaniche del Rock The Castle, tutto era fatto a misura d’uomo: campeggio gratuito, servizio di catering e il posto che ha subito un assedio costante per tutto il pomeriggio: lo stand della birra.
La prima manifestazione è stata fatta ad uso e consumo dei turisti del luogo, visto che era un concerto di bande locali e così ci siamo svaccati sul prato, all’ombra, mentre le bande di paese spaziavano fra canzoni tradizioni e colonne sonore di film. Il tutto vestiti di tutto punto con i costumi tradizionali.
Ironia della sorte, i turisti hanno anche rumoreggiato perché la banda locale faceva troppo casino… avessero saputo cosa gli aspettava dopo, avrebbero eretto monumenti al sound rilassato che li aveva accompagnati mentre si arrostivano al sole.
In questo momento ho un dubbio atroce, sulla locandina c’erano segnate tre band prima dei Nanowar Of Steel; alla prova dei fatti sono salite quattro band e io, vi giuro, non so che nome assegnare alle prime due. Scusate.
Facciamo così, io ci provo e poi mi correggerete…
I primi a salire sul palco sono i Pussynet cleaning Services di Piné. Il suono esce benissimo dalle casse e loro fanno un punk-rock melodico (California) e scaldano un po’ le assi. Io non sono un amante del punk rock, a parte i Social Distortion, quindi mi fermo a dire che hanno fatto il loro show e hanno lasciato spazio alla band senza nome.
Non ho idea di chi siano quelli che sono saliti sul palco dopo i punk rockers trentini. Quello che so, però, è che il set è tutto incentrato su cover di band famose (rock indipendente, rock revival e così via, quindi mi ricordo nomi come i The Jet, i Priestess etc) e il pubblico si è subito mosso di più. I trentini, anche questa band senza nome era di zona, si è portata un buon seguito di amici e il rapporto stretto fra le band ha portato ad un buon supporto reciproco fra i vari gruppi.
Finito il set della band, Skan e io ci siamo trovati d’accordo su una cosa: la band era bravina, faceva il suo lavoro senza infamia e senza lode (ed è una gran cosa rispetto a gruppi che torturano le canzoni! N.d.A), ma la vera nota di merito va al cantante, veramente bravissimo.
Dopo questi ragazzi, ecco che salgono i Vortika (Valle di Cembra). Non mi hanno preso molto, anche perché il sound che spaziava in varie sottosezioni di nu-metal et similia non mi ha mai preso. Quindi ne abbiamo approfittato per rilassarci e passare un po’ di tempo distante dal palco. I suoni, come per i primi due gruppi, erano molto buoni, chiari e potenti ed è stata una piacevolissima sorpresa.
Finito con i Vortika, raggiungiamo di nuovo la nostra zolla davanti al palco. La gente ha incominciato ad affollare la zona antistante alle transenne, ma a guardarmi alle spalle (direzione banco birra), posso giurare che il rapporto è 20% davanti al palco – 80% a bere come assassini (Odino vi loda ragazzi e ragazze!).
Un po’ in ritardo sui tempi, iniziano a suonare i Bullshit. Alla chitarra ritmica ritroviamo il cantante della band senza nome, mentre il resto del gruppo è formato da ragazzi che ho scorto nel parco e a bere birra. I Bullshit attaccano subito con un adrenalinico rock-metal e non smettono di picchiare fino alla fine. Hanno ironia e suonano abbastanza bene, con il cantante che è evidentemente divertito e questo è sempre bello e fa show. Anche il resto del gruppo è di ottimo umore e fa sì che tutto il concerto sia energico, abbastanza metal ma con l’animo rock e condito da bestemmie e pezzi ironici (mi ricordo Bunga Bunga – non credo che devo spiegarvi il significato e/o il testo), cover (la sigla dei Cavalieri dello Zodiaco) e una serie di pezzi originali influenzati tanto dalla band di Lemmy, quanto dal rock degli AC/DC etc.
Finito con i Bullshit, è il turno degli headliner di giornata: i Nanowar Of Steel. Loro sono divertenti e suonano veramente bene e, per me, iniziare il concerto con Bestie di Seitan è stato un colpo bassissimo visto che mi sono esaltato subito. Un problema, però, è sorto immediatamente: i suoni, fino a quel momento ottimi e potenti, erano completamente sbilanciati e a tratti non si capiva assolutamente niente. Molte volte sapevo cosa stavano cantando solo perché mi ricordavo i testi, ma da davanti al palco non si capiva assolutamente niente di quello che stavano dicendo (peccato, perché ci sembra di aver capito che hanno fatto variazioni sul testo su Sottosegretari alla presidenza della repubblica del Truemetal). A parte questo fattore, un po’ fastidioso, il concerto è andato avanti alla grande prendendo pezzi dalla discografia: da Barbagianni400 Calci, da Ode al CetrioloFeudalesimo e Libertà (accolta con un boato da molti dei presenti). La band ha presentato la nuova The Call Of Cthulhu e poi ha tirato fuori anche Esce ma non mi rosica A cena da Gianni.
Togliamoci il dente subito: il pezzo che ha ricevuto il boato più grande, forse forse a pari merito con Feudalesimo e Libertà – ma non credo, è stato Giorgio Mastrota. Questo è il pezzo che molti aspettavano e, lo ammetto, io con loro.
Finito Giorgio Mastrota mi guardo di nuovo alle spalle, credendo di vedere il pienone… ma niente, la percentuale si è forse spostata su un 35-65, ma la gran parte della gente continuava a donare il fegato a Satana! Ci vuole dedizione anche in questo, il Valhalla vi aspetta.

Quando ci siamo allontanati dal palco stavano ancora andando le ultime note dei Nanowar ed erano quasi le due di mattina. Che trip temporale degno di Cthulhu.
[Zeus]