Sesso, Satana e malattia mentale. Belphegor – Bondage Goat Zombie (2008)

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Questo disco l’ho ricevuto a seguito di uno strano rapporto lavorativo che mi vedeva pubblicizzare un’attività commerciale in cambio di attività predatorie su dischi della stessa attività commerciale. Il rapporto non è durato moltissimo, anche perché la capacità attrattiva dell’attività di pubblicizzazione era minima (era un momento difficile dato dalla chiusura di sempre più negozi di dischi a fronte dell’aumento del download selvaggio) e, dall’altra parte, i dischi che mi arrivavano stavano incominciando a peggiore di qualità in maniera a dir poco imbarazzante.
Nella seconda metà di questa bislacca storia lavorativa, mi arriva fra le mani il demo CD dei Belphegor – band che si sente vicina anche per via della vicinanza fra la mia Provincia e il fu glorioso Impero Austro-Ungarico. Nel 2008, quando ho messo le grinfie su Bondage Goat Zombie, gli austriaci di Salisburgo erano attivi da 15 anni e avevano fatto uscire 6 dischi ufficiali. Non poco, tenendo conto che il precedente CD in studio era il pregevole Pestapokalypse VI. Quindi le premesse per un prodotto decente c’erano tutte, soprattutto sapendo che il buon Helmuth ha la capacità di coniugare bucoliche e poetiche immagini che rimandano alla tradizione Pornhub con anal, satana, tette, morte, distruzione, bestemmie, malattie e perversità. Quello che ci vuole, a mio parere.
Prendendo spunto da un moderato pensatore qual’era il Marchese De Sade, Helmuth e Serpenth tirano fuori nuove tracce di blackned death metal in cui i suddetti #tag sono rispettati appieno. Perversità sessuali (Sexdictator Lucifer) e bestemmie ai santi (Stigma Diabolicum) in un’unica traccia e tutti a casa contenti. Più o meno, se vogliamo fare i pignoli.
Pur apprezzando tutti i contenuti linguistici, sia inglesi che teteski del malatissimo Helmuth, Bondage Goat Zombie non brilla in maniera particolare. Ci sono momenti di improvvisa illuminazione e la canzone picchia come un fabbro cornificato dalla moglie, ma in altri momenti la violenza gira a vuoto e, quando questo succede, anche impalamenti (The Succubus Lustrate) e maledizioni ai morti diventano meno imponenti e deflagranti. Non so se mi sono spiegato. La violenza verbale deve essere assecondata dall’efficacia musicale, se no si finisce per tirare avanti la carretta con brani blasfemi, ma in cui non c’è un’oncia di brutalità musicale ben mirata alle tue palle.
Mettere nello stereo i Belphegor, rimette a posto il karma visto che equilibra tutte le visioni di gattini coccolosi e cagnetti pucciosi che si vedono in facebook o sulle piattaforme che frequentate, ma comunque mi aspetto sempre qualcosa dalla band. Qualche scintilla in più, sicuramente. In B.G.Z. ci sono poche vere variazioni sul tema (non mi aspettavo rivoluzioni Copernicane, porco il mondo, lo capisco anche io che i teteski non è che devono fare gli Yes) e tutto il disco vive sullo stato di grazia dato dall’aver dato nuovo lustro al bondage e alla dominazione in ambito black/death.
Un po’ poco se vogliamo dirla tutta.
Faranno di meglio nel futuro, cambiando ancora il suono e lustrando ancora di più le lyrics per immettere ancora più categorie porno nel sound e ancora più bestemmie da far piangere sangue a Gesù.
I Belphegor sono una garanzia sotto questo aspetto.
[Zeus]

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Alter Bridge – The Last Hero (2016)

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C’è una certa similitudine fra gli Alter Bridge e i Foo Fighters, secondo me. Entrambe le band nascono sulle ceneri fumanti di due band molto conosciute, ok i Nirvana hanno avuto un impatto decisamente diverso sul panorama musicale rispetto ai Creed; entrambe le band riescono a riempire gli stadi, sia gli A.B sia i Foo Fighters hanno un piede nel grunge stesso (Myles Kennedy era il leader dei Mayfield Four – “grunge” di seconda fascia) e con buona pace di Tremonti, leader degli Alter Bridge, è il frontman Myles a condividere con il gigione Dave Grohl il ruolo di catalizzatore degli sguardi e delle attenzioni dei media.
I paralleli si sprecano, secondo me. Ma manca ancora il vero punto forte, il piatto principale: le due band americane condividono lo stesso concetto di hard rock da stadio carino e mai realmente cattivo/aggressivo. Gli album piacciono perché scorrono bene, senza intoppi, senza prenderti a badilate nei denti.
Certo, le chitarrone grosse, negli A.B., ci sono. Logico che la produzione è quella pompata, così pulita e splendente da essere invidiabile. Persino quando li ascolti su marcissimi mp3, senti distintamente tutti gli strumenti e le particolarità; pensa te se li sentissi dall’Hi-Fi di casa.
Il problema è proprio questo, cazzo. Gli Alter Bridge suonano, e molto, ma sono l’aperitivo analcolico da servire quando hai da intrattenere gente che ti dice “ascolto musica dura” e tu, con una spada nel costato, sai benissimo che il suo “musica dura” non si avvicina neanche a volerlo al tuo concetto di “heavy metal o extreme music”. Per questo motivo nascondi con garbo la maglietta degli Inquisition o di chi volete e metti su gli Alter Bridge che, ad orecchio, hanno il giusto mix fra chitarre pesanti, melodie bubblegum e percentuale easy listening che ti permette di sfangarla coi succitati ospiti e gli sguardi tristi e sconsolati della sua ragazza che ti guarda come se ti stessi accoppiando con il loro cane mentre stai bevendo sangue umano e bestemmiando Dio, la Madonna e tutti gli dei del Pantheon mondiale.
The Last Hero, ultimo album in studio della band, non si discosta dal discorso che ho appena fatto. Solito mix di suoni, melodie e composizioni che suonano hard rock (senza dubbio), ma che non incidono l’animo. E sì che le linee vocali di Myles Kennedy, ormai presente in ogni dove (anche grazie alla fortunata collaborazione con Slash), non sono proprio male. Sentitevi cose come Show Me a Leader My Champion e capite cosa intendo, i chorus vi rimangono in testa e sono perfettamente studiati.
Peccato che, passate un paio d’ore, non mi ricordo un cazzo di quello che ho sentito. Le canticchio sul cesso, sotto la doccia o lavando i piatti ma appena il cervello si sconnette un secondo mi perdo. Niente da fare, melodia scomparsa e il motivetto sotto era…
Vorrei aggiungere ancora una cosa, e non lo faccio come forma di crudeltà ma per mera volontà di condividere con me il mio tormento: vi rendete conto che vi tocca sorbirvi ben 14 episodi della stessa formula verse-chorus-verse? 14 canzoni che procedono, più o meno, nello stesso modo – partenza ruvida e poi chorus melodico (From The Cradle To The Grave etc etc) o la ballatona strappamutande e poi il chorus da stadio (You Will Be Remembered)!
Ripeto in modo da non essere frainteso: gli Alter Bridge fanno il loro sporco lavoro e lo fanno bene. Le canzoni ci sono e riempiono gli stadi, come con i Foo Fighters. Il problema sta tutto che sono brani troppo educati e, questo, me li fa dimenticare.
[Zeus]

Kawir -Πάτερ Ήλιε Μήτερ Σελάνα (2016)

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Non conosco da molto i greci Kawir, lo ammetto senza neanche troppa vergogna. Lo so, sono attivi dal 1993 (il primo promo con Necroabyssious dei Varathron) ma sticazzi, ok? Alla fine ci sono giunto anche io e va bene così.
All’inizio, appena sentiti, mi avevano anche esaltato. Hanno quell’attitudine tutta greca nei confronti del black metal, quella componente Rotting Christ che qua a TMI piace molto. Hanno i cori, le melodie che profumano di tzatziki e agnello allo spiedo, i milletrecento strumenti per creare l’apoteosi sonora e, logico, cantano i greco – elemento questo che ti permette di a) inventare le lyrics un po’ come cazzo ti piace; b) eviti di sentire quell’inglese trovato per strada che contraddistingue le band non di madrelingua (e sì, sia nel Mediterraneo sia nel Nord dell’Europa si sente che piazzano strafalcioni).
Quello che mi ha fregato è stato sentire, come prima traccia di questo Πάτερ Ήλιε Μήτερ Σελάνα la seconda canzone, Διόνυσος (tradotta come Dyonisus). Questo brano ha un buon tiro e mi piace, sia come sviluppo melodico sia come vocals. Persino tutti gli zufoli sotto ci stanno e non sembra di essere alla sagra della Feta. Se poi aggiungete i chorus epici alla Aealo dei Rotting Christ, avete vinto.
Ma poi è tutto il disco che ha questa tendenza ha prendere la band dei fratelli Tolis come faro nella notte. La produzione non è pulitissima per quanto riguarda il riffing, quindi non hanno il feeling plasticoso delle ultime fatiche in studio dei Dimmu Borgir e il costante senso di “cerimonia in atto”, dato dal ripetersi delle ritmiche e dall’ossessività di certe parti è un plus che non posso non segnalare. Ovvio, questo giudizio aumenta in maniera spropositata se avete Aealo e/o le ultime produzioni dei Rotting Christ come punto fermo nella discografia.
Se vogliamo, però, Πάτερ Ήλιε Μήτερ Σελάνα è vagamente troppo lungo: oltre un’ora di musica che, per quanto variegata non si discosta troppo dalla formula base, è comunque tanta. Noia? Non direi, ma un paio di canzoni in meno e un minutaggio ridotto avrebbero alleggerito la cosa. Questo non significa che non potete godervi il feeling guerresco di Ηρακλής μαινόμενος (aka Hercules Enraged) o dell’effetto bellicoso dato dall’incontro straniante fra i succitati Rotting Christ e i Eluveitie di Χαίρε τρίμορφη θεά (Hail to the Three Shaped Goddess) che sembra un lato B della band di Sakis.
Come potete vedere, i padri-padroni del genere sono sempre loro, i due terribili fratelli e non ci si scappa. Se si vuole suonare black metal in un certo modo, il riferimento naturale è diventato quello prodotto da Themis, Sakis e compagnia, quindi le recensioni riflettono questo trend.
Kawir nel 2016 approfondiscono la lezione impartita dai maestri del genere, la rielaborano aggiungendo un feeling pagan metal che rimanda più alla tradizione centro Europea, e lo risputano fuori. Se vi piacciono i nomi che ho citato, un ascolto datelo, questo è poco ma sicuro. L’unico lato negativo, a mio avviso, è che dopo un po’ il grado di sopportazione per quello che suonano scende e potreste essere tentati di fare skip sulle canzoni (cosa che, ovvio, con i Rotting Christ NON SUCCEDE MAI).
[Zeus]

Gorgoroth – Destroyer, or About To Philosophize with the hammer (1998)

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Nel 1998, Infernus e la compagnia dei Gorgoroth si trovano nel mezzo di un passaggio impensabile per una band black metal degli albori: registrare per la potente Nuclear Blast, una casa discografica che è come la globalizzazione, riesce a rendere molte cose tutte uguali. Oltre ad essere sotto major, ecco che Destroyer disfa il concetto di band e si vedono mille singer (Gaahl, Pest, Infernus e T-Reaper) e ben due drummer (FrostVrolok). Mettete insieme questi fattori e aggiungete al mix anche la volontà, esplicita, di allontanarsi dal sound black metal puro e inserire nella musica della band norvegese un pizzico di industrial: questo insieme di cose crea il substrato per un disco, Destroyer, che zoppica già dall’inizio.
Ci sono alcune buone idee, ma la band non le sfrutta appieno e quindi sono l’equivalente della mezza scopata. Le capisci, ma non ti soddisfa neanche un po’.
Sentitevi, per esempio, Blodoffer. Vi sfido a dirmi se questa canzone, nel disco, ha un senso compiuto. Sembra buttata nel mischione senza un’idea precisa: via dal black metal, dentro l’industrial… ma che idee ci mettiamo sopra? Alla resa dei conti, nessuna veramente papabile. Ma già con la title-track capisci che c’è qualcosa che non quadra al 100%: furiosa, brutale, registrata male e incapace di inchiodarti con quella sensazione di odio e disgusto che una black metal song dovrebbe istantaneamente trasmettere. Destroyer è disturbante, ma non incide. Open The Gates migliora la percezione che si ha del disco, procede bene, cadendo poi sulla parte in clean che non c’entra praticamente un cazzo con quello che stanno cercando di creare. Questo lo dico perché, toglierle o aggiungerle quelle clean, non avrebbe cambiato minimamente il senso della canzone – indi, come nella scrittura, se un evento inserito nella trama non cambia niente, vuol dire che è inutile.
The Virginborn ha un riff che piace, ritmiche lente e disagiate, ma si trascinano per ben otto minuti. Troppi per la canzone, potevano ridurla a qualcosa di meno, ma si vede che il duo Tormentor – Infernus (qua anche alle vocals) avevano un’idea diversa. Non la mia, sia chiaro.
Chiude il CD la cover di Slottet i det fjerne dei Darkthrone, quindi i Gorgoroth si confrontano con i capostipiti del genere, impresa ardua per tutti ovvio. Lascio a voi il giudizio, ma l’idea che la registrazione/il mixing abbiano tranciato le gambe alla band e bagnato le polveri al brano si fa largo di ascolto in ascolto.
Il 1998 è un anno di passaggio per molti gruppi black: dapprima misconosciuti e trattati come lebbrosi, si ritrovano fra le mani un sottogenere che la gente desidera ascoltare e, cosa principale, che le case discografiche vogliono vendere. Il passaggio è talmente brutale che molte band estreme vanno allo sbaraglio, come la cavalleria polacca contro i panzer teteski.
Nel caso dei Gorgoroth, piuttosto che questo tentativo poco riuscito di staccarsi dal black metal e affondare i piedi in un sottogenere fatto di Satana, black metal e industrial, li preferisco nella versione del periodo Gaahl, almeno le canzoni suonano organiche e coerenti. Agli occhi dei die-hard fan non saranno mai come i primi dischi, ma almeno hanno delle idee concrete che sviluppano decentemente.
[Zeus]

CROWN – The One (2012)

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Ho scoperto questa band durante il Kaltenbach Open Air. Li ho visti in scaletta, ho letto cosa facevano e mi son detto: chi cazzo sono questi CROWN? Francesi ok, ma chi li ha mai sentiti. Al primo impatto mi erano piaciuti, ma in alcuni pezzi non trovavo “la botta”. Dopo che me li sono ascoltati, di sera, con le cuffie e il silenzio intorno ho capito che non è quello il parametro giusto per definirli e recensirli.
AL Kaltenbach ero in pieno delirio sensoriale dato da un’alimentazione che aveva già superato di molte unità il limite minimo di “grassi saturi idrogenati” e di “fritto misto con olio da petroliera”, quindi avevo il cervello che viaggiava su velocità stranianti.
Su disco, i Crown hanno lo spessore del trip. Hanno l’incedere giusto, l’esplosione c’è solo che è una deflagrazione in slow-motion che si avvita e ti prende. Non scoppia come il classico black metal, con bestemmie e violenza varia, questi Crown sono lenti (doom), pesanti (e qua i recensori seri direbbero che puzzano di sludge) ed elettronici, ma quando parte lo scream c’è tutto il disagio, così come quando indulgono su un clean che non è bello in senso stretto, ma è funzionale a quello che devono raggiungere, una sorta di nenia liturgica.
The One è il primo EP della band, quindi le idee sono fresche e, per me, già focalizzate sul punto e risultato. Non suona come un mezzo disco, ha una sua completezza e un’identità ben precisa. Parte bene, con le due lunghe Cosmogram e la title-track, ma poi è con la doppietta centrale che si tira dritto verso le stelle.
100 Ashes è doom, lenta, sognante quanto basta e con una ritmica ossessiva quanto basta. Il clean non stona, visto che aumenta il tasso di viaggio mentale che questa traccia mette sul piatto. Mare segue la canzone precedente, ma io la vedo come un proseguo, una doppia traccia che, separata dalla prima, perde un pezzetto di fascino. Dove 100 Ashes gioca su un doom leggero e “quasi etereo”, Mare ti illude con una intro similare, ma poi ecco che tirano fuori un riff doom-sludge pesante, marziale e condito dalla stessa clean vocals di prima, giusto per tenere ben in vista il “momento trip mentale”.
Chiude l’EP Orthodox – brano che con i suoi quasi 10 minuti di durata occupa praticamente un terzo della durata del disco.
Io mi sento di consigliarli, poi voi fate come vi pare.
[Zeus]

Misantropi di tutto il mondo, unitevi! For I, the Misanthropist degli Human Serpent (2018)

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Contro il solleone che che ci ha massacrato per gran parte di luglio e agosto, direi che l’unico rimedio possibile è quello di rinchiudersi in una buca nel terreno e buttare su musica terribile, oscura e brutta quanto basta. Vade retro positività e vade retro attitudine al cambiamento! Con gli Human Serpent si parla sempre e solo di disgusto verso l’umanità intera e, guardando quello che è successo, potete dare torto ai greci?
For I, The Misanthropist prosegue il discorso iniziato con Inhumane Minimalism e quindi un suono che va dritto al sodo, martellando senza pietà con riff soffocanti e reiterati, circolari si potrebbe dire. Le vocals sono degli scream incomprensibili, torturati e che si sfaldano contro il muro d’acciaio sollevato dalla sezione ritmica (a cura di I.) e dalla chitarra di X. (responsabile anche del basso e delle stesse vocals).
Già con la title-track si nota che il riferimento è sempre quello dei Sargeist, infatti il finale che puzza quasi di rock ti fa andare a ripescare le soluzioni più easy dei finnici. Quello che piace nella proposta degli Human Serpent è la capacità di instillare il germe del black metal, non negandosi la possibilità di creare ritmiche che hanno un groove efficace, così distante dal mero tripudio di riff concentrici zanzarosi (che ci stanno, sia chiaro, ma non è quello che stanno cercando di creare questi greci). Se vogliamo trovare qualche paragone diverso dalla band di Shatraug, allora possiamo andare a parlare degli Mgła e non spariamo troppo distante (sentitevi, per esempio, Temple Of Despair The Scars Of Millions – tracce che richiamano in maniera abbastanza esplicita quanto fatto dai polacchi).
Una cosa è certa, però, se volete trovare misantropia e velocità, allora For I, The Misanthropist è il disco che fa per voi. Non manca nessuna delle due caratteristiche sopra citate, quindi ecco che i titoli riflettono odio e schifo (Deep Seated Pessimism, Blessed is the Man who expects nothing), le parti veloci con i tupa-tupa a go-go e il dinamismo fornito dalla batteria di I., capace di guidare la barca greca con buone soluzioni, anche quando solleva il piede dal doppio pedale e dal blast beat selvaggio e si riserva di creare pattern efficaci, più semplici e spezzano l’eventuale monotonia di un brano altrimenti privo di necessari sfiati (…To Son Of Nothing).
La solita copertina con le facce mosse e spettrali è il trademark della band, un atto necessario per definire quanto inutile è l’essere umano.
I greci Human Serpent sono arrivati preparati alla prova del terzo disco, quello che solitamente è lo spartiacque fra l’ingenua e arrembante violenza dei primi dischi e l’inevitabile maturità e le possibili difficoltà nel songwriting. I tre anni passati da Inhumane Minimalism hanno fatto bene alla band che, non trovandosi costretta a buttar fuori dischi a cadenza annuale, ha potuto tirar fuori un disco convincente.
[Zeus]

Orange Goblin – The Wolf Bites Back (2018)

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A me, il precedente disco in studio (Back From The Abyss) era piaciuto. Non era certo il primo disco, quel Frequencies From Planet Ten che tanto ha fatto per la causa degli Orange Goblin, ma stiamo anche parlando di un disco uscito nel 2014 confrontato con uno nel 1997 – altri tempi cazzo.
Qua, nelle latitudini del metal, ogni anno che passa assomiglia a quelli del cane.
Questo per dire che The Wolf Bites Back, uscito due mesi fa, è la fotografia di un’evoluzione che ha portato la band di Ward da dov’era a dove sta stazionando in questi tempi: quindi meno stoner in senso stretto, ma più diretti, ficcanti e con l’attitudine da “cazzo duro” che fa tanto bene per le band hard&heavy che vogliono realmente dire qualcosa.
Le coordinate rimangono quelle dei precedenti dischi in studio: hard rock pesante e con riflussi alla Corrosion of Conformity, una sana percentuale di stoner (meno che in precedenza, ma in quantità significativa) e poi l’immancabile rimando ai Motorhead che già percorreva anche il precedente Back From The Abyss.
La doppietta iniziale ti fa capire subito cosa vuole la band inglese da questo disco: un discorso onesto, schietto, ruvido e intriso di whisky.
Sons Of Salem ricorda la succitata band di Keenan, ottima da sentire dal vivo e capace di farti dimenticare i problemi del lavoro e ogni affanno del caldo nel giro di 3 minuti contati. Subito dopo parte la title track che si fa trascinare dalla buona stella dell’hard rock targato seventies e non ti lascia in pace, a partire da quella chitarra acustica che anticipa il giro e il crescendo che in meno di 40 secondi ti farà premere l’acceleratore della macchina a tua insaputa.
The Wolf Bites Back, la canzone, è uno di quei brani che ti ascolti mentre sei sulla statale e fra te e l’orizzonte c’è solo una lingua d’asfalto calda. La title track è una canzone così, ti accompagna nei viaggi perché non cede, non demorde e ha groove.
Dopo la doppietta iniziale, Ward&Co. ritornano a produrre quello che sanno fino ad arrivare a metà disco e qui parte la strumentale In Bocca al lupo: io non so voi, ma ogni volta che la sento il primo rimando è quello verso i  Valhall di Fenriz.
Questo è l’unico momento di calma, perché subito dopo parte la scudisciata fatta di ritmiche motorheadiane di Suicide Division (ci sta e spacca, ma ad un primo ascolto non credi neanche di sentire un CD degli Orange Goblin) e poi ecco che attaccano con il blues marcio di The Stranger. Io me la immagino in uno di quei vecchi pub inglesi, quelli pre-rivoluzioni salutiste, in cui entri tagliando con il machete l’aria satura di fumo e sposti a gomitate ombre scure di ubriaconi locali, zoccole sdentate e gente pericolosa seduta sugli sgabelli e persa in sogni alcolici da cui è meglio non risvegliarla.
Sotto tutto c’è questa colonna sonora, The Stranger, e ci sta bene.
In chiusura di disco si segnala l’episodio più stoner (Burn The Ship) e poi i cinque minuti di Zeitgeist, canzone che non mi ha intrigato molto nonostante i miei molti tentativi. Non brutta, non fatta male o che stona, solo che come chiusura mi aspettavo qualcosa di diverso e Zeitgeist non riesce a fornirmelo al 100%.
Si diventa pretenziosi con l’età, che ci volete fare.
[Zeus]

Apocalyptica – Plays Metallica by Four Cellos (1996)

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Nel 1996 usciva questo disco. Lo conoscete tutti, no? Gli Apocalyptica vengono scoperti per caso e, sentendo che coverizzano con i violoncelli delle canzoni dei Metallica, vengono convinti a registrare un intero CD (43 minuti di musica) contenente solo cover dei quattro californiani. Questo disco, bene o male, l’avete sentito tutti e non credo ci sia bisogno di recensirlo. Apocalyptica Plays Metallica By Four Cellos (da qua in avanti, APMBFC) è un prodotto che metti su quando hai la tipa che non ama il metal ma che certe sonorità le garbano (a.k.a cagacazzi), quando vorresti sentirti qualcosa di metal ma sei a casa e i tuoi indicono una crociata contro le sonorità più violente di Al Bano (fortunatamente non era il mio caso, mi avevano già distrutto l’adolescenza negandomi Somewhere In Time dei Maiden) o quando hai un mal di testa da sbornia, ma non vuoi virare sulla musica da radio per non perdere l’ardore metal che ti contraddistingue.
La purezza è la via del metallo.
L’ho ascoltato diverse volte, più di quelle che avrei voluto. Mi piaciucchia… e già il termine così vi dovrebbe dire che il mio livello di affezione verso APMBFC è scarso, e non riesco a sentirlo tutto intero. Al massimo, quando mi prende bene, metto su uno/due brani e poi viro su qualcosa di diverso.
Francamente questo è uno di quei CD che mi aspetto nella sala d’aspetto del dentista, fra un pezzo dei Toto e uno di Sting/Police. Qualcosa che possa piacere a tutti e, messo nel sottofondo, non disturbi veramente. Lo riesci ad ascoltare distrattamente perché a) conosci già i pezzi e li stai canticchiando nella testa; b) conosci i pezzi e, rifatti in acustico e con i violoncelli, non ti fanno scattare l’headbanging selvaggio.

Questo non toglie che loro ci hanno costruito una carriera sopra, dopo questo ecco Inquisition Symphony (al 90% cover) e poi via verso composizioni originali – 8 dischi dal 1996 ad oggi (non male per una cover band).
Non credo ci sia molto altro da aggiungere, stiamo parlando di una band che coverizza con il violoncello alcuni dei pezzi più famosi di Hetfield&Co. Non sto certo spiegando fisica nucleare applicata.
[Zeus]

 

…And the Circus Leaves Town – Kyuss (1995)

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Ad un certo punto doveva pur finire, no? Lo sapevano tutte le parti coinvolte, non c’era niente da fare e niente dietro cui nascondersi. Succede anche nelle relazioni, figuriamoci se non capita ad una band che, nel giro di pochissimi anni, ha rivoluzionato un sound e l’ha portato ad una delle sue definizioni classiche: lo stoner. Definizione, questa, che è talmente legata al nome della band, i Kyuss, che ormai i gruppi di genere sono classificati come “alla Kyuss” o altro.
Non male come impatto nel mondo.
…And the Circus Leaves Town fotografa la band nel suo momento di down, dopo l’euforia perfetta di Sky Valley la band americana è scesa, inesorabile, verso la sbornia. Idee ne ha, ma sono idee da post-sballo, da giorno dopo. Lo sanno anche loro, soprattutto Josh Homme che, da lì a due anni, deciderà di mettere in cantina i Kyuss e far esordire i Queens Of The Stone Age. Ecco perché questo disco del 1995 è un testamento, una fotografia slabbrata di quello che erano diventati e che, per l’ultima volta, cercavano di riproporre con l’ostinazione tenace dei musicisti.
Il disco non è male, ma gli manca la magia. Il problema sta nei particolari, in soluzioni che stonano: El Rodeo mi ha sempre disturbato un po’, non chiedetemi perché, non saprei spiegare se è la chitarra iniziale che mi lascia perplesso e poi il proseguo mi piace o è la chitarra iniziale a piacermi e poi il resto… boh. Il fatto è proprio questo, dove prima si avevano dischi interi ascrivibili sotto il termine “cannonata”, in AtCLT si vanno a formare dei nuclei d’eccellenza, io adoro Phototropic o Spaceship Landing (scelte scontate ok), e poi dei momenti in cui il loro stoner regge meno, rispecchiando una caduta nell’ispirazione generale (Hurricane ha il tiro, ma non regge l’essere l’opener del disco o The Ol’Boozeroony – questa stoner in senso stretto, ma che si perde e non prende odore di buono&giusto come accaduto nel passato).
In AtCLT i germi dei QOTSA sono presenti e, seppur nessuno lo voglia ammettere, è il virus che ucciderà i Kyuss. Una polmonite senza speranza, la febbre spagnola del caso. Sia chiaro, i QOTSA, all’inizio, erano una bomba… poi hanno incominciato a perdere la bussola – mi correggo, Josh Homme ha perso la bussola e così anche la sua protuberanza musicale.
E così …And the Circus Leaves Town si arrampica fino alla fine, fra linee più dirette e qualche inserzione nelle lande più psichedeliche (potremmo farci ricadere dentro Size Queen), fra un Garcia meno ispirato del solito e un sound che è lucido e potente, tanto da non nasconderti quelle rughe che, ormai, hai capito esistere.
Il titolo era profetico e, visto a posteriori, il più giusto possibile: la festa è finita, è ora di andare a fare casino da un’altra parte.
[Zeus]

From Sweden to… – In Flames (1998 – 2002)

Dopo la pubblicazione del fondamentale Whoracle, gli In Flames subiscono la prima grande rivoluzione nella line up. Björn Gelotte passa dalla batteria e diventa chitarrista (al posto Glenn Ljungström) e Peter Iwers prende il posto di Larsson al basso, mentre alla batteria si siede Daniel Svensson, dando vita alla line up più longeva della storia degli svedesi (ad ora).  Il primo disco in studio è del 1999 ed è Colony.

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Questo LP non sono mai riuscito a farmelo piacere veramente e, onestamente, non so bene il perché. Si sente un cambio di rotta, ma non in maniera così drastica come in Clayman, il vero album di rottura degli In Flames. Colony parte bene con la doppietta Embody The Invisible Ordinary Story, ma sono canzoni meno intriganti che nel passato. Manca qualcosa e, forse, è il riffing o l’impatto, ma non si riesce a capire cosa stona in questo disco. Fridén incomincia a manifestare un declino netto nelle capacità di growl e si adatta a fare uno scream stentato e spesso passa ad altre tonalità (o filtri vocali) per coprire una difficoltà generale nell’offrire qualcosa di meglio di un singer, in questo caso, mediocre. Fra tutti i dischi degli In Flames, quelli belli (periodo iniziale fino a Whoracle) e quelli brutti (incominciano con Soundtrack e Reroute), Colony è l’unico CD della band svedese che mi lascia indifferente.
Giusto per non smentirsi in termini di etica di lavoro, gli In Flames, ad un anno esatto Risultati immagini per in flames claymandall’uscita di Colony, presentano il successore: Clayman. Uscito nel 2000, questo disco sembra la preistoria della band. Ci credereste quando dico che, rispetto a quello che ci presenteranno in futuro, Clayman è un gran disco? In sé, questo CD è la rottura totale con quello che erano e quello che diventeranno. Si nota già il cambio di rotta musicale e, soprattutto, l’introduzione del cantano lamentoso di Fridén. Basta growl o scream, adesso siamo all’uso e abuso di tutti i sottogeneri dello scream mischiato con parti recitate, parlate e l’onnipresente raddoppio di traccia vocale (pulita + scream). Clayman non può più considerarsi un disco di swedish death metal, non ne ha le caratteristiche: ormai stiamo parlando dei primi passi verso il melodic metal e il metalcore del futuro venturo. Ci sono alcune melodie azzeccate e, pur non essendo Moonshield o Gyroscope (per fare degli esempi), sfido voi a non farvi prendere dal ritmo saltellante di Only For The Weak. Perché di questo stiamo parlando per gli In Flames del 2000: di un gruppo che ormai sta riscrivendo il suo modo di suonare e che cerca il chorus vincente in una forma canzone stabile, senza un minimo di avventura o sorpresa. Se lo si prende come colonna sonora mentre stai facendo altro, ecco che Pinball Map o Bullet Ride son piacevoli e non ti annoiano, ma l’emozione vera, quella di quando parte una canzone di The Jester Race o Whoracle, è tutta un’altra cosa.
Ripeto una cosa però: Clayman è un grande disco se paragonato allo sfacelo che ci prospetteranno nel corso degli anni, quindi qualche buono spunto ce l’ha.
Ormai è tempo e dopo cinque dischi in studio, è necessario buttare fuori un live: detto,Risultati immagini per in flames tokyo showdown fatto. Nel 2001 esce The Tokyo Showdown e, anche in questo caso, stiamo parlando di un best of che sigilla, su plastica, il passaggio dalla prima epoca (ormai romantica per noi vecchiardi) a quella nuova, dove la band svedese pesca, bene, nel grande mare dei giovani metalhead mondiali. Il live in Giappone è un must, chiedetelo un po’ agli Arch Enemy. Anche in questo caso, però, il prodotto finale è buono (visto in retrospettiva) ma pericolante. Aver spostato l’attenzione sugli ultimi tre dischi fa capire l’atteggiamento di Fridén&Co. nei confronti del loro passato ma rispetto a quello che ci cacceranno in gola nel 2005 (Used & Abused), vi posso garantire che è oro che cola
Finiti gli obblighi contrattuali e la necessità di testimoniare “live” il percorso sonoro della band, gli In Flames possono ritornare a produrre dischi in studio e, nel 2002, ci fanno avere Reroute To Remain. E, cazzo, stiamo parlando del primo esempio di schifo che gli In Flames ci hanno rifilato nel corso della loro storia recente. Potrei rimestare la merda col Risultati immagini per in flames reroute to remaindito e dirvi che, in effetti, rispetto a dischi come Battles, questo Reroute To Remain è un “Signor Disco”, ma se leggete TheMurderInn voglio sperare di non dovervi inculare con simili stronzate. Vero? La svolta del sound è talmente evidente, talmente americana, da storpiare il significato stesso di In Flames. E smettiamola di prendere Jesper come martire della causa, il buon Strömblad è comunque complice di questo assassinio e non lo scuso. Il paradosso è che gli svedesi hanno cercato di entrare in America suonando americano e non come “sé stessi”. Voi direte, e il paradosso? Questo sta nella popolazione metallara USA (quella che spaziava fra emo/screamo/metalcore etc) che guardava alla Svezia, e spesso agli In Flames stessi, come metro di paragone. Copiare chi ti sta copiando, a casa mia, è da considerarsi una fucilata nelle palle. Per smettere di essere aggressivi, veramente aggressivi e non solamente “a volume alto”, il trio Strömblad-Gelotte-Fridén decide di virare su un sound muscolare, molto melodic metal, con enormi artifici elettronici e di mettere Fridén nella condizione ideale di “evitare totalmente di sembrare growl” quando canta. Sentitelo mentre fa finta di essere estremo e non lo è ma, e lo dico sinceramente, il risultato lo porta a casa (almeno per il pubblico USA, non per il sottoscritto). Ad aggiungere beffa su beffa, c’è Metaphor. La prima volta che l’ho sentita ero molto distratto e, vi posso assicurare, mi son chiesto se avevo messo l’ipod in modalità casuale. Infatti mi son chiesto: perché cazzo mi son partiti i Red Hot Chili Peppers? Subito seguita da: Io non ho i RHCP sull’ipod! Guardo lo schermo e vedo la scritta In Flames – Metaphor. Il dubbio che ci sia qualcosa profondamente sbagliato in questa associazione mentale, In Flames – Metaphor – RHCP, continua a tormentarmi ancora oggi.

Posto il video di Trigger (da Reroute To Remain) unicamente perché è divertente e si vedono due band allo sbando nello stesso filmato: In Flames e Soilwork.