Orange Goblin – The Wolf Bites Back (2018)

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A me, il precedente disco in studio (Back From The Abyss) era piaciuto. Non era certo il primo disco, quel Frequencies From Planet Ten che tanto ha fatto per la causa degli Orange Goblin, ma stiamo anche parlando di un disco uscito nel 2014 confrontato con uno nel 1997 – altri tempi cazzo.
Qua, nelle latitudini del metal, ogni anno che passa assomiglia a quelli del cane.
Questo per dire che The Wolf Bites Back, uscito due mesi fa, è la fotografia di un’evoluzione che ha portato la band di Ward da dov’era a dove sta stazionando in questi tempi: quindi meno stoner in senso stretto, ma più diretti, ficcanti e con l’attitudine da “cazzo duro” che fa tanto bene per le band hard&heavy che vogliono realmente dire qualcosa.
Le coordinate rimangono quelle dei precedenti dischi in studio: hard rock pesante e con riflussi alla Corrosion of Conformity, una sana percentuale di stoner (meno che in precedenza, ma in quantità significativa) e poi l’immancabile rimando ai Motorhead che già percorreva anche il precedente Back From The Abyss.
La doppietta iniziale ti fa capire subito cosa vuole la band inglese da questo disco: un discorso onesto, schietto, ruvido e intriso di whisky.
Sons Of Salem ricorda la succitata band di Keenan, ottima da sentire dal vivo e capace di farti dimenticare i problemi del lavoro e ogni affanno del caldo nel giro di 3 minuti contati. Subito dopo parte la title track che si fa trascinare dalla buona stella dell’hard rock targato seventies e non ti lascia in pace, a partire da quella chitarra acustica che anticipa il giro e il crescendo che in meno di 40 secondi ti farà premere l’acceleratore della macchina a tua insaputa.
The Wolf Bites Back, la canzone, è uno di quei brani che ti ascolti mentre sei sulla statale e fra te e l’orizzonte c’è solo una lingua d’asfalto calda. La title track è una canzone così, ti accompagna nei viaggi perché non cede, non demorde e ha groove.
Dopo la doppietta iniziale, Ward&Co. ritornano a produrre quello che sanno fino ad arrivare a metà disco e qui parte la strumentale In Bocca al lupo: io non so voi, ma ogni volta che la sento il primo rimando è quello verso i  Valhall di Fenriz.
Questo è l’unico momento di calma, perché subito dopo parte la scudisciata fatta di ritmiche motorheadiane di Suicide Division (ci sta e spacca, ma ad un primo ascolto non credi neanche di sentire un CD degli Orange Goblin) e poi ecco che attaccano con il blues marcio di The Stranger. Io me la immagino in uno di quei vecchi pub inglesi, quelli pre-rivoluzioni salutiste, in cui entri tagliando con il machete l’aria satura di fumo e sposti a gomitate ombre scure di ubriaconi locali, zoccole sdentate e gente pericolosa seduta sugli sgabelli e persa in sogni alcolici da cui è meglio non risvegliarla.
Sotto tutto c’è questa colonna sonora, The Stranger, e ci sta bene.
In chiusura di disco si segnala l’episodio più stoner (Burn The Ship) e poi i cinque minuti di Zeitgeist, canzone che non mi ha intrigato molto nonostante i miei molti tentativi. Non brutta, non fatta male o che stona, solo che come chiusura mi aspettavo qualcosa di diverso e Zeitgeist non riesce a fornirmelo al 100%.
Si diventa pretenziosi con l’età, che ci volete fare.
[Zeus]

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