Kawir -Πάτερ Ήλιε Μήτερ Σελάνα (2016)

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Non conosco da molto i greci Kawir, lo ammetto senza neanche troppa vergogna. Lo so, sono attivi dal 1993 (il primo promo con Necroabyssious dei Varathron) ma sticazzi, ok? Alla fine ci sono giunto anche io e va bene così.
All’inizio, appena sentiti, mi avevano anche esaltato. Hanno quell’attitudine tutta greca nei confronti del black metal, quella componente Rotting Christ che qua a TMI piace molto. Hanno i cori, le melodie che profumano di tzatziki e agnello allo spiedo, i milletrecento strumenti per creare l’apoteosi sonora e, logico, cantano i greco – elemento questo che ti permette di a) inventare le lyrics un po’ come cazzo ti piace; b) eviti di sentire quell’inglese trovato per strada che contraddistingue le band non di madrelingua (e sì, sia nel Mediterraneo sia nel Nord dell’Europa si sente che piazzano strafalcioni).
Quello che mi ha fregato è stato sentire, come prima traccia di questo Πάτερ Ήλιε Μήτερ Σελάνα la seconda canzone, Διόνυσος (tradotta come Dyonisus). Questo brano ha un buon tiro e mi piace, sia come sviluppo melodico sia come vocals. Persino tutti gli zufoli sotto ci stanno e non sembra di essere alla sagra della Feta. Se poi aggiungete i chorus epici alla Aealo dei Rotting Christ, avete vinto.
Ma poi è tutto il disco che ha questa tendenza ha prendere la band dei fratelli Tolis come faro nella notte. La produzione non è pulitissima per quanto riguarda il riffing, quindi non hanno il feeling plasticoso delle ultime fatiche in studio dei Dimmu Borgir e il costante senso di “cerimonia in atto”, dato dal ripetersi delle ritmiche e dall’ossessività di certe parti è un plus che non posso non segnalare. Ovvio, questo giudizio aumenta in maniera spropositata se avete Aealo e/o le ultime produzioni dei Rotting Christ come punto fermo nella discografia.
Se vogliamo, però, Πάτερ Ήλιε Μήτερ Σελάνα è vagamente troppo lungo: oltre un’ora di musica che, per quanto variegata non si discosta troppo dalla formula base, è comunque tanta. Noia? Non direi, ma un paio di canzoni in meno e un minutaggio ridotto avrebbero alleggerito la cosa. Questo non significa che non potete godervi il feeling guerresco di Ηρακλής μαινόμενος (aka Hercules Enraged) o dell’effetto bellicoso dato dall’incontro straniante fra i succitati Rotting Christ e i Eluveitie di Χαίρε τρίμορφη θεά (Hail to the Three Shaped Goddess) che sembra un lato B della band di Sakis.
Come potete vedere, i padri-padroni del genere sono sempre loro, i due terribili fratelli e non ci si scappa. Se si vuole suonare black metal in un certo modo, il riferimento naturale è diventato quello prodotto da Themis, Sakis e compagnia, quindi le recensioni riflettono questo trend.
Kawir nel 2016 approfondiscono la lezione impartita dai maestri del genere, la rielaborano aggiungendo un feeling pagan metal che rimanda più alla tradizione centro Europea, e lo risputano fuori. Se vi piacciono i nomi che ho citato, un ascolto datelo, questo è poco ma sicuro. L’unico lato negativo, a mio avviso, è che dopo un po’ il grado di sopportazione per quello che suonano scende e potreste essere tentati di fare skip sulle canzoni (cosa che, ovvio, con i Rotting Christ NON SUCCEDE MAI).
[Zeus]

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