Il canto della sirena. Ozzy Osbourne – No More Tears (1991)

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Ma vi rendete conto che cazzo di dischi sono usciti nel 1991? Che annata epocale per la musica? Prima e dopo il 1991, ecco cosa si può dire. E sì che Ozzy, nel 1991, ci è arrivato grazie al surplus di ossigeno fornito dal biondo Zakk Wylde e all’aiuto provvidenziale di Lemmy Kilmister, se no col cazzo che sfornava No More Tears. Tirava fuori un Ultimate Sin numero 2 e finiva la giostra. Infatti questa stava per inchiodarsi, come quando sei al massimo e finisce la musichetta fastidiosa, e portare ad uno dei celebratissimi (e falsi) addii del Madman più famoso del pianeta.
No More Tears è, senza troppi giri di parole, uno dei migliori dischi di Ozzy dai tempi della doppietta Blizzard Of Oz e Diary Of A Madman. Il Madman suona ispirato e canta come se ne valesse la pena, mentre Zakk Wylde tiene a freno i mille fischi che trituravano il cazzo in No Rest For The Wicked e ci presenta il conto con riff e soli eccellenti e dei fraseggi melodici, ma abbastanza duri da non scadere nel pop melenso, da superare indenni la prova del tempo.
Questo lo dico perché, nonostante siano passati 27 anni dalla sua pubblicazione, quando senti dei brani malinconici come Mama, I’m Coming Home o Road to Nowhere ti viene da cantare a squarciagola fregandotene di quelli che ti stanno accanto – anche perché lo stanno facendo anche loro, quindi c’è tutto un concetto di fratellanza metallica che non ha bisogno di spiegazioni. Tu sai e loro sanno, questo basta e avanza.
Ozzy non è mai stato metal in senso stretto, ha sempre avuto l’attitudine, alcune sonorità e ha dato i natali al genere, ma per farcelo rientrare musicalmente si tira lunga: Ozzy nuota in quel misto fra hard rock, metal (ok, mettiamocelo un po’), rock classico che, mischiandosi, crea la formula Ozzy Osbourne e da quel momento non ci si scappa. In No More Tears il risultato è pressochè perfetto, non replicabile in alcun modo, tanto che già dal successivo Ozzmosis il singer britannico cede e la premiata ditta Madman&Co. non riuscirà più a produrre un capolavoro epocale come quello che state leggendo.
Nel 1991 la band cesella dei chorus talmente perfetti che, pur senza sentirli da un po’, riesci a ricordarteli e, forse accade solo a me, a canticchiarli con quel tono petulante tipico dell’ex singer dei Black Sabbath. Questo è un fattore strano e non credo di replicarlo per altri – per esempio con gli AC/DC limo il tono scartavetrapalle di Brian Johnson in un qualcosa di più papabile.
Se volete un trivia divertente, il buon Bob Daisley figura nuovamente come bassista turnista (quando Ozzy si doveva cercare una spalla fidata, andava direttamente su Bob) e, come è successo millemila volte, l’ha inchiappettato a sangue. Povero Daisley, anni e anni a fidarsi del Madman e, per lo stesso periodo di tempo, essere preso in giro dal terribile duo Osbourne – Arden.
In fin dei conti No More Tears è un disco che sta lassù, nell’Olimpo dei CD intoccabili, di quelli che devono essere sentiti almeno una volta nella vita. Perché vivere senza farsi esaltare dall’attitudine rock di I Don’t Want To Change The World o da “caciaronate” come Hellraiser o Zombie Stomp  è l’equivalente di mangiarsi le Fonzies e non leccarsi le dita: vivi solo a metà.
[Zeus]

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Acrimonious – Eleven Dragon (2017)

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Questo dei greci Acrimonious è il classico disco che sto rimbalzando da mesi e, badate bene, non per la qualità di quello che ci trovi dentro. Lo ascolto, spesso perso nei cazzi miei mentre sono in treno o per strada, tiro giù due appunti mentali e poi, sceso e davanti al PC, ecco che mi perdo le grandissime frasi che avevo in mente. Quindi ecco il classico adagio: E anche oggi si recensisce domani.
Oggi, invece, butto giù queste quattro stronzate e poi voi andate a recuperare il disco che, nonostante i miei sproloqui inutili, merita veramente. Tre album dal 2009 ad oggi e cinque anni fra il secondo (Sunyata) e questo Eleven Dragon. Se la prendono comoda e, intanto, il mondo gira. Gira perché nel 2009 doveva ancora uscire Lawless Darkness dei Watain e quindi il loro principale metro di paragone. Fossero arrivati alla vera popolarità con quel disco, forse ci sarebbe da parlare degli Acrimonious come punto di riferimento dei Watain e non viceversa. Ma così non è. Insieme alla band di Erik Danielsson ci vedrei bene anche un mix di Dissection e qualche miasma greco (giusto per restare nella loro terra natale)  a completare la triade di riferimenti musicali che i più perversi desiderano conoscere. Quindi cosa ci possiamo trovare davanti?
Riff affilati, di classica scuola svedese, con un occhio di riguardo alla scena blackned death tipica dei Dissection, le chitarre acustiche per spezzare l’atmosfera e poi quel retrogusto tutto greco per certe sonorità e melodie. Gli Acrimonious sono questo, c’è poco da inventarsi e creare paragoni imbarazzanti.
Pur essendo lunghetto, undici tracce per oltre un’ora di musica (in tema di black siamo su minutaggio importante), gli Acrimonious non annoiano. O, almeno, riesci ad arrivare senza il minimo segno di sbandamento a Kalvalya, traccia che fa da spartiacque e ti permette di buttarti sulla cinquina che chiude Eleven Dragon senza troppi patemi.
Il merito, sia chiaro, è dato anche dal riffing di chitarra e un buon lavoro nella sezione ritmica. Un prodotto meno ispirato e avrei incominciato a skippare canzoni già dopo la sesta/settima traccia.
Se il ritmo è quello che hanno tenuto fino ad oggi, il successore di Eleven Dragon lo dovremmo vedere dopo il 2020. In ogni caso avrete tempo di recuperarvi questo disco e i due precedenti.
[Zeus]

Faccio un salto nel 1991, vedo Arise dei Sepultura e ci resto.

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Nel mondo ci sono tantissimi dibattiti che infiammano il popolo: Juve o Milan? Guanciale o pancetta? Fica o culo? Arise o Chaos A.D.?
Visto che siamo, ancora per un po’, un sito che parla di musica, entriamo a piedi uniti nel discorso e vi chiediamo: l’album definitivo dei Sepultura è Arise o Chaos A.D. (lo so, nella domanda dovrebbe entrarci anche Beneath The Remains…)? Roots, come potete vedere, non lo cago neanche di striscio. Perché il discorso che infiamma la platea metallara è sempre lo stesso, meglio la band brasiliana con gli influssi più thrash (chi ha detto Slayer?) o quando ha virato marcia ed è andata a toccare il death con Chaos A.D.? Meglio prima o dopo?
Che cazzo di domande.
Per una questione affettiva, ho sempre reputato Chaos A.D. il MIO disco preferito della band brasiliana, poi posso anche sbagliarmi, ma i pezzi ci sono e tutto l’impianto spacca che è una meraviglia. Poi mi metto a recensire questo disco del 1991 (27 anni fa!!!) e risenti un turbinio di pezzi che spaccano veramente, in cui la sola tripletta iniziale (Arise, Dead Embrionic Cells e Desperate Cry) vale il prezzo di tutto il CD che avete in mano.
Fateci caso, mettete su le prime tre e boom, non servirebbe andare oltre per sapere che, di Arise, voi diventerete drogati. Di quanti dischi odierni potete dire la stessa cosa? Adesso almeno un paio di ascolti dove darglieli, giusto per capire se la prima impressione fosse giusta o un’amena stronzata.
Visto che poi sono abituato di saltare di palo in frasca, mi viene da pensare come cazzo è possibile che lo stesso gruppo (meno Max) sia riuscito a partorire un disco imbruttito come Against (che ha anche festeggiato vent’anni questo 2018).
Arise parla da solo. Ha voce stentorea e si sente tutto il suono della band, quell’urgenza e violenza che poi verranno incanalate nel sound di Chaos A.D. e, infine, ammosciate con dischi sempre meno intriganti. Arise, la canzone, ti fa saltare dalla sedia con quel chorus:

Obliteration of mankind
Under a pale grey sky we shall arise

che tutti quanti cantano in macchina quando stanno tornando a casa con due buste della plastica sul sedile posteriore e dei metallici sofficini Findus da scaldare nella tristezza dell’esistenza terrena. Perché, cari miei, che cazzo ce ne frega a noi di tutto? In fin dei conti abbiamo band come i Sepultura che ci fanno compagnia, che ci fanno gridare come oranghi sui sedili I see the world, old / I see the world, dead o ruggire le parole Creation / Of insane rule / All we hear / Desperate cry. Questo è un buon modo per sfogare la propria rabbia, il proprio tormento interiore mentre il lavoro fa schifo, arrivano le tasse da pagare, piove nei weekend e durante la settimana il sole ti brucia il culo, il telefono si scarica velocemente, le ragazze girano in bikini per strada e tu sei costretto a rimanere dietro un vetro come una scimmia allo zoo.
Mentre la gente si sfascia con apericena o stronzate simili, noi buttiamo su i Sepultura e riacquistiamo un certo equilibrio e non usciamo in strada, a cazzo di fuori, cercando un modo o l’altro per invocare l’apocalisse portato dai cavalieri dello Zodiaco.

Quindi ve lo richiedo: l’album definitivo dei Sepultura qual’è: Chaos A.D. o Arise?
Io la mia risposta l’ho data, ma voi cosa ne pensate. E se non siete né da una parte né dall’altra, che peste vi colga.
[Zeus]

Miasmi funebri e cattiveria, in poche parole: Funeral Mist – Hekatomb (2018)

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Nove anni di attesa, così tanto ci ha fatto aspettare Arioch prima di riprendere in mano la sua creatura: i Funeral Mist. Ormai non pensavo si potesse rivedere un disco della band prima del 2020, tanto che Viktoria dei Marduk era una ideale pietra tombale su qualsiasi possibile della band solista del singer svedese. Questo, comunque, era quello che i fan della band di Arioch pensavano, finché non è apparsa la notizia che lo scorso 15 giugno sarebbe uscito Hekatomb, terza fatica in studio dei Funeral Mist.
Va da sé che le aspettative erano alte, anche perché il precedente Maranatha era un cazzotto nei denti e rigurgitava un black metal bislacco, ortodosso e mutante in egual misura. Il nuovo, invece, come è?
La capacità compositiva di Arioch/Mortuus è diventata molto coerente e focalizzata, gli inserti “esterni” sono stati ridotti al minimo e sono funzionali al risultato finale: dai chorus liturgici (Metamorphosis – secondo me un’ottima canzone, pur se giocata tutta su un midtempo) alle campane (Within The Without) questi sono elementi che caratterizzano la concezione di black metal del singer svedese. Se vogliamo trovare un paragone (sbagliando) con la band madre, i suddetti Marduk, possiamo vedere alcuni rimandi alle atmosfere di Serpent Sermon (soprattutto per le registrazioni corpose e l’utilizzo dei tempi) e all’onnipresente Wormwood – ormai metro di paragone per il ruolo di Arioch/Mortuus nei Marduk stessi.
Come nel precedente Maranatha, le tematiche sono religiose e distorte sotto l’ottica satanista. Questo particolare è fondamentale per dare coerenza al suono dei Funeral Mist: atmosfere che spesso sfociano in litanie, “vuoti” compositivi riempiti dalle suddette campane o cori, hanno bisogno di un substrato che ci sta. Che non cazzeggia con stronzate, ma che va dritto al punto dicendo: Gesù e Dio sono una truffa, diffidate da questi personaggi.
Arioch si occupa di tutto, tranne della batteria (opera di Lars B. – ex drummer dei Marduk) e della registrazione (di cui si occupa Devo nei suoi Endarker Studio).
Forse non possiamo gridare al miracolo come innovazione nei riff (es. Cockatrice, con quel suo esperimento quasi Burzum-iano nella tastiera posta verso la fine), ma sono estremamente efficaci. Io sono dell’idea che un ottimo riff deve essere ovviamente buono ma, soprattutto, deve essere coerente con il brano, deve fornirgli lo spunto. Non servono mille stronzate, datemi un riff che regge, che abbia la “botta” e siamo d’accordo.
Su tutto, però, la fa da padrone la voce di Arioch. Il punto vincente è proprio il suo screaming caratteristico, capace di veicolare disgusto, odio e veleno in ugual misura. Senza di lui i Funeral Mist sarebbero la stessa cosa? Questa è la domanda da farsi e la risposta, NO, è la spiegazione del perché Arioch sia fondamentale alla riuscita del disco.
La doppietta finale, HosannaPallor Mortis, chiudono il discorso Funeral Mist: la prima con i suoi riflussi alla Mayhem, la seconda con quel suo continuo crescendo verso follia e odio con quel bambino che grida disperato sopra al minaccioso sound fornito da Arioch.
Maranatha è l’album più sperimentale dei Funeral Mist, 53 minuti di black metal sperimentale e contaminato, ma è con questo Hekatomb che Arioch tira le somme del sound della band e lo rende più diretto, lucido e senza compromessi.
Hekatomb è un disco coerente, forte in tutti gli aspetti e, con buon probabilità, un LP migliore di Viktoria stesso.
[Zeus]

Spray per capelli e jeans. Pantera – Power Metal (1988)

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Ci hanno sempre voluto far credere che i Pantera sono nati nel 1990 con Cowboys From Hell. Ce l’hanno ripetuto mille volte, in ogni forma e sostanza, che alla fine ci abbiamo quasi creduto. Ci stavamo cascando al tranello del gruppo che ad un certo punto arriva e rivoluziona il suono thrash del 1990.
Ci stavamo cascando… se non fosse che I Pantera li conoscevamo da prima. Quando giravano con gli spandex e c’era Vince Paul inguardabile con la capigliatura cotonatissima. O un androgino Dimebag Darrell, all’epoca Diamond, riccioluto e glabro.
Stavamo per scordarci che per arrivare a Primal Concrete Sledge o Domination sono dovuti passare da copertine inguardabili come Immagine correlataquesta qua.
Perché io non mi formalizzo poi più di tanto, sia chiaro, ma l’artwork di Metal Magic mi fa morire, una boiata pazzesca.
Ma va bene così, tutti devono iniziare in qualche modo e loro avevano i piedi ben dentro l’hard rock e il glam. Tanto che il passaggio dal prima al dopo è segnato dal disco che vedete sopra, quel Power Metal sconosciuto a molti ma con dentro, in nuce (ammazza che termini colti), il sound che verrà sviluppato due anni dopo in CFH.
Nel 1988 i Pantera stavano chiaramente cambiando direzione, non erano più la band dei primi tre dischi. Il thrash aveva invaso lo spettro musicale “estremo” e questo aveva influenzato i fratelli Abbott e Rex Brown. C’era eccitazione nell’aria e loro l’avevano avvertita, ma non sarebbe successo granché se non avessero avuto l’idea di fare un cambio di rotta generale, di pescare la carta vincente dalla ruota di New Orleans e  prendere uno come Phil Anselmo come cantante.
Me li vedo i tre texani a sorridere sotto i baffi all’idea del giovanotto che arriva nel gruppo e, zitto e muto, si adatta a quello che vogliono loro. Quello che non sapevano, ma avrebbero scoperto a loro spese, è che il giovanotto in questione non era proprio uno da nonnismo e vita rassegnata. Quel tale, Philip Hansen Anselmo, è uno che ha le molotov nelle vene, una sicurezza di sé al limite dell’arroganza pura e una testa dura come il granito.
L’incontro fra il nuovo sound dei Pantera e il singer è il punto di svolta, mettere un paletto nel terreno e segnalare che i tempi del hard rock/glam stanno finendo e Power Metal lo testimonia – pur rimanendo ancora un disco influenzato dal heavy classico e da quello che i Pantera erano stati dal 1983 in poi. Senti il thrash che incomincia a irrobustire le ritmiche, i riff e tutto l’armamentario dei Pantera. Lo senti che è il 1988 e non ci son cazzi, i due fratelli Abbott non sarebbero diventati i nuovi KISS, ma sicuramente avrebbero formato generazioni di nuovi Pantera.
Forse ve lo ricorderete anche, ma in P*S*T88 non c’è neanche Phil a cantare, ma lo stesso Diamond Darrell. Giusto per i più curiosi di voi e amanti delle finezze goduriose.
Quindi i Pantera, per poter essere quello che erano, sono passati anche per Power Metal e, se evitate di sottovalutarlo, scoprirete che qua dentro ci sono i primi germi di Cowboys From Hell e un sound che avrebbe preso gli anni 80 e li avrebbe trasportati diretti nel 1990.
[Zeus]

Sudore & alcol – Tauerngold Festival 2018

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Presenzio a questo concerto in ben tre vesti: la prima è quella di merch-guy per gli SLOWTORCH, la seconda come pseudo-recensore di TheMurderinn e la terza come tizio che ha una voglia matta di fare il diavolo a quattro. Come primo ruolo, ho svolto il mio compito (almeno credo – gli SLOWTORCH non si sono lamentati e neanche chi ha comprato qualcosa). Per quanto riguarda la modalità party, signori, posso dire che non mi sono tirato indietro.
Ma come report del concerto?
Partiamo con ordine e vediamo di risolvere la pratica al meglio.
La chiamata alle armi della truppa Slowtorch suona alle 10. Poi si ritarda e suona alle 11.50 quando si dovrebbe partire alle 12.30. Quindi butta su due bistecche alte due dita e spera di non ingozzarti come un’oca mentre le divori con Bruno Slowtorch.
Siamo già in ritardo sulla tabella di marcia, ma riusciamo a contenere i vari minuti persi prima di metterci in moto direzione Schwarzach im Pongau. Sotto un sole che spacca, un traffico che ti fa venire voglia di uscire dal portellone del furgone e inscenare un nuovo “Un giorno di ordinaria follia” (qualcuno mi spieghi come mai la gente si ostina a guidare 30km/h meno del limite), ci dirigiamo verso l’Austria.
La simpatica signora che ci fa da navigatore, per qualche motivo quelli che hanno costruito il furgone hanno anche impostato una tizia simpatica come il sale sulle ferite, ci propone amene mete fra cui passare su un passo alpino degno di Annibale. Ringraziamo il Grande Capro e ci accorgiamo per tempo dell’imbroglio e via verso strade pianeggianti, ma non troppo trafficate (a parte i classici derelitti della macchina che guidano a cazzo di cane), fino a raggiungere in tempi utili la ben poco ridente cittadina di Schwarzach im Pongau. Lato negativo? L’aver negato il tanto sognato Bosna al buon Skan – nuovamente in veste di bassista/turnista per questo concerto – momento che segnerà in maniera terribile l’epico viaggio di ritorno.

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Il festival promosso nel modo migliore (foto Slowtorch)

Dopo aver girato un po’ a cazzo di cane, aver chiesto informazioni ad uno dei tanti non-austriaci del luogo, aver rotto il cazzo in una pizzeria austriaca per avere informazioni su un Hotel che non esiste più da anni (posto dove avevamo il nostro covo per la notte) e cercato il luogo del concerto, arriviamo al posto dove, per le successive nove ore, si sarebbe tenuto un concerto/festone da paura.

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IL panino (foto Slowtorch)

L’aver organizzato un festival in una ex-birreria ispira cose turpi, soprattutto perché birra chiama birra, quindi ci dirigiamo subito al frigo del backstage e incominciamo a dedicarci al luppolo. C’è poco da fare, gli austriaci sanno come si fanno le cose e un frigo pieno di birre buone e superalcolici scadenti è qualcosa che ti rinfranca l’animo.
La sudata cibaria viene fornita da un brattaro (gergo tecnico che definisce uno di quei furgoni che fanno da mangiare) e, sorpresa sorpresa, stiamo parlando di mangiare di qualità! Non credo di aver mai visto un cibo di quel livello in nessun festival che ho frequentato. I panini erano ottimi e, annaffiati con la birra, scendevano che è un piacere.
Ma arriviamo al momento della verità: parte il festival.
Il primo gruppo a salire sul palco sono i Why Goats Why. Il duo austriaco (tutto il bill, SLOWTORCH a parte, era locale) ci prende subito bene. Nel backstage sono simpatici e alla mano e, sinceramente, questo fa pesare molto il giudizio positivo. Il resto è dato da una proposta hard rock di buona fattura. Sono in due e tengono bene il palco e, pur non rientrando al 100% nel gergo stoner (cosa che mi piace, visto che sentire tutte band uguali, con lo stesso riff o la stessa linea di basso mi avrebbe annoiato a morte), non sfigurano e l’energia che ci mettono è contagiosa. Mi godo tutta la performance perché ci sanno fare e, a mio avviso, avrebbero meritato un gradino superiore nel bill. Ma non sono io ad organizzare il festival, quindi mi tengo le considerazioni personali e, come dicono i saggi, “mi faccio i cazzi miei”.

Dopo i Why Goats Why è il turno degli Swanmay. Il confronto con chi li ha preceduti è impietoso sotto molti punti di vista: soundcheck enorme (quasi 40 minuti di noia assoluta, fortunatamente condita da birre), attitudine poco incline a fraternizzare con gli altri e poi quella recensione irritante: suonano meglio dei Black Sabbath e con un cantante che canta meglio di Ozzy. Questo, come potete capire, mi fa girare le palle. Potete toccare tutto, ma non i Black Sabbath. Mi metto nella mia posizione preferita, un occhio sul palco e l’altro sul merch, e ascolto cosa propongono questi nuovi Messia della musica (a detta dei giornali). Dopo aver ritardato ancora il momento di salire sul palco, cosa che innervosisce ulteriormente il sottoscritto, gli Swanmay partono a suonare e, signore e signori, non sono proprio questo spettacolo. Dopo un po’ annoiano e, pur essendo stoner al 100% (cosa che li fa cadere a pié pari in diversi cliché del genere), mi lasciano freddino. Provo a tenere testa alla voglia di andarmene bevendomi un’altra birra, ma poi cedo e radunati un paio di SLOWTORCH ci dirigiamo a mangiare patatine e un panino con l’arrosto di maiale nel ristorante vicino al festival.
Volevo sottolineare che il panino con l’arrosto di maiale, cipolla e kren a 3,50€ è stato imperiale.

Ritorniamo in tempo per sentire il fischio degli amplificatori, ma la performance degli austriaci Swanmay è finita. Adesso tocca agli High Transition, gruppo molto attivo in zona nonché organizzatori del festival. Anche loro non possono certo essere definiti realmente stoner, anzi. Il sound che tirano fuori è qualcosa di più vicino al rock e a qualche riflusso alternative piuttosto che al genere amato dal Grande Capro, ma ci mettono un grande impegno e il pubblico si assiepa davanti al palco. Teniamo presente che ormai è quasi mezzanotte e ci sono veri hardcore che hanno iniziato a bere molte ore prima.
Comunque sia, quel miscuglio di generi forma un sound che alla gente piace e non è raro vedere gente che balla, fa headbanging seguendo i pattern degli austriaci o anche solo supporta il gruppo applaudendo e inneggiando il nome degli High Transition. La band non si risparmia e per tutto il set ci da dentro, mettendoci energia ed evidente divertimento – elementi che scaldano il pubblico e lo preparano per il successivo set degli SLOWTORCH.

Come sempre quando mi tocca parlare degli SLOWTORCH, essendo in posizione molto particolare, riporto in maniera quasi fredda quello che succede fra il pubblico. Non vogliatemene, ma non posso certo dire che con il passare dei minuti (ormai erano le 00:30 quando i ‘Torch hanno iniziato a far tremare le mura della ex birreria) la gente ha incominciato a saltare come grilli e invocare non uno, ma ben due/tre bis. Il sound degli SLOWTORCH è, anch’esso, un ibrido che rientra nello stoner ma anche nel metal/hard rock, quindi categorizzarlo è difficile. Quello che però riescono a far uscire dalle casse, complice l’intervento provvidenziale dell’ex batterista della band dietro al mixer (unitosi alla compagnia festante), è un muro sonoro che per due/tre canzoni prende letteralmente a cazzotti la gente davanti al palco. Il suono è tosto e l’aggressività è elevatissima (ecco cosa succede a lasciare una band in ammollo per ore), energia che i quattro altoatesini sfogano con una performance forse non pulitissima, ma di elevato contenuto adrenalinico. Superato il trauma sonoro, molti del pubblico sono rientrati e lo spazio antistante il palco ha incominciato a diventare pieno di gente contenta e coinvolta dalla musica degli SLOWTORCH. Corna alzate, grida, headbanging selvaggio, donne soddisfatte, richieste di bis, incitamenti e tanti grandi sorrisi. Perché, puttana miseria, ci vogliono anche i sorrisi dopo ore e ore in un posto a ingurgitare birra, mangiare e ascoltare musica. Dopo quasi due ore, fra bis/tris e appelli del singer al pubblico, ecco che il set finisce in un fischio di chitarre e applausi della gente. Chi era venuto per vedersi gli SLOWTORCH in azione è stato ricompensato con un set rovente.

Il post-concerto non lo racconto. Come già all’Happy Ranch, quello che è successo al Tauerngold Festival 2018 rimane al Tauerngold Festival.

Quello che posso dirvi, però, è che è stato un festival organizzato bene, molto tranquillo e con bella gente. Complimenti agli organizzatori (gli High Transition), alle band coinvolte, ai baristi&alle bariste, a chi ha collaborato con il cibo, con le foto e con il suono. Complimenti veramente.

[Zeus]