Clutch – Earth Rocker (2013)

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Noto che questa recensione manca e, sapendo che potrei essere maledetto per anni e anni da Bruno Slowtorch, mi metto all’opera e rimedio. Inizio con un’affermazione che non potrà essere smentita: Earth Rocker è un gran cazzo di disco. Una bomba. Questa è l’affermazione principale e non ci si scappa.
E sì che, quando stavo per mettermi all’ascolto, un qualche dubbio ce l’ho avuto. Motivo? A me Strange Cousins from the West del 2009 non è che mi sia piaciuto proprio moltissimo. Mea culpa, mea grandissima culpa ma se devo dire cazzate, cosa ci faccio su TMI?
Quindi l’approccio che è stato quello: ascolto, ma con cautela.
Parte Earth Rocker e mi sono ritrovato scaraventato mezzo metro indietro gridando: Porca Troia che figata. Il resto del disco non fa che confermare questa frase lapidaria.
L’ho detto altre volte, e lo ripeto anche questa, ci sono band e ci sono dischi che hanno la capacità di ampliare la loro potenza in specifiche circostanze: quelle della strada. Quando carichi alcuni CD e li metti alla prova dell’asfalto, capisci subito di che pasta sono fatti. Se reggono l’urto e tu a) canti b) fai headbanging c) schiacci l’acceleratore come se non ci fosse un domani d) fai tutte e tre le cose, allora sai che hai trovato un CD che non teme il passare del tempo. Perché Earth Rocker, pur tornando indietro, è un passo avanti per la discografia di Neil Fallon&Co. Fino al precedente, l’evoluzione in termine di sound e composizione generale vedeva nell’Hammond la marcia in più, l’asso nella manica, per tirar fuori un sound diverso, blues-y ma con l’attitudine hard rock tipica della band del Maryland. Sentitevi Robot Hive/Exodus o anche una traccia, che io adoro, come White Ferry da From Beale Street To Oblivion e capite cosa intendo. Su questo LP del 2013 la faccenda cambia, via l’Hammond, la formazione ritorna la classica a quattro e il songwriting diventa più rock, più straight-in-your-face. Un’attitudine diversa, sicuramente mutuata dall’andare in tour con colossi come i Motörhead – cosa che si sente nel procedere in maniera diretta e senza fronzoli di questo disco. Le jamming session, quelle bellissime parti in cui sentivi di essere trasportato dalla musica, vengono ridotte a favore di un’attitudine diversa, attitudine che poi continuerà anche nei dischi successivi (Psychic Warfare, ad esempio).
Da quando è uscito, Earth Rocker è diventato un metro di paragone per i successivi dischi della band. Notevole per un disco uscito nel 2013.

PS: ma ditemi la verità, a voi Crucial Velocity, quando parte, non vi fa superare ogni limite di velocità esistente? Perché, per me, è il tipico pezzo da accompagnare alla velocità smodata (cit.).

[Zeus]

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L’allegria primaverile distrutta dagli Shining – Född förlorare (2011)

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Che strana creatura che sono gli Shining. Sono attivi dal 1998, e in effetti sarebbe da festeggiare il ventennale del loro debutto discografico con l’EP Submitted to Selfdistruction ma non oggi. In questo 2018 ho voglia di parlare di un disco che, nel lontano 2011 (sembrano epoche passate, ma sono solo sette anni fa), mi ha lasciato buoni ricordi e, soprattutto, la fissa per la canzone I nattens timma. Questa, unica cover del disco, è quel genere di brano che ti rimane dentro se incominci a sentirlo nel momento sbagliato. Perché è melodico, uggioso, oscuro e riproposto con una voglia di vivere pari a zero che ti fa salire la scimmia sulla schiena. A me, almeno, è così.
L’ho sentito una volta, molti anni fa, e mi sono subito detto: questa canzone, cover del gruppo prog-rock svedese Landberk, mi accompagnerà e la tirerò fuori quando il freddo che c’è fuori deve pareggiare quello che c’è dentro (questa frase super-figa e super-emo l’ho fregata da qualche parte e, visto il tema, l’ho riproposta adesso. Perdonatemi, anzi no, sbatte un cazzo e ve la leggete così). Född förlorare è un disco particolare, in cui la depressione totale e l’assenza di ogni briciolo di positività verso il futuro vengono sublimati da una mescolanza sonora che passa dal riffing blues-rock-metal alle partiture di pianoforte, dalle aggressioni di stampo black agli improvvisi rallentamenti melodico-emozionali, tanto che l’unica costante vera è quella della depressione buio-pece così fertile nei testi di Niklas Kvarforth. Il mastermind degli Shining, quindi, tira fuori la summa della sua idea di rock/metal degli Shining del 2011 e lo rigurgita in sei tracce (circa 40 minuti di musica). Novità nella proposta? Non moltissime e questo elemento è sicuramente qualcosa che i più affezionati, i die-hard, possono contestare al VII capitolo della storia degli svedesi, ma probabilmente è un disco che Kvarforth sentiva di dover fare per progettare un nuovo corso della sua creatura. Non per nulla, giusto l’anno successivo, è uscito Redefining Darkness che è il primo (e unico, visto che delle parole di Kvarforth bisogna fidarsi cum grano salis) disco ad essere uscito senza la classica numerazione cronologica. Questo perché, sempre secondo le parole del lider maximo, gli Shining non erano più interessati a certe frivolezze come i numeri.
Ma visto che è una persona di cui non ci si può fidare, con il 2013 esce il nuovo disco in studio e riporta: 8 ½ – Feberdrömmar i vaket tillstånd. Capite che la coerenza non è proprio di casa.
Ma questo non c’entra, perché Född förlorare a me piace. Non riesco a stilare una scaletta né sui dischi degli Shining, né in generale, ma è sicuramente un disco che, un paio di volte l’anno, finisce negli ascolti casalinghi/da treno, per portare mestizia e disperazione nell’ambiente. Sarà perché misura bene le anime che lo infettano, sarà che ha una formula collaudata e, per certi versi, è una cosa su cui conti quando cerchi un disco per distrarti, sarà che Förtvivlan, min arvedel è comunque un’ottima intro di CD e In nattens timma quella canzone che è, ma se dovessi consigliare un disco degli Shining (ovviametne per chi gli Shining non li ha mai sentiti, né è avvezzo al 100% al metal estremo), Född förlorare potrebbe essere una scelta logica e azzeccata.
[Zeus]

Mastodon – Emperor Of Sand (2017)

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Questo disco è uscito un anno fa e non voglio incominciare a descrivervelo nei minimi particolari, giusto perché spero abbiate abbastanza intelligenza (e se leggete TheMurderInn, sono certo che il Q.I. alto sia di casa), quindi mi limiterò a fare delle considerazioni, per lo più a cazzo di cane.
I Mastodon stanno vivendo la terza vita e qua, cari miei, non ci scappiamo. Il primo periodo eroico, in cui troviamo Leviathan è ormai alle spalle, sepolto dall’evoluzione progressive/stoner del secondo periodo: quello che potremmo far coincidere con Blood Mountain e Crack The Skye. Dal 2011 i quattro americani hanno incominciato a cambiare rotta, ritornando su traiettorie più semplificate e, per certi versi, a me più congeniali. Quello che mi è sempre piaciuto dei Mastodon è la capacità di produrre una quantità di botta da bastarne la metà e quindi, con le arrampicate progressive del periodo centrale, mi sono trovato orfano delle stesse. Adesso Troy Sanders&Co. hanno levigato una forma di progressive/stoner più diretta, se vogliamo accessibile a tutti e quindi (oddio!) quasi commerciale, nel senso ampio del termine: quindi di prodotto che, rispetto al passato, può essere messo in vendita con una maggiore facilità ad un pubblico più ampio rispetto a quello degli esordi.
Il precedente Once Again ‘Round The Sound mi è piaciuto particolarmente, contenendo alcune delle canzoni più belle dell’ultimo periodo. Non è un disco perfetto, ovvio, ma riesce ad essere efficace come non succedeva da tempo alla band di Atlanta. Emperor Of Sand è la naturale prosecuzione del sound che i quattro hanno adottato nel precedente disco, ovviamente non è un part. 2, ma stiamo parlando di una concezione musicale più diretta (ma le ritmiche di Ancient Kingdom non sono certo da band sempliciotta). Se poi vogliamo trovare la genialata, puramente marketing visto che nessun altro brano del disco è su quella linea, è Show Yourself, canzone pop-rock e distante da quanto proporrà la band nei successivi 47 minuti di musica. Primo singolo e qua sta tutta la furbizia dell’epoca moderna della band: ti acchiappano con il miele e poi ecco il prog-stoner tirato e dritto come chi ascolta i Mastodon si potrebbe aspettare.
Non c’è niente di male in questo, tanto sappiamo tutti che i singoli sono la cosa peggiore del disco. Non sono mai rispondenti alle sonorità del CD e, con probabilità altissime, deludono e fanno storcere il naso; quindi perché non giocarsi la carta radio friendly e poi continuare a fare quello che vogliono? Perché ce ne vuole per definire Andromeda una canzone facilotta o radiofonica, provate a chiedere di metterla su alle feste – se proprio siete fortunati, il massimo dell’hard rock/metal che vi può arrivare è Enter Sandman o i Gun’s o che ne so io.
Quindi non ditemi che stiamo parlando di cose facili.
Possiamo discutere se i Mastodon erano meglio nel periodo di Remission/Leviathan e vi do ragione, ma sputare sopra a questo CD qua, Emperor of Sand, è una mossa che non sta in cielo o in terra, credetemi. Gli preferirò, a giorni alterni, Once More ‘Round The Sound, ma stiamo parlando di un disco che, sotto molti punti di vista, è o potrebbe essere il CD che un giovane metallaro utilizza per approcciarsi alla musica; quindi ha un pedigree importante.
Emperor Of Sand è un disco furbo, completo e leggermente inferiore al suo predecessore, ma almeno un paio di spanne più alto di alcuni prodotti che sono usciti in questi anni.
Intanto è così, poi vediamo come continuano nel prossimo futuro.
[Zeus]

Cannibal Corpse – Vile (1996)

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La storia di molti gruppi sembra seguire un copione predefinito, non dico di tutti, ma certamente è un buon punto di partenza per molti: la band funziona (o sembra funzionare) e poi il singer, iconico e che incarna parte dell’essenza stessa della band, sbarella e viene cacciato/se ne va. Il problema è quello di riuscire a far superare il trauma alla band e far capire alla gente che, in ogni caso, il gruppo nel suo insieme è più grande del singolo interprete che la definisce. Chiedete informazioni ai Pink Floyd, ai Black Sabbath, ai Morbid Angel etc. Tutte band che, pur privatesi di un elemento fondamentale, sono andate avanti fra alterne fortune.
Cannibal Corpse post-The Bleeding passano attraverso le stesse forche caudine: via Chris Barnes e dentro l’ex Monstrosity George “Corpsegrinder” Fisher. Il cambio ha decisamente giovato alla band che, da quel momento in avanti, non ha smesso di tirar fuori dischi in continuo crescendo (anzi, negli ultimi tempi sembra aver trovato una seconda giovinezza) e il buon Chris Barnes, ottenebrato dalle mille canne che si fa al giorno, si diverte a crear polemica con Dave Mustaine su Twitter e/o produrre dischi con i Six Feet Under, i cui buoni dischi li puoi contare sulle dita di una mano e ti avanzano dita per prospettive future.
Vile del 1996 è questo, il momento del passaggio. Quello che definirà la seconda vita della band con un suono diverso e con un vocalist, Giorgino, che fra un headbanging furioso e l’altro, tira fuori linee vocali più dinamiche del suo predecessore. Ovvio che non possiamo paragonare i due periodi, cazzo (!), perché se da un lato troviamo dischi che hanno messo dei paletti fissi nel death metal, dall’altro non mi va di nascondere il fatto che con Corpsegrinder, Webster&Co. hanno capito che la coerenza, la perseveranza e il duro lavoro sono la ricetta fondamentale per far proseguire una band. E, lo sottolineo, per farle avere il successo meritato.
Perché Vile è un disco che ti prende con Devoured By Vermin (la traccia che tutti conoscono del disco, complice il video, e/o Mummified in Barbed Wire) e poi non ti lascia andare, sia quando accelera sia quando rallenta e diventa una monolitica valanga di frattaglie, sangue e vomito come in Bloodlands (traccia che interpreta bene le due anime).
Il range vocale più ampio di Fisher, meno compresso sul growl sepolcrale e più adatto a seguire la velocità e/o i cambi di ritmo, si può apprezzare anche in Puncture Wound Massacre.
Poi, ovvio, ci sarà sempre la diatriba fra chi apprezza di più il periodo Barnes e chi o non ha preferenze o supporta incondizionatamente il cambio di singer con lodi all’uomo-senza-collo. Questo ci sta, sia chiaro. Quello che però dovete fare, un piccolo dovere morale, è rimettere su Vile e sentirvelo per l’ennesima volta.
Questo lo dovete fare per ricordarvi che è proprio grazie a questo disco, alla determinazione di Webster&Co., al cambio di singer e alcuni grandi pezzi di Vile che i Cannibal Corpse sono la corazzata sanguinolenta che possiamo apprezzare sui palchi.
Non è da poco per essere il primo disco di una formazione, per molti aspetti, nuova.
[Zeus]

Blood-Rooted del 1996 – l’ultima occasione di sentire i Sepultura con Max Cavalera.

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Dopo Roots e l’implosione dei brasiliani più famosi del metal, i Sepultura fanno uscire Blood-Rooted e, senza problemi, possiamo definirlo come il saluto e testamento di quello che erano. Andreas Kisser era determinato a trasportare i Sepultura oltre allo scioglimento e continuare a produrre musica sotto l’egida della band, mentre Max Cavalera si concentrerà su mille altri progetti (più o meno riusciti). I nostalgici dell’epoca Cavalera, orfani di nuovi prodotti in studio, hanno in Blood-Rooted l’ultima possibilità di sentire la band a quello che era il massimo del suo splendore (seppur, musicalmente, mi son sempre riservato di posizionare il massimo con Chaos A.D.).
Blood-Rooted non è altro che una compilation di cover, demo provenienti proprio da Roots e tracce live sparse: praticamente il pane quotidiano del completista.
Quindi ecco le partecipazioni di Mike Patton su Mine o la cover, stravolta, di War di Bob Marley. Ci troviamo anche Procreation (of the wicked), in una versione che oscura anche l’originale dei Celtic Frost e, infatti, sia i Sepultura sia Max Cavalera solista la tengono in considerazione nelle loro scalette live. La botta hardcore di Crucificados Pelo Sistema ti restituisce adrenalina a mille, dopo molte tracce pesanti e/o dilatate. Questa cover o Polìcia sono fari puntati sul passato dei brasiliani, band che li hanno formati prima di prendere il thrash come forma d’espressione e poi spostarsi sul death. La velocità tutta punk/hardcore ti fa scattare in piedi e, Policia è una figata per quando hai voglia di scatenarti (non dura neanche 2 minuti e, lo sapete, basta e avanza); il messaggio sociale/di protesta, che poi sarà presente in maniera massiccia su Chaos A.D. e Roots, è riscontrabile anche in canzoni come queste.
Symptom Of The Universe proviene da Nativity In Black del 1994 e i fratelli Cavalera ne rendono giustizia, aumentando il fattore aggressività su una canzone che, nel 1975, era di 8 anni avanti su quello che sarebbe venuto e poi non così distante, come concezione di riff pesanti, testi e passaggio all’acustico con certe cose che poi faranno gli stessi Sepultura quasi vent’anni dopo!
Il resto sono live provenienti dal periodo Chaos A.D. e che volete dire su questo? Niente. Silenzio e si ascolta.
Non c’è molto altro da aggiungere su un disco, compilation, uscito oltre vent’anni fa. [Zeus]

Metti su American Psycho dei The Misfist e subito parte il chorus

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Forse l’ho già detto mille volte, ma non mi tiro indietro nel dirlo la mille e una. Che cazzo, non gestisco certo una webzine per limitarmi nelle mie possibilità di sparare cazzate oscene, no? Questo non è il caso, ma il disco in questione, American Psycho, cade a pennello per quello che voglio raccontare.
Nel lontano 2005 sono entrato, in punta di piedi, negli Slowtorch come… vabbeh… roadie/road manager e anche pulisci-lattrine e dopo un po’ di mesi siamo partiti per alcuni tour in Italia e in Europa. A parte il furgone che tendeva a spegnersi e lasciarci a piedi ogni 3×2, a parte la pericolosissima aerofagia del “primo” bassista e le lunghe ore di paesaggio sempre uguale fornito gentilmente dalla Foresta Nera teteska, una cosa era ricorrente: la soundtrack. Uno dei CD era il sempreverde Brenze al vento, una compilation di mia invenzione con dentro una serie di canzoni senza il minimo senso logico così, mentre stai prendendo il ritmo con qualche pezzo thrash o death, ecco che ti si blocca l’headbanging con la ballatona strappamutande o altro pezzo che, con il gruppo precedente, non ha proprio nulla da spartire.
La seconda costante era la canzone Dig Up Her Bones, proprio da questo American Psycho. Dig Up Her Bones era la canzone da viaggio, una sorta di amuleto prima di arrivare sul luogo dove si sarebbe tenuto (dita incrociate sempre) il concerto. Negli anni precedenti, quando un locale in pieno centro della mia città proponeva diversi concerti nel weekend, la maglietta dei Misfist era gettonata quasi quanto la canzone Bro Hymn dei Pennywise, quindi posso assicurarvi che vedere ragazzi o ragazze con il faccione bianco sulla maglietta non era proprio raro. Insieme alle magliette, ovvio, spuntavano come funghi, i gruppetti punk che prendevano l’ex band di Danzig come riferimento e quindi ecco che partiva il punkettone melodico della band americana e, con i suoni da cesso dell’autogrill, gli errori dati dall’inesperienza, le birre bevute e l’adrenalina, quello che tutti si ricordano sono gli Ohhhh Oh Ohhhhhhh, quindi i mille chorus che infestavano le feste. American Psycho era il prodotto più fruibile al tempo, soprattutto perché uscito da pochissimo e non lontano una decina di anni dal precedente. Non c’era Glenn Danzig, ma Micheal Graves se la cava più che bene nel creare linee melodiche che ti si appiccicano nel cervello e le tematiche, pur vecchiotte di molti anni, continuano a non essere fuori luogo, fuori tempo o fuori gioco. L’horror rock/punk dei Misfits, nel 1997, era vitale e il pogo, quello da festa in una stanza di 10m. quadri era un fatto dovuto, logico se vogliamo. Per molti ragazzi di 16/17 anni, American Psycho è stata l’introduzione al punk dei Jerry Only&Co. I ragazzi più vecchi potevano contare sulle registrazioni del periodo di Glenn Danzig (o in originale, o tramite le cover fatte dai Metallica), ma i giovani approcciavano la materia con quelle e con canzoni come Dig Up Her Bones, melodiche, potenti, divertenti e nel pieno stile Misfits.
Da qualche parte si doveva pur partire, perché non farlo con una buona versione dei Misfits?
[Zeus]

PROLIFERHATE: nuovo album a novembre!

[riceviamo e pubblichiamo]

I progressive death metallers italiani Proliferhate pubblicheranno il nuovo album il 23 novembre 2018, il cui titolo sarà “Demigod Of Perfection”. La band ha lanciato il primo singolo intitolato “Conjuring The Black Hound” che farà da anteprima e sarà contenuto poi nel nuovo album. Di seguito tutti i dettagli dell’album, links vari e il link per poter ascoltare il nuovo singolo!

 

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Link youtube nuovo singolo “Conjuring The Black Hound”:  

https://www.youtube.com/watch?v=CFK6J32hCSE&feature=youtu.be

La copertina di “Demigod Of Perfection”

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Tracklist:

01 – Prologue To Damnation

02 – Conjuring The Black Hound

03 – Auerbach’s Vineyard

04 – The Frailty Of A Tender Soul

05 – Oberon

06 – Naked Monstrosity

07 – A Shadow From An Ancient Past

08 – Euphorion

09 – Demigod Of Perfection

10 – Elegant In Decay

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YouTube: bit.ly/ProliferhateYoutube

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Finché non arriva quello nuovo, ci godiamo Ænima dei Tool (1996)

Cover art for Ænima, featuring artist Cam de Leon's painting "Smoke Box", with animated smoke and encompassing eyes

Questo disco, sono quasi certo, mi è stato dato ben 10 anni dopo la sua uscita dal buon Bruno Slowtorch. Prima, e cioè nel 1996, il concetto di progressive mi era quantomai astruso e, quando concepibile, indigesto. Non sono mai riuscito a digerire mappazzoni enormi, non chiedetemi perché. Ok, i Pink Floyd li ascolt(av)o e anche loro hanno composizioni articolate… ma il concetto di progressive, o progressive metal, mi era lontano dalla mia idea di metal/rock = musica che arriva al concetto nell’arco di 5 minuti.
Sono cambiato nel tempo, quindi nel 2005 o giù di li, mi sono sentito Ænima dei Tool a casa di Bruno – con buona probabilità era stato un viaggio infernale dato da un furgone bianco tossicchiante e con una capacità di lasciarti per strada più alta del normale.
Potrebbe essere stata anche una serata in cui l’obiettivo principale era quello di procedere spediti e puntuali con il progetto Slowtorch. Perché quello era il periodo e creare quante più cose possibili per la band era un dettame quasi rigoroso. Quindi ecco le serate a creare grafiche, cercare date, ascoltare musica (i Tool c’erano, anche se erano una goccia nell’acqua fra Clutch, Black Label Society, Corrosion of Conformity, Down etc).
Questo è quello che mi viene in mente ascoltando Ænima: serate passate a lavorare sulla musica, a bere cocktail fatti in casa, a progettare il futuro degli Slowtorch – futuro che, ironia della sorta, per un periodo consistente non mi ha neanche visto partecipe.
I Tool me li sono portati dietro però, ascoltandoli e cadendo sotto il maleficio di canzoni come Stinkfist o H., brani che tutt’oggi, ad oltre vent’anni di distanza dalla loro uscita e dieci dalla mia scoperta, mi esaltano. Ci sono le tracce che ti entrano dopo un po’, come Hooker With A Penis, o le lunghe ed affascinanti Pushit e Eulogy. Senza contare, ovvio, l’enorme Third Eye che, con i suoi oltre 13 minuti di durata, mette a dura prova tutti i miei crismi da rocker da 5 minuti.
Se trovo Die Eier Von Satan divertente, gli strumentali brevissimi sono pure troppi e, pur integrati nel contesto del disco, non riesco mai a concepirli nell’intero del CD e li trovo un po’ pesanti (ma questo succede anche su Lateralus).
Ad un primo ascolto, Ænima sembra molto fruibile (sensazione che si fa largo grazie alle ottime tracce iniziali), ma poi incomincia a prenderti la voglia di approfondirlo, di studiarlo un po’ meglio e così diventa meno agile rispetto a Lateralus. La critica, quella seria, afferma che è Ænima ad essere meglio, ma io me ne fotto e dico che è proprio il disco del 2001 a vincere il confronto – anche se, cazzo, quella Stinkfist è un gioiello sia per quanto riguarda il comparto musicale, sia per la genialata del testo – uno di quelli che avrei desiderato scrivere io.
Io ve lo dico e, se mi credete un po’, cercate di seguire il mio consiglio. Per festeggiare l’ascolto di questo CD, che ha compiuto 22 anni e quindi anche in America può bere (per comprarsi una semi-automatica bastano 12 anni), seguite la ricetta qua sotto e poi buttate su il disco dei Tool. Il drink non è niente di particolare, ma serve per ricreare l’ascolto. Il mio ascolto, per la precisione.

Havana Cola con rinforzo:
– prendere un bicchiere grande, veramente grande.
– versare una generosa porzione di Havana 7 (circa 3/5 del bicchiere)
– versare uno spruzzo di Coca Cola fresca (1/5 del bicchiere).
– fottersene di limone/lime e/o ghiaccio
– rinforzare la dose di Havana 7 con ulteriore Havana 7 (1/5 del bicchiere)
– mescolare
– bere
– riprendere da capo.

Buttate su Ænima e sentitelo con l’animo nuovo, perché sono passati anni dalla sua uscita e, ancora oggi, riesce a regalarti delle sorprese. Un po’ perché a volte l’hai ascoltato distrattamente, un po’ perché non ti eri accorto di alcune cose e, last but not least, perché con il tempo i gusti cambiano e quello che prima era indigesto (vedasi la mia avversione totale per il progressive), ad un certo punto ti garba – ma solo per certi, selezionati, gruppi.

[Zeus]

From Sweden to… – In Flames (2009 – 2017)

Abbiamo lasciato questa rubrica con il disco A Sense Of Purpose e, quindi, con il primo grande cambiamento della storia e cioè l’abbandono/cacciata del fondatore della band Jesper Strömblad). La novità è quella di procedere con la formazione a quattro e assoldare il collaudato Engelin come chitarrista live.
Risultati immagini per in flames sounds of a playground fadingIl primo parto della nuova vita degli In Flames si chiama Sounds Of A Playground Fading ed è un disco del 2011. Per chi aveva sperato in un “rinsavimento” della band grazie allo scossone dell’abbandono del chitarrista, rimarrà deluso sotto molti punti di vista. Chi aveva visto nel futuro degli In Flames un cambio melodico, screamo/emo/metalcore, qua troverà pane per i suoi denti. Ma per chi aveva imparato ad apprezzare le canzoni, i suoni, l’energia degli svedesi, Sounds Of A Playground Fading è un pugno in pieno volto. Le canzoni non vanno da nessuna parte e hanno come canone comune quello di essere lamentose, leggere e senza il minimo nerbo (e quando tentano di fare i cattivi, ecco che sembrano scarti di Come Clarity, non inseriti in quel CD per un ben preciso motivo: perché non validi). Fridén ormai ha intrapreso la via di un clean sporco che, a tutti gli effetti, si staglia bene su un prodotto che non è niente di più che un giocattolino per adolescenti complessati (sentitevi The Attic). Forse chi ha iniziato ad ascoltare metal in quegli anni può apprezzare questa versione degli In Flames, per me sono un dead man walking che non produce una canzone memorabile in 50 minuti di musica!! Ci vuole del talento anche per fare questo, glielo riconosco.
Passano tre anni, la band ritorna sul luogo del misfatto e non doma di averci fornito un disco modesto, poppy e fatto apposta per piacere ai bimbiminkia di MTV, ci dona un Risultati immagini per in flames siren charmsnuovo spunto di riflessione su cosa sono diventati. Siren Charms esce nel 2014 e capisci che tutto quello in cui credevi sta letteralmente andando a puttane. Il disco è senza ombra di dubbio peggio di S.o.a.P.F. In questo non c’è niente di salvabile, qualche riff forse? Qualche melodia? Ma stiamo parlando di piccolezze in un mare di musica che non ha un briciolo dell’aggressività o di qualche componente di buon songwriting come, senza tornare ai fasti passati, dello stesso Come Clarity. Non so come fare a sottolineare il fatto che stiamo incominciando a rivalutare dischi post-2002. Questo è il metro di paragone, non più qualcosa di realmente forte, intrigante e capace di colpirti. No, stiamo ragionando su brani come In Plain View, della pochezza abissale di Everything’s Gone, la bruttura conclamata di Rusted Nail o degli inquietanti occhiolini alle classifiche di Billboard/MTV di Paralyzed (nonché canzone che trasuda nulla da tutti i passaggi). Se poi teniamo presente che Fridén si ostina a trascinarsi nei meandri del clean e che la title-track vaga senza incidere – tutti danno l’impressione di suonare con il freno a mano tirato, Svensson su tutti). When The World Explodes potrebbe suonare come gli In Flames del periodo Soundtrack… (pur senza elettronica accentuata), ma poi ammosciano tutto con l’intervengo di Emilia Feld.
Sinceramente non so più cosa dire su questo disco, ma sono già tante parole rispetto a quello che seguirà. E, con puntualità, dopo due anni ecco il successore di Siren Charms.
Risultati immagini per in flames battlesHo già avuto modo di parlare di questo disco nella recensione ad hoc, ma visto che stiamo procedendo con ordine, dico qualcosa che su Battles. La quantità di bruttura inserita in questo CD è qualcosa da Guinness dei primati. C’è poco da fare, sono passati due anni e continuo a ritenere merda questo disco. Perché considerarlo brutto e degnarlo di più mi sembra un atto di spregio nei confronti di chi, su TMI, vuole qualcosa di più di una semplice spolverata di buonismo e recensioni falsamente professionali. Ormai il duo Gelotte-Fridén è lanciatissimo verso un paradiso americano che non sarò certo io a rimproverargli, ma cristo di un Dio, mi fate il favore di eliminare la scritta In Flames dalla cima di ogni CD? Io lo chiedo perché questo Battles è il sottoprodotto di una band che di essere sé stessa non ha più voglia. The American Dream ha corrotto anche gli svedesi e quindi ecco i coretti (The Truth), le cose da emo-core, le tamarrate lagnose (Like Sand, giusto per dirne una) e da supermercato. Basta, non degno altro tempo a questo disco e passo oltre.
Un anno dopo, ecco il colpo di grazia finale: Down, Wicked & No Good, l’EP di cover Risultati immagini per in flames down wicked and no gooddella band precedentemente conosciuta come In Flames. Anche di questo EP ho fatto una recensione non tanto tempo fa, e non mi sposto tanto dal giudizio che avevo dato. L’EP di cover è sempre un momento di divertimento della band stessa, un momento in cui smettono di comporre cose originali e omaggiano canzoni/gruppi che adorano. A volte è il segnale di una crisi compositiva, ma non credo questo sia il caso: gli In Flames, in crisi totale, ci sono da anni. Le cover sono prodotti americanizzati, perfetti per il mercato a stelle e strisce e quindi con una personalità pari a poco. Devo entrare nelle radio, nei supermercati e negli ascensori. Non c’è posto per nient’altro. Quindi i Depeche Mode suonano più loffi della cover fatta ai tempi di Whoracle e Hurt non ha il drive emotivo dell’originale o della cover di Johnny Cash. Down In A Hole è rifatta pulita pulita, ma essendo un pezzo brutale sulla droga non riesce bene se staccato dalla personalità deviata del tossicomane. Wicked Games è perfetta per gli In Flames 2018, c’è poco da fare.
Io non so cosa aspettarmi dal futuro della band, questo ve lo dico già adesso. Ero un fan e le uscite le aspettavo con interesse, poi gli svedesi hanno pisciato fuori dal vaso ed ecco che aspetto i dischi con un terrore incredibile, come se da un momento all’altro dovesse chiamarmi il commercialista e dirmi: devi pagare le tasse.
Non è una bella sensazione.
[Zeus]

[Guest review] Sonofsorat parla del primo EP degli Ešerichija Cøli

I bolzanini Ešerichija Cøli, al primo EP con Diarreha – Excretion Eins, sono grindcore band come tante altre; mettono svariati campionamenti e robe per rendere strana per rendere divertente la proposta musicale. Ci sono anche dei passaggi carini (effettivamente il sitar come strumento musicale è la prima volta che lo ascolto in un contesto estremo), ma lasciano il tempo che trovano in questa accozzaglia di suoni.

La mia concezione di grindcore sparato in faccia deve avere una basta estremamente forte, in primis dal messaggio politico, perchè non riesco a non associare questo genere di musica ad una tematica che non sia quella sociale. E’ una mia pecca, ma il grindcore è questo.

Poi, da un punto di vista prettamente musicale, mi ricollego a quello che ho detto in precedenza: ci sono delle idee che, se fossero state sviluppate in modo più approfondito, mi spingerebbero a parlare di questa band in toni molto, ma molto, diversi.

Gli Ešerichija Cøli sono una band caciarona, e non lo nascondono nemmeno tanto; non pretendono di avere la stessa profondità, non solo musicale, di band quali Napalm Death oppure i Cripple Bastards. Ti ci fai una sonora risata, ti scoli qualche birra da discount e passi avanti.

Dovrebbero provare a suonare all’Obscene Extreme Fest, e non è assolutamente una cosa negativa quella che ho appena detto.

Per sentire il primo EP della band, potete cliccare sul link bandcamp che trovate qua sotto:

https://eserichijacoli.bandcamp.com/releases