Coltivare stupefacenti in balcone con gli Sleep: The Sciences (2018)

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Voglio farmi nuovi amici su questo blog, un po’ come quando ho parlato degli Iron Maiden, quindi oggi parlo degli Sleep. La band nasce nel lontano 1990 e spara fuori 4 dischi nell’arco di 13 anni prima di implodere e sciogliersi per 15. Quest’anno, il 2018 D.C., se ne escono con The Sciences.

Il nuovo disco in studio mi dovrebbe far impazzire, lo dico sul serio:
– stoner √
– riff doom alla Sabbath √
– riferimenti a sostanze psicotrope √
– sonorità plumbee √
– un titolo fighissimo come Giza Butler √

Praticamente ci sono tutte le componenti che, di solito, mi fanno esplodere in aggettivi lussureggianti, ma poi me ne pento perché sono sempre buttati là sull’onda dell’emozione – un po’ come quando mangi il curry e lo lodi, ma poi la sera/mattina ti tocca andare al cesso con le braghe in mano e un tappo di sughero nel culo e maledici tutto quello che ha a che fare quel continente.
Niente di personale, come sempre, ma un paio di lacrimoni causati dal “morbodelculochebrucia” si possono spendere.

Detto questo, torniamo agli Sleep e a The Sciences.
Sto ascoltando questo CD da un po’ di tempo e so che più lo ascolterò più le mie posizioni oggettive iniziali si smaterializzeranno in un momento di emozione e “volemose bene” che non mi si addice. Le canzoni ci sono, quattro più due strumentali (una, la title-track, non è proprio imprescindibile), e coprono un minutaggio giusto (30 minuti di musica della ddddroga e del demonio). Il problema, forse solo mio e per questo non posso certo farvi una colpa se volete sputarmi addosso, è che dopo un po’ mi viene da chiedermi se la formula che utilizzano in una canzone non sia stata replicata giusto un paio di volte di troppo nello stesso disco.
Intendiamoci, lo stoner che propone al band di Al Cisneros è proprio questo: lento, oscuro, sabbathiano al midollo, quindi perché dovrei lamentarmi?
Non lo so, ma ci tengo a farlo presente questo particolare, così da evitare lo sbrodolamento di complimenti, a volte ingiustificati, che si leggono in alcuni siti di recensioni.
Le vocals di Cisneros sono piatte, quasi spoken-word e non aggiungono quasi niente al complesso. Non le trovo intriganti e francamente dopo un po’ si preferisce quando la band indulge in enormi strumentali (in Sonic Titan è proprio il procedere lento della musica a farla da padrone), piuttosto degli interventi del cantante. Ironico dire che una delle mie tracce preferite è la strumentale The Botanist, in cui la voce non fa neanche capolino ed è percorsa da un Matt Pike ispirato e che tira fuori alcuni riff/passaggi che mi fanno rabbrividire.
La batteria è dritta come un filo a piombo, pesante e quasi letargica, mentre imbastisce il ritmo su cui si staglia il basso del buon Al e la chitarra distorta di Matt Pike disegna riff Iommi-eschi e si ritaglia il proprio spazio negli outro delle canzoni (elemento abbastanza ricorrente).
I momenti da viaggio mentale ci sono e sapete benissimo quanto apprezzi questa componente e vengono supportati dalla pesantezza sabbathiana e monoliticità del sound degli Sleep. Detto questo, è ovvio che ti vengono le lacrime quando si legge il testo di Marijuanaut’s Theme e di Giza Butler: il culto della band di Birmingham è qualcosa che portiamo dentro come un marchio.
Se vogliamo è il songwriting che, a volte, viene reiterato perché così deve essere (e non può essere diversamente) ma, una volta raggiunto il minutaggio giusto, la band non sappia come finire in grandeur e chiude il pezzo senza particolari squilli di tromba (la già citata Sonic Titan, per esempio, mi fa salire questo dubbio, arriva ai 10 minuti bene e poi prosegue due minuti cercando un finale alla meglio). Forse sono piccolezze e gusti personali, ma ci tengo a sottolineare questo particolare di The Sciences.

Per riassumere cosa si può dire?
Il disco piace, non può essere diverso. Il sound c’è ed è sporco, sabbathiano e lento quanto basta per essere la colonna sonora del bong che state preparando per voi e gli amici, e il minutaggio è abbastanza contenuto garantendoti il fatto di non spararti sul cazzo a causa di dischi lunghi e tutti uguali. La voce è il momento meno riuscito del disco, ma qua sta al gusto personale di chi ascolta – a molti probabilmente piacerà senza riserve; a me no. Su sei tracce, solo la title-track strumentale non serve, mentre le altre funzionano, con tanto di highlights proprio sulle già citate The Botanist Giza Butler. 
Quello che poi mi chiedo è: The Sciences sarà ancora nei miei ascolti frequenti da qua a diversi mesi o, finita la scorpacciata dovuta alla qui presente recensione, finirà per ricomparire solo sporadicamente sul lettore?

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