Metti su American Psycho dei The Misfist e subito parte il chorus

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Forse l’ho già detto mille volte, ma non mi tiro indietro nel dirlo la mille e una. Che cazzo, non gestisco certo una webzine per limitarmi nelle mie possibilità di sparare cazzate oscene, no? Questo non è il caso, ma il disco in questione, American Psycho, cade a pennello per quello che voglio raccontare.
Nel lontano 2005 sono entrato, in punta di piedi, negli Slowtorch come… vabbeh… roadie/road manager e anche pulisci-lattrine e dopo un po’ di mesi siamo partiti per alcuni tour in Italia e in Europa. A parte il furgone che tendeva a spegnersi e lasciarci a piedi ogni 3×2, a parte la pericolosissima aerofagia del “primo” bassista e le lunghe ore di paesaggio sempre uguale fornito gentilmente dalla Foresta Nera teteska, una cosa era ricorrente: la soundtrack. Uno dei CD era il sempreverde Brenze al vento, una compilation di mia invenzione con dentro una serie di canzoni senza il minimo senso logico così, mentre stai prendendo il ritmo con qualche pezzo thrash o death, ecco che ti si blocca l’headbanging con la ballatona strappamutande o altro pezzo che, con il gruppo precedente, non ha proprio nulla da spartire.
La seconda costante era la canzone Dig Up Her Bones, proprio da questo American Psycho. Dig Up Her Bones era la canzone da viaggio, una sorta di amuleto prima di arrivare sul luogo dove si sarebbe tenuto (dita incrociate sempre) il concerto. Negli anni precedenti, quando un locale in pieno centro della mia città proponeva diversi concerti nel weekend, la maglietta dei Misfist era gettonata quasi quanto la canzone Bro Hymn dei Pennywise, quindi posso assicurarvi che vedere ragazzi o ragazze con il faccione bianco sulla maglietta non era proprio raro. Insieme alle magliette, ovvio, spuntavano come funghi, i gruppetti punk che prendevano l’ex band di Danzig come riferimento e quindi ecco che partiva il punkettone melodico della band americana e, con i suoni da cesso dell’autogrill, gli errori dati dall’inesperienza, le birre bevute e l’adrenalina, quello che tutti si ricordano sono gli Ohhhh Oh Ohhhhhhh, quindi i mille chorus che infestavano le feste. American Psycho era il prodotto più fruibile al tempo, soprattutto perché uscito da pochissimo e non lontano una decina di anni dal precedente. Non c’era Glenn Danzig, ma Micheal Graves se la cava più che bene nel creare linee melodiche che ti si appiccicano nel cervello e le tematiche, pur vecchiotte di molti anni, continuano a non essere fuori luogo, fuori tempo o fuori gioco. L’horror rock/punk dei Misfits, nel 1997, era vitale e il pogo, quello da festa in una stanza di 10m. quadri era un fatto dovuto, logico se vogliamo. Per molti ragazzi di 16/17 anni, American Psycho è stata l’introduzione al punk dei Jerry Only&Co. I ragazzi più vecchi potevano contare sulle registrazioni del periodo di Glenn Danzig (o in originale, o tramite le cover fatte dai Metallica), ma i giovani approcciavano la materia con quelle e con canzoni come Dig Up Her Bones, melodiche, potenti, divertenti e nel pieno stile Misfits.
Da qualche parte si doveva pur partire, perché non farlo con una buona versione dei Misfits?
[Zeus]

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